Il progresso dell’Umanità in termini scientifici, economici, sanitari e giuridici è stato preparato e accompagnato da stragi metodiche e senza precedenti. Di uomini e animali.
di Fabio Andriola da È la Storia Bellezza del 7 giugno 2026
Benvenuti alla puntata #61 di È la Storia Bellezza, la newsletter che parla di Storia prendendo spunto dalla cronaca. Un libro uscito da poco negli Stati Uniti ci mette di fronte ad una verità scomoda: il progresso politico, morale, economico e sociale degli ultimi tre secoli non solo è stato accompagnato ma è addirittura stato determinato dall’uso sistematico della violenza, dall’uso spregiudicato delle armi da fuoco, dalla stretta connessione tra morte (di uomini e animali) e commerci globali. E’ quanto sostiene uno storico statunitense con una ricerca dettagliata che non può lasciare indifferenti. E che comunque vale la pensa conoscere.
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E se il mondo avesse iniziato a crescere davvero e a diventare quello che oggi è soprattutto grazie a pistole e fucili? La domanda è meno bizzarra di quello che sembra e non solo perché, tra gli altri, se l’è posta il Wall Street Journal. C’è, storicamente, un rapporto tra la violenza organizzata e il progresso sociale, scientifico ed economico: è quanto sostiene in The Killing Age lo storico statunitense Clifton Crais (Ermory University) e sulle paludate colonne del quotidiano-Bibbia dei finanzieri di mezzo mondo, Kyle Harper, storico anche lui, gli dà sostanzialmente ragione ricordando un libro di 140 anni fa… «Nel 1898 il naturalista Alfred Russel Wallace – scrive Kyle – pubblicò Il secolo meraviglioso, una retrospettiva sui cento anni precedenti. Celebrò l’ondata di innovazioni che avevano arricchito l’esistenza umana: ferrovie, navi a vapore, telegrafi, telefoni, luci elettriche, anestetici, antisettici. Wallace non esagerava quando affermava che “non solo il nostro secolo è superiore a tutti quelli che lo hanno preceduto… ma potrebbe essere paragonato al meglio all’intero periodo storico precedente”. Ma Wallace era lucido riguardo alle carenze della sua epoca. Il “secolo meraviglioso” vide anche il saccheggio delle risorse della Terra, la sofferenza nei quartieri poveri delle città e la catastrofe umanitaria nelle colonie europee. Wallace si rammaricava del fatto che progresso e violenza fossero così strettamente legati, una contraddizione incarnata nelle nuove e raffinate tecnologie per uccidere. “Tutte le armi moderne, così come i loro proiettili, sono complessi meccanismi, rifiniti con la massima perfezione e bellezza; e rattrista qualsiasi persona di buon senso vedere tanta abilità e fatica, e gran parte dei risultati della scienza moderna, dedicati a scopi di pura distruzione”».

Clifton Crais nelle 700 pagine del suo The Killing Age è andato ben oltre le riflessioni di Wallace delineando – anche grazie ad una massa impressionante di dati – un affresco inquietante del mondo tra il 1750 e l’inizio del Novecento e ricordandoci che il mondo di oggi non è solo figlio di quel secolo e mezzo ma ne è, se possibile, l’estremizzazione. E lo è al punto da aver indotto Crais a rivedere il concetto di Antropocene, la definizione che da qualche lustro è stata coniata per definire il crescente influsso dell’uomo sulla mondo che lo circonda. Secondo il dizionario Treccani, specie a partire dalla Rivoluzione Industriale di metà XVIII secolo «l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell’atmosfera». Secondo Crais, invece che di Antropocene si dovrebbe parlare di Mortecene, parola bruttissima che nasconde un significato ancora più orribile e cioè quello di “Era della Morte”. Oppure “Età dell’uccidere”, The Killing Age, appunto.
Ho scelto il termini “uccidere” e non omicidio come verrebbe spontaneo di fronte alla parola killing per un motivo molto semplice: secondo Crais la nostra epoca è sì caratterizzata da una straordinaria e crescente «facilità e reddittività delle uccisioni» ma questo riguarda, come vedremo, tanto gli esseri umani che diverse specie animali. Uomini e bestie intrecciati in un drammatico destino comune sul quale si è basato – e si basa – il progresso economico mondiale. L’aspetto più interessante del grande lavoro di Crais sta nel mostrare i complessi e, apparentemente, non scontati rapporti che hanno collegato, ad esempio la caccia a bisonti e balene all’industria manifatturiera inglese e poi anche statunitense oppure al sistema bancario. Oppure lo schiavismo della Tratta atlantica che si rivela strettamente connesso con lo sviluppo e la produzione della polvere da sparo. E via con gli esempi: così tanti e dettagliati da far concludere allo storico Usa che «senza la violenza globalizzata la Rivoluzione Industriale non sarebbe avvenuta». E questo senza dimenticare che, in apparente contraddizione, quella Rivoluzione si è accompagnata allo sviluppo dell’Illuminismo (quindi alla definizione di concetti prima sconosciuti come quelli di “diritti universali” e “diritti umani”) e della prime forme di democrazia moderna. Non a caso, sorte in paesi anglosassoni come Gran Bretagna e Stati Uniti. [… continua]


