Luciano Violante: «Il nodo dei ragazzi di Salò non è ancora sciolto»

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Trent’anni dopo il suo celebre discorso di insediamento alla presidenza della Camera, Luciano Violante torna in un’intervista di Tommaso Labate al Corriere della Sera del 25 aprile 2026 a riflettere sul significato di quelle parole che ancora oggi dividono l’opinione pubblica italiana. Nel discorso del 9 maggio 1996, Violante aveva invitato il Paese a «sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà». Una frase che provocò polemiche, accuse di revisionismo e divisioni profonde a sinistra. Oggi l’ex presidente della Camera ribadisce la coerenza di quella scelta: «La cosa che mi stupisce è che se ne parli ancora oggi, a trent’anni di distanza. Segno che quel nodo non è stato ancora sciolto del tutto».

Violante spiega di aver tratto ispirazione da due grandi figure della sinistra storica. Nel metodo, da Nilde Iotti, che nel 1979 aveva sottolineato come fare politica significhi «sforzarsi di capire le ragioni degli altri». Nel merito, da Palmiro Togliatti, che già nel 1945 invitava i giovani comunisti a confrontarsi con i coetanei che avevano scelto Salò «per provare a capire le ragioni di quella scelta sciagurata». L’ex presidente respinge con nettezza le accuse di revisionismo: «L’avevo specificato in premessa che non c’era alcun intento revisionista».

Riguardo all’attualità, Violante osserva con interesse alcuni segnali di distensione sul fronte della memoria storica: «Oggi Giorgia Meloni ha ricordato il 25 aprile del 1945 come “la fine dell’occupazione nazista e la sconfitta dell’oppressione fascista, che aveva negato agli italiani libertà e democrazia”. Sono passi importanti verso la condivisione universale del valore della Lotta di Liberazione».

Tuttavia, secondo Violante, il vero pericolo per la democrazia oggi non è più il ritorno del fascismo storico. Il rischio maggiore risiede in altre forme di autoritarismo: «Nelle società occidentali ci sono gravi pericoli per la democrazia che non sono “fascismo”. Sono diversi e più gravi».

In Italia, in particolare, punta il dito contro «l’abuso della legge penale come strumento d’ordine», ricordando che «la pena non è mai uno strumento di ordine; la giustizia penale è lacerazione». La coesione sociale, conclude, va ricercata nella pedagogia civile e nel recupero del ruolo degli insegnanti, piuttosto che in una sequenza infinita di decreti sicurezza. Un’intervista che, a trent’anni di distanza, conferma come il difficile nodo della memoria della guerra civile italiana continui a interrogare la coscienza nazionale.

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