L’emergenza profughi tutto è tranne che una novità. Da metà Novecento in poi casi simili – anche se forse non così eclatanti – si sono registrati in varie parti del Mondo. E mai a caso: infatti spesso dietro i flussi migratori ci sono state vere e proprie «guerre asimmetriche», scatenate da paesi «poveri» contro paesi «ricchi». Una ricerca scientifica spiega dettagliatamente cosa è accaduto in passato e aiuta a capire cosa sta accadendo oggi. Con buona pace degli alfieri della solidarietà senza «se» e senza «ma». Che potrebbero non essere così ingenui come si potrebbe pensare…
di Luca Gallesi da Storia in Rete n. 121-122, nov-dic. 2015
Era il 1973, quando, presso l’editore francese Laffont, apparve un romanzo, «Les Camp de Saints» scritto da uno scrittore cattolico, Jean Raspail, già noto e apprezzato soprattutto per i suoi libri di viaggi. Il titolo, molto stravagante anch’esso, faceva riferimento a un passo dell’Apocalisse: «Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio il Campo dei Santi e la città diletta». Il libro, all’inizio, venne accolto come una stramberia fantascientifica, prima di finire per essere preso fin troppo sul serio, come è successo negli ultimi dieci anni; Raspail immagina che, all’improvviso, una torma di reietti, guidati da un sedicente santone indiano, «il coprofago», si metta in marcia per invadere l’Occidente. Qui, l’ipocrisia della nuova religione dei «diritti umani» non li può fermare, e il Vecchio Continente viene sommerso da una marea di straccioni, a cui nulla e nessuno può, o soprattutto vuole, opporsi. Sono passati più di quarant’anni da allora, e solo ora avvertiamo il carattere profetico del «Campo dei Santi», nel frattempo tradotto anche in italiano e pubblicato dalle Edizioni di Ar.
Purtroppo, sembra che, nella melassa compassionevole che avvolge tutto quello che riguarda un argomento così delicato, «Il Campo dei Santi» resti uno dei pochissimi contributi originali. Non siamo forse ancora arrivati all’invasione totale globale, ma, comunque vadano le cose, la riflessione seria su un fenomeno davvero epocale come le nuove migrazioni manca del tutto dall’orizzonte culturale nostrano, e non ci possiamo accontentare solo di un romanzo, che peraltro, finisce davvero malissimo. La vita e il futuro di centinaia di migliaia, in futuro forse addirittura milioni, di individui in fuga da miseria, guerre e violenza, o semplicemente alla ricerca di una vita migliore, non devono diventare carne da macello per giornalisti assetati di sangue e neppure ospiti prelibati di presentatori buonisti o prede dei nuovi trafficanti di schiavi. Non si può ridurre una tragedia, innegabile e sanguinosa, ad una lite tra chi urla più forte: se i latrati di chi, a parole, vorrebbe bombardare i fuggitivi invocando l’esercito e chi, sempre a parole, li accoglierebbe tutti, tanto a farsene carico sarebbero altri. Quello che manca veramente, in questo caso di emergenza umanitaria e in tutte le altre emergenze che da troppo tempo stritolano il nostro Paese, è un’analisi obiettiva dei fatti, priva di cascami emotivi e ricatti sentimentali; un’analisi che permetta, a chi ha la responsabilità di decidere, di prendere iniziative che non siano il risultato di capricci viscerali o che mirino a profitti privati.

Ad aiutarci nell’auspicabile processo di comprensione troviamo un libro pubblicato nel 2010 dalla Cornell University Press, «Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion and Foreign Policy» (pp. 360, $ 35,00) scritto da Kelly M. Greenhill, accademica americana e studiosa di conflitti sociali; la traduzione del titolo chiarisce esaurientemente l’argomento trattato: «Armi di migrazione di massa: spostamenti forzati, coercizione e politica estera». Il fatto che sia stato pubblicato nel 2010 [prima delle «primavere arabe» e della guerra di Libia che ha spalancato il Mediterraneo all’ondata migratoria successiva NdR] ne rende il contenuto ancora più prezioso, proprio perché l’analisi proposta non risente delle forti pressioni emotive dovute alle contingenze spicciole. La tesi dell’Autrice è semplice: lo spostamento forzato di ingenti quantità di individui è un efficace strumento di politica estera, usato in tutto il mondo da almeno mezzo secolo, quasi sempre con risultati all’altezza delle aspettative. I profughi sono un’arma cinicamente e sapientemente utilizzata decine di volte nella seconda metà del secolo scorso, dalla guerra del Viet Nam all’embargo imposto per vent’anni alla Libia, passando per le guerre balcaniche degli anni Ottanta e l’opposizione della Cina al programma nucleare della Corea del Nord negli anni Novanta. Stiamo quindi parlando di azioni più o meno legittime, al servizio di una politica estera perseguita lucidamente da nazioni di ogni continente per tutelare o imporre i propri interessi. Questo studio offre per la prima volta un’analisi sistematica e scientifica di questo metodo di persuasione decisamente poco ortodosso, e lo fa ponendo tre domande a cui dà esauriente risposta: 1) Con che frequenza accadono? 2) Come funzionano? 3) Perché funzionano?
Il soggetto di tutte e tre le questioni è ciò che la Greenhill chiama coercive engineered migration, o migration-driven coercion, ovvero le «migrazioni organizzate forzatamente», fenomeno che convenzionalmente iniziamo ad indagare dal 1951, anno in cui entra in vigore la Refugee Convention, il trattato che stabilisce chi è un rifugiato e quali sono i suoi diritti e doveri. Da allora, lo studio registra una cinquantina di tentativi di «migrazioni forzate», di cui ben più della metà hanno ottenuto successo, il che, se paragonato all’indice di successo delle azioni diplomatiche ufficiali (azioni militari incluse), che è tra il 20 e il 37%, rappresenta un risultato strepitoso. Da questo dato oggettivo, ossia il successo delle azioni di forza su popolazioni costrette a (o lasciate libere di) emigrare, ne consegue l’attrattiva verso questo tipo di azione poco diplomatica, soprattutto da parte di Stati deboli o in difficoltà; a loro viene così fornita un’arma che possono usare contro le nazioni più forti, per ottenere risultati altrimenti irraggiungibili, azioni spesso paragonabili, paradossalmente, ad atti non militari di guerra asimmetrica, dove agli ordigni esplosivi sono state sostituite bombe demografiche. Il libro conferma il fatto che la posta in gioco, ossia i risultati cercati dagli Stati più deboli, spesso non vale gli sforzi necessari a contenere le minacce, dato che è quasi sempre conveniente cedere alle richieste e alle pressioni piuttosto che rischiare vere e proprie catastrofi, che oggi chiamiamo «umanitarie».
Il tema, comunque, non è affatto nuovo. Era il 1983 quando, al congresso sulle «Popular Interactions between Poor and Rich Countries», l’accademico Myron Weiner presentò il suo studio sulla emigrazione internazionale, dimostrando come gli Stati oggetto di emigrazione esercitino un controllo assai maggiore di quello che si pensasse sui propri emigrati, usandoli come una «risorsa nazionale» da sfruttare come tutte le altre. Si faceva largo dunque già allora la consapevolezza che, accanto alle minacce militari tra Stati che si contendono porzioni di territorio, esiste la possibilità di aggressioni altrettanto gravi che non ledono i territori e non vengono esercitate con le armi. I pur interessanti studi sui singoli casi presi in considerazione dal libro sono illuminanti, e li lasciamo volentieri allo studioso specialista, mentre vogliamo, invece, attirare l’attenzione su alcune conclusioni che risalgono, come abbiamo già rilevato, ad alcuni anni fa, quando l’emergenza attuale era solo una paventata minaccia, dato che Gheddafi era ancora vivo e saldamente al potere. Lo studio è molto utile perché, generalmente, gli esperti di emigrazione si soffermano sul lato teorico e astratto dei «diritti umani», ma non si avventurano ad analizzare la prassi di come, nel concreto, la politica non tenga in considerazione alcuna la sfera ideale ma badi molto più concretamente ai propri interessi, concetto ripetuto e sottolineato, in barba a tutte le anime belle che credono nella politica della compassione. La citazione che apre lo studio, sono parole di Samar Sen, ambasciatore dell’India presso le Nazioni Unite, è particolarmente significativa: «Se aggredire un altro paese straniero significa scassinare la sua struttura sociale, rovinare le sue finanze, cedere del territorio a favore dei rifugiati, allora, qual è la differenza tra questo tipo di aggressione «umanitaria» e quell’altro, più classico, nel quale si dichiara guerra?».
Il primo esempio riportato dal libro è, curiosa coincidenza, proprio quello che, oggi, ci riguarda più da vicino: il giorno 11 ottobre 2004, i ministri degli esteri dell’Unione Europea decisero di sospendere tutte le sanzioni rimaste contro la Libia, compreso un embargo sull’acquisto di armi, in cambio dell’impegno da parte di Gheddafi di fermare l’esodo di migranti e richiedenti asilo africani che volevano attraversare il Mediterraneo. Lo sfruttamento politico di questa minaccia fruttò, allora, a Gheddafi un successo che, purtroppo per noi, non riuscì successivamente a mantenerlo al potere, con i tragici risultati che, oggi, sono sotto gli occhi di tutti. Procedendo con metodo scientifico, l’Autrice definisce precisamente i termini utilizzati: «migrazioni organizzate forzatamente» sono quei spostamenti di popolazioni organizzati deliberatamente allo scopo di ottenere concessioni politiche, militari e/o economiche da uno o altri Stati. Come queste azioni coercitive vengano attuate, dipende dalle situazioni e dai risultati desiderati: si va dalle azioni di forza, incluse le operazioni militari, all’uso di incentivi e proposte allettanti per ottenere il risultato proposto. Come esempio del primo tipo ricordiamo l’impiego delle forze armate durante la guerra del Biafra (1967-70) e le guerre civili in Bosnia (1992-95), mentre, tra gli esempi più eclatanti del secondo tipo ricordiamo le offerte di denaro fatte ai nordvietnamiti dagli USA dopo la Prima guerra indocinese (1954-55) e l’apertura indiscriminata delle frontiere, fino ad allora rigorosamente sigillate, della Germania Est a opera del presidente Erich Honecker. Oltre che secondo i mezzi utilizzati, le migrazioni forzate possono essere classificate anche secondi i fini perseguiti, classificabili come territoriali, comunemente assimilabili alle «pulizie etniche», politici, nei quali ci si libera dei dissidenti interni o si destabilizza un governo straniero, e militari, che rafforzano le posizioni delle forze armate durante un conflitto. Proprio perché queste migrazioni forzate passano generalmente in secondo piano rispetto agli scopi militari, politici e territoriali che permettono di raggiungere, esse rischiano di non essere adeguatamente riconosciute, e quindi sottovalutate. L’elenco di migrazioni forzate, spesso non considerate tali, è davvero impressionante, e ci costringe a riguardare innanzitutto la storia recente per capirne meglio le dinamiche e i conflitti. Ma la loro analisi ci permette, soprattutto, di considerare lucidamente quello che sta succedendo, a tanti anni di distanza dalla pubblicazione del libro.
Inutile farci prendere dalla rabbia o dalla commozione: agitarsi furiosamente, invocando l’esercito affinché apra il fuoco contro le torme di straccioni che continuano a sbarcare sulle nostre coste, è altrettanto stupido che accoglierli sorridendo a braccia aperte, invitando tutti i derelitti e i furbi del pianeta ad accomodarsi nel nostro Paese, dando loro precedenza a chi qui ci è nato e cresciuto, e ha contribuito, grazie anche ai suoi padri, a rendere l’Italia quello che, nel bene e nel male, è oggi. Come scrive la Greenhill, «l’incapacità di percepire l’importanza tutt’altro che secondaria di un’arma politica usata spesso, può ostacolare seriamente la capacità tanto degli analisti che dei politici di comprendere, combattere e rispondere a minacce potenziali, così come di proteggere coloro che finiscono per essere vittime strumentalizzate». Da Amin Dada a Erich Honecker, passando per Castro fino al presidente bielorusso Lukashenko, che nel 2002 e 2004 avrebbe affermato esplicitamente (secondo quello che fu riportato sul «Times» del 14 novembre 2002) il ricatto all’Europa: «Se non ci pagate, non fermeremo il flusso di emigranti», assistiamo al ripetersi di uno schema consolidato, purtroppo costantemente ignorato dai media e sottovalutato dai politici.
Un’altra osservazione interessante è che, ovviamente, le vittime più deboli di queste migrazioni di massa sono le democrazie liberali, molto più vulnerabili perché sensibili – come sappiamo bene – al responso dell’opinione pubblica, facilmente manipolabile e politicamente efficace, e, soprattutto, perché generalmente offrono una protezione giuridica a chi si presenta come «rifugiato». Il fattore decisivo nella scelta del bersaglio, ovvero il paese da invadere, dipende dal grado di debolezza psicologica comune a tutte le società occidentali, ma molto più grave in alcune, che, quindi, vengono preferite. Ecco allora entrare in funzione gli agenti provocatori, i manipolatori della stampa e dell’informazione, i gruppi di pressione, strettamente legati ai gruppi di interesse, intenti, da un lato, a suscitare simpatia per i rifugiati, e dall’altro a eliminare qualsiasi dubbio sulla legittimità delle obiezioni, generalmente del tutto sensate, contrarie all’abolizione delle differenze di nazionalità e all’eliminazione delle frontiere. Il tutto ci riporta alla dimensione politica, ovvero al campo in cui dovrebbero essere fatte delle scelte e prese delle decisioni. Il fatto che sia proprio la politica il convitato di pietra di questa Europa, rende comprensibile il doloroso pasticcio in cui ci siamo cacciati, dal quale non sembra affatto facile uscire.


