1971, Operazione Ivy Bells: “Ho visto lui che intercetta me che intercetta lui…”.

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Durante la Guerra Fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica vivevano sotto la costante minaccia di un attacco nucleare. In questo clima di tensione, spionaggio e raccolta di informazioni erano attività vitali.

Lo racconta Lauren Dillon sul Substack “Historic Mysteries” del 21 marzo 2026.

Una delle missioni più audaci fu l’Operazione Ivy Bells, condotta negli anni Settanta da NSA, CIA e Marina americana. Gli americani scoprirono un cavo di comunicazione sottomarino sovietico che collegava la base di Petropavlovsk, sulla penisola di Kamčatka, al quartier generale di Vladivostok, attraversando il Mare di Ochotsk, acque territoriali strettamente controllate. Nel 1971 il sottomarino USS Halibut si infiltrò nella zona. Ufficialmente era lì per recuperare i resti di un missile sovietico; in realtà i sommozzatori individuarono il cavo a 120 metri di profondità e vi applicarono un sofisticato dispositivo di intercettazione.

L’USS Halibut con il mini-sommergibile per le operazioni segrete. Foto originale restaurata con l’IA.

Lo strumento registrava tutte le comunicazioni senza danneggiare il cavo e poteva staccarsi autonomamente in caso di manutenzione.I sovietici, convinti della sicurezza del collegamento, non crittografavano i messaggi. Gli americani ottennero così preziose informazioni sulle operazioni navali e sulla base di sottomarini nucleari di Petropavlovsk. Ogni mese i nastri venivano recuperati e analizzati dalla NSA.

L’operazione fu compromessa da Ronald Pelton, un ex dipendente NSA in gravi difficoltà economiche, che tra il 1980 e il 1983 vendette informazioni al KGB per poche migliaia di dollari. I sovietici intercettarono il dispositivo nel 1981. Gli Stati Uniti scoprirono il tradimento solo nel 1985, grazie alla defezione del colonnello del KGB Vitaly Yurchenko. Pelton fu arrestato e processato. Il dispositivo di intercettazione è oggi esposto in un museo di Mosca.

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