E’ passato largamente in sordina il settantesimo anniversario del XX Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, in cui il segretario del partito, Nikita Krusciov demolì col suo “rapporto segreto” il mito di Stalin. Lo racconta Giuseppe Bedeschi su “Il Giornale” del 24 aprile 2026.
Il XX Congresso del PCUS – scrive Bedeschi – mise a nudo il cumulo di tragedie, di misfatti e di menzogne, che i partiti comunisti avevano sempre negato, presentando l’Unione Sovietica di Stalin come un mondo nuovo, caratterizzato da un livello di civiltà superiore a quello del mondo democratico-liberale.
Il PCI inviò a Mosca dal 14 al 25 febbraio 1956 una delegazione con a capo Togliatti. All’inizio dei lavori, Ekaterina Furtseva, segretario del Partito a Mosca, nel discorso di saluto ai delegati, citò Stalin, ma solo per ricordarlo insieme ad altri dirigenti scomparsi negli ultimi anni, tutti richiamati secondo un rigoroso ordine alfabetico. Inoltre il rapporto introduttivo di Krusciov conteneva novità di grande rilievo. Cambiava la valutazione sovietica del capitalismo, il quale secondo il successore di Stalin era sì soggetto a una crisi generale, ma ciò non significava che esso fosse incapace di sviluppo. Inoltre Krusciov sosteneva che era possibile una coesistenza pacifica fra il sistema socialista e quello capitalista, evitando la guerra.
Ma – continua Bedeschi – la grande novità fu il rapporto segreto, che Krusciov lesse ai soli delegati l’ultimo giorno. Krusciov fece a pezzi l’immagine di Stalin: questi aveva governato in maniera dispotica e terroristica, aveva commesso innumerevoli delitti contro esponenti del partito e dell’esercito. Krusciov, riporta Bedeschi, “raccontò casi atroci e rivelò che a partire dal 1936 l’uso delle bastonature e della tortura era diventato prassi corrente contro i supposti dissidenti, e che l’assassinio di Kirov, che aveva dato il via a una impressionante ondata di purghe, era stato un affare misterioso e sospetto. I dati forniti da Krusciov erano terrificanti: per esempio, dei 139 membri del Comitato centrale del partito al XVII Congresso, il 70% era stato arrestato e fucilato (nel 1937-38), come nemico del partito e del popolo. La stessa sorte toccò alla maggioranza dei delegati del XVIII Congresso: su 1966 delegati, 1108 vennero arrestati e poi fucilati. Purghe altrettanto feroci furono scatenate contro l’esercito, con centinaia di vittime. Il segretario del partito accusò Stalin anche di cecità e di incapacità di fronte all’attacco nazista del 1941”.

La denuncia di Krusciov aveva i suoi limiti: il giudizio su Stalin era positivo fino al 1934, non diceva nulla dei bolscevichi Zinoviev, Kamenev, Bukharin eliminati alcuni dopo celebri processi-farsa e di Trotzki liquidato in Messico da un sicario di Stalin; taceva sulla collettivizzazione forzata dei contadini e sulla guerra mossa ai kulaki, che avevano provocato milioni di vittime. Tuttavia Krusciov aveva demolito un mito.
Prima di ripartire da Mosca, Togliatti ricevette dai capi del Cremlino una copia del rapporto segreto (con preghiera di non divulgarla). Il Migliore si trovò così in imbarazzo: il PCI, spiega Bedeschi, “aveva tributato a Stalin un culto delirante. I comunisti italiani lo avevano sempre considerato il capo più amato, lo avevano esaltato in forme ditirambiche e morbose: Stalin era l’uomo che aveva realizzato il socialismo nell’Unione Sovietica, che aveva sconfitto gli eserciti hitleriani preponderanti col suo genio politico e militare. Quando Stalin morì, i comunisti italiani lo piansero come si piange un padre. Il giorno in cui fu annunciata la sua fine, l’Unità uscì listata a lutto”.

“L’anima è oppressa dall’angoscia” dichiarò Togliatti alla Camera dei deputati per la scomparsa dell’uomo più che tutti gli altri venerato e amato, per la perdita del maestro, del compagno, dell’amico. In tutta Italia i comunisti organizzarono centinaia di manifestazioni, con grande partecipazione di popolo, per commemorare il genio che si collocava accanto a Marx e a Lenin.

Ma nei mesi di marzo e di aprile il rapporto segreto di Krusciov trapelò sui giornali americani. Togliatti reagì secondo Bedeschi in un modo incredibile: parlando al Comitato centrale del suo partito, esaltò la figura di Stalin, pur riconoscendo alcuni suoi errori. Disse infatti: Il compagno Stalin ha avuto una grande parte, una parte positiva, nella lotta che ebbe luogo subito dopo la morte di Lenin, per difendere il patrimonio leninista contro i trotzkisti, i destri, i nazionalisti borghesi, per battere queste correnti e riuscire a prendere la strada giusta di costruzione di una società socialista. Se questa lotta non fosse stata condotta e non fosse stata vinta, l’Unione sovietica non avrebbe riportato i successi che ha riportato.
Per Togliatti, in ultima analisi, l’unica critica da muovere a Stalin fu il suo culto della personalità: essersi posto al di sopra degli organi del Partito.



