L’incomprensibile silenzio dei media di fronte all’83° anniversario dell’Armistizio di Cassibile
di Aldo A. Mola dal Nuovo Giornale Nazionale del 6 settembre 2026
Alle prese con cronache irrilevanti, i media hanno ignorato l’anniversario dell’evento che il 3 settembre 1943 cambiò la storia d’Italia, a conclusione della guerra contro Francia e Gran Bretagna, intrapresa con azzardo il 10 giugno 1940 e proseguita con errori rovinosi. Basti ricordare la dichiarazione di guerra contro l’URSS sulla scia di Adolf Hitler, giugno 1941, e contro gli Stati Uniti d’America, 11 dicembre 1941. La resa umiliante sottoscritta a Cassibile (Siracusa) ebbe conseguenze catastrofiche. Una certa Italia, ultranazionalista e fatua, mise a rischio l’indipendenza formale e sostanziale della Patria.
Un re costituzionale
Nell’estate del 1943 Vittorio Emanuele III esercitò i poteri di re costituzionale per smantellare il regime fascista, avviare trattative armistiziali con gli angloamericani e traghettare l’Italia dalla guerra a fianco della Germania di Hitler alla cobelligeranza con le Nazioni Unite.

Il suo disegno riuscì solo in parte. Alla conferenza di Casablanca (14 – 26 gennaio), nella quale decisero l’attacco all’Italia, i vincitori avevano stabilito che i vinti dovevano arrendersi “senza condizioni”.
L’Italia perse la guerra mentre tante sue forze armate erano in terre lontane dai confini nazionali. La 4a armata, in quel momento in Provenza, ricevette l’ordine di rientrare e fu sciolta.
Dopo trattative complesse, fu il caso della futura “Garibaldi” in Jugoslavia, altri corpi passarono sull’altro lato.
Il 4 giugno 1943 Vittorio Emanuele III respinse il suggerimento di Dino Grandi, destituire Mussolini “con un colpo di forza”, e gli fece intravvedere un’altra via: «Oggi il Parlamento tace; è imprigionato, lo so; ma c’è anche il Gran Consiglio che potrebbe costituire un surrogato del Parlamento.»
Dopo l’ennesimo inconcludente incontro di Mussolini con Hitler a Villa Gaggia presso Feltre lo stesso giorno del bombardamento angloamericano su Roma, 19 luglio 1943, a fronte dell’incapacità del “duce” di separare le sorti dell’Italia da quelle della Germania, il re ne decise la revoca da capo del governo, da tempo in programma, e la sostituzione con il maresciallo Pietro Badoglio.
Il 22 luglio 1943, due giorni prima che il Gran Consiglio si riunisse a Palazzo Venezia, 63 senatori «presenti in Roma, sicuri interpreti di quanti hanno a cuore le gloriose tradizioni del Senato del regno […], data la gravità della situazione» chiesero al presidente Giacomo Suardo di convocare «in seduta plenaria» la Camera Alta che non si riuniva da ormai quattro anni.
Prima che fosse esaminata, la richiesta venne scavalcata dagli eventi, a cominciare dalla seduta del Gran Consiglio del fascismo, convocata da Mussolini per le 17 del 24 luglio e conclusa verso le 2:30 del 25 con l’approvazione a larga maggioranza, 19 voti favorevoli, 9 contrari e 1 astenuto, dell’ordine del giorno presentato da Dino Grandi, con adesione di Giuseppe Bottai e Luigi Federzoni.
Esso mirò a salvaguardare il Gran Consiglio, la Camera dei fasci e tutte le istituzioni del regime.
Invitò «il Governo a pregare la Maestà del Re […] affinché Egli voglia per l’onore e la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio della nostra Augusta Dinastia di Savoia».
L’appello si risolveva nella richiesta dei gerarchi alla “monarchia fascista”, come recitò l’OdG, di accollarsi il peso della guerra, che precipitava verso l’ormai inevitabile sconfitta e quindi di addossarsi la responsabilità del loro stesso fallimento: una proposta astuta ma irricevibile da parte della Corona, che da tempo approntava la separazione della monarchia dal regime che da quasi vent’anni ne insidiava le prerogative e la sminuiva nell’opinione pubblica interna ed estera.
Vittorio Emanuele III agì certo per il trono e per la dinastia, ma altresì per l’Italia nata dal Risorgimento, dalle guerre per l’indipendenza e quasi tutta unificata dal 1918.
La mattina di domenica 25 luglio Mussolini chiese udienza al re, con un giorno di anticipo sul consueto incontro del lunedì. Alle cinque del pomeriggio il re lo ricevette.
Premesso che l’Italia era “in tocchi”, in un brevissimo colloquio gli comunicò la revoca da capo del governo e la sua sostituzione con Pietro Badoglio, a lui inviso e allontanato dal potere il 4 dicembre 1940, al fallimento della guerra contro la Grecia.
“Fermato”, non “arrestato”, a differenza di quanto solitamente si legge, Mussolini si dichiarò pronto a collaborare. Vittorio Emanuele III non ne aveva alcun bisogno.
Gli antifascisti dinnanzi al “colpo di Stato”
Su tacito impulso del re e di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d’Acquarone, il capo di Stato Maggiore generale Vittorio Ambrosio aveva allestito il piano per “far sparire” Mussolini.
Non per ucciderlo, come taluno interpreta, ma isolarlo e renderlo irreperibile, in modo che non potesse capitanare movimenti fascisti eversivi.
Il progetto del sovrano risultò analogo a quello prospettatogli il 2 giugno da Ivanoe Bonomi (1873 – 1951), un tempo socialriformista, democratico, già ministro della Guerra nell’ultimo governo presieduto da Giolitti, presidente del Consiglio (luglio 1920 – febbraio 1922) e collare della SS. Annunziata e, quindi, “cugino del re”.
Benché non avesse motivo di fidarsene ciecamente, il re optò per Badoglio. Lo sapeva noto e anche apprezzato all’estero, in specie dai francesi, e non ne ignorava i contatti con gli inglesi, ai quali, documenta Elena Aga Rossi, il maresciallo aveva comunicato di non ritenersi più vincolato a Casa Savoia e di essere pronto a sostituire Mussolini. Il premier britannico Winston Churchill ne prese nota.
Il voto del Gran Consiglio colse di sorpresa gli antifascisti “moderati”. Il pomeriggio stesso della seduta, Bonomi venne informato dell’ordine del giorno Grandi dal massone Domenico Maiocco, su incarico dell’antico quadrumviro e monarchico Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon.
Il 28 luglio in casa di Giuseppe Spataro gli esponenti di sei “correnti” liberale, democratica, cattolica, di azione, socialista e comunista, incaricarono Bonomi di illustrare le «questioni – a loro avviso – urgenti» a Badoglio, capo del «governo militare del Paese, con pieni poteri».
Il 29 si costituirono in comitato nazionale. Dalla mera “osservazione” passarono dunque al “colloquio” con il maresciallo, che a Bonomi parve di «molta inesperienza politica, ma molta buona volontà».
Badoglio al governo
Come documentano i verbali del Consiglio dei ministri pubblicati a cura di Aldo G. Ricci,, nella sua prima riunione, il 27 luglio 1943, il governo approvò schemi di decreti legge che voltarono pagina nella storia d’Italia: soppressione del Partito nazionale fascista, del Gran Consiglio del fascismo e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato; scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni; sostituzione di Giacomo Suardo con il grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel alla presidenza del Senato; nomina del generale Quirino Armellini al comando della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, che assunse per distintivo le stellette dell’esercito al posto dei fasci.

Carmine Senise fu nominato capo della Polizia, militarizzata e sottoposta alla legge penale militare. Una mole di misure così ampia e di vasta portata non fu frutto di improvvisazione. Nelle settimane precedenti “la svolta”, Badoglio era stato ripetutamente in udienza dal re.
Il maresciallo aveva due obiettivi: reprimere drasticamente prevedibili proteste a favore di Mussolini e del fascismo; mostrare all’estero di avere il controllo dell’ordine pubblico.
Conseguì lo scopo e mostrò agli angloamericani che il “governo del re” era l’unico interlocutore affidabile e garante delle condizioni di resa, messe a punto dagli alleati prima ancora di sbarcare in Sicilia e di accelerare la crisi del regime.
Il 5 agosto il governo tenne la sua seconda seduta e varò altre importanti misure: cancellazione del fascio littorio, funzionamento della giustizia e del corpo diplomatico, organico dei carabinieri, reintegrazione di docenti ingiustamente rimossi dal regime e devoluzione dei patrimoni di non giustificata provenienza, mentre i giornali (i cui direttori erano di nomina post-fascista) denunciavano i “profitti di regime”.
Verso la fine della guerra: “armistizio” o “resa senza condizioni”?
Il 7 agosto il re autorizzò l’avvio di contatti con gli angloamericani per approdare a trattative armistiziali. Come scrisse nelle memorie, mai confutate al riguardo, il generale Giuseppe Castellano (1893 – 1977), il più giovane dell’esercito italiano e di piena fiducia del sovrano, si offrì di raggiungere in qualsiasi modo il comandante delle forze angloamericane sul fronte europeo, Dwight Eisenhower, «per far conoscere le nuove intenzioni dell’Italia dopo la caduta del fascismo», a cospetto della «già palese occupazione da parte dei tedeschi».
La mattina del 12 agosto il comandante supremo Vittorio Ambrosio gli ordinò di partire il giorno stesso per Lisbona con il compito di prendere contatto con il comando angloamericano.
In un incontro del tutto casuale, il ministro degli Esteri Raffaele Guariglia gli raccomandò di non farsi scoprire e di chiedere agli Alleati di sbarcare a nord di Roma per metterla al sicuro dai tedeschi.
Guariglia riteneva che le trattative armistiziali dovessero rimanere riservato dominio del corpo diplomatico. Non percepiva che per gli angloamericani la resa dell’Italia non era una questione politica ma prettamente militare.
Contrariamente a quanto si pensava a Roma, l’Italia non aveva nulla da “trattare”. Doveva solo ricevere ed “eseguire” le condizioni che le sarebbero state dettate.
Privo di credenziali, a parte l’invito a riceverlo, scritto su un biglietto dall’ambasciatore britannico in Vaticano, Francis D’Arcy Osborne, al suo collega a Madrid, Samuel Hoare, Castellano partì con passaporto intestato a tale Raimondi, funzionario del ministero di Scambi e Valute.
Poiché non conosceva l’inglese si valse quale interprete di Franco Montanari, nipote di Badoglio e console italiano a Lisbona. Il viaggio fu avventuroso. A Genova il loro vagone rischiò di essere dirottato verso Torino, donde sarebbe proseguito in direzione Bardonecchia – Modane: una linea interrotta da bombardamenti.
Fortunatamente poté proseguire verso la Costa Azzurra. Partito da Roma il 12, Castellano giunse a Madrid il 15. Profittò di una sosta di poche ore per farsi ricevere dall’ambasciatore Hoare, conservatore e buon conoscitore dell’Italia, ove dal 1917 era stato in servizio per i servizi segreti militari britannici.
Fattosi riconoscere, Castellano fu accolto con cordialità ed espose con franchezza non solo le tragiche condizioni dell’Italia ma anche l’intento di combattere i tedeschi. Hoare gli dette un biglietto per il collega a Lisbona, Ronald Campbell, e gli assicurò che avrebbe tempestivamente informato gli Alleati del suo arrivo.
Giunto a Lisbona alle 22 del 16 agosto il generale cercò il contatto con l’ambasciatore britannico. Accolto con formale cortesia, in un primo rapido colloquio ebbe la sensazione che Londra non fosse stata affatto informata e non lo avesse allertato. Rimase due giorni in attesa di convocazione tramite un messaggio firmato “du Bois”, che sarebbe stato recapitato a Montanari.
Solo alle 22:30 del 19 agosto Castellano fu finalmente ricevuto da Campbell, nel frattempo raggiunto dal generale Walter Bedell Smith, capo di Stato Maggiore del comando alleato ad Algeri, dall’incaricato d’affari statunitense George Kennan e dal generale Kenneth Strong, capo dell’Intelligence Service angloamericano: una delegazione del massimo livello, che lo salutò con un cenno del capo. Castellano cercò di esporre il suo punto di vista, da comunicare al comandante supremo Dwight Eisenhower: gli italiani intendevano concorrere alla guerra contro i tedeschi.
Smith rispose freddamente leggendogli le condizioni della resa che l’Italia era tenuta a sottoscrivere senza obiezioni né riserve di sorta entro le 24 del 30 agosto, il cosiddetto “armistizio breve”, e gli illustrò la Dichiarazione redatta il giorno prima da Roosevelt e da Churchill nel corso della conferenza di Québec (14 – 24 agosto).
Castellano rifiutò di commentare i documenti che era tenuto a recare a Roma, ma se ne fece illustrare ulteriormente i contenuti e perorò uno sbarco angloamericano nelle vicinanze di La Spezia e uno presso Rimini per costringere i tedeschi ad arretrare per difendersi nell’Italia settentrionale, «abbandonando tutta la parte centro-meridionale».
I suoi interlocutori lo ascoltarono «impassibili». Castellano aggiunse infine che «per condurre a termine i preparativi di una effettiva collaborazione» il governo italiano aveva bisogno che trascorressero almeno quindici giorni tra la firma segreta della resa e il suo annuncio.
Al riguardo non ottenne alcun chiarimento. Fornito di una radio ricetrasmittente, di cifrario e di una “parola chiave” per aprire le comunicazioni, il 23 agosto partì in treno per Roma. Vi giunse il 27, tre giorni prima della scadenza fissata all’Italia per l’accettazione della resa.
Poco dopo la sua partenza, con missione identica alla sua, approdarono a Lisbona i generali Francesco Rossi e Giacomo Zanussi, già addetto militare a Berlino e quindi ricevuto freddamente dagli interlocutori, che gli consegnarono sia lo strumento di resa già dato a Castellano sia clausole aggiuntive, il cosiddetto “armistizio lungo”, approntato, come il “corto”, molto prima che gli italiani contattassero gli alleati.
Giunto a Roma Castellano consegnò i documenti al comandante supremo Ambrosio, che li comunicò a Badoglio.
Mentre continuavano i durissimi bombardamenti “pedagogici” sulle principali città italiane (il 13 agosto Roma, poi Torino, Milano, Napoli, Foggia…), appreso che il governo Badoglio si stava avviando alla resa, nel Memorandum di Quebec del 18 agosto 1943 il presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Delano Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill avevano dichiarato che «la misura nella quale le condizioni [di resa] saranno modificate in favore dell’Italia dipenderà dall’entità dell’apporto dato dal Governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania durante il resto della guerra».
Gli italiani avrebbero ricevuto tutto l’aiuto possibile delle Nazioni Unite ovunque avessero combattuto contro i tedeschi. Al momento dell’armistizio il governo di Roma doveva ordinare alla flotta e agli aerei di consegnarsi agli alleati.
Dai porti del Nord le navi dovevano recarsi «nei porti a sud della linea Venezia – Livorno». Roma ne dedusse che gli angloamericani si sarebbero attestati a nord di Roma e di Firenze a ovest e sulla costa romagnola a est.
Nei due giorni seguenti al rientro di Castellano, il maresciallo Badoglio, Ambrosio, d’Acquarone e il generale Giacomo Carboni, comandante del corpo d’armata schierato a difesa di Roma, valutarono con lui le condizioni della resa.
Informato il 29 agosto dell’esito della missione a Lisbona, il re ne colse l’aspetto fondamentale: mentre comunicavano le durissime clausole “senza condizioni” gli angloamericani chiamavano a risponderne il “governo del re”.
Quindi, la continuità istituzionale dell’Italia era salva, proprio quale garante della loro esecuzione. Pertanto, nell’impossibilità assoluta di invertire il corso della storia e nell’urgenza, anzi, di rompere l’alleanza con i tedeschi, ormai dilaganti nel Paese, Vittorio Emanuele III concluse che la resa andava sottoscritta così com’era imposta.
Dopo la revoca di Mussolini e la decisione di avviare il contatto con gli angloamericani per l’armistizio, fu la terza decisione di fondamentale importanza per le sorti dell’Italia assunta nel volgere di 36 giorni da chi era “capo supremo dello Stato” in forza dell’art. 5 dello Statuto.
Il 31 agosto Castellano partì con Franco Montanari per l’aeroporto di Termini Imerese, indicatogli dagli Alleati, che ne scortarono il volo. Trasferito al loro campo presso Cassibile, illustrò il memorandum approntato dal ministro degli Esteri Raffaele Guariglia.
Il governo aveva bisogno che l’annuncio della resa coincidesse con un massiccio sbarco degli Alleati, almeno quindici divisioni, a nord di Civitavecchia e con il lancio di una divisione di paracadutisti nei pressi di Roma a supporto delle divisioni italiane schierate a difesa della capitale e, implicitamente, del vulnerabilissimo Stato della Città del Vaticano.
Gli angloamericani si limitarono a promettere l’aviolancio di 2.000 uomini e intimarono l’accettazione immediata delle condizioni di resa senza alcuna obiezione. Rientrato in serata a Roma, il 1° settembre Castellano aggiornò Badoglio, Ambrosio e Carboni.
Questi dichiarò impossibile la difesa di Roma per carenza di armi, munizioni e carburante, a differenza di quanto da lui affermato in precedenza. Nel pomeriggio il re sciolse ogni riserva. La resa era l’ineluttabile approdo del cammino intrapreso il 25 luglio.
Seguirono due giorni di confusione. Il 2 settembre, sempre affiancato da Montanari quale “official italian interpreter” e accompagnato dal maggiore Luigi Marchesi, Castellano volò per la seconda volta a Termini Imerese per essere condotto al Fairfield angloamericano di Cassibile.
Poiché, però, si presentò senza le necessarie credenziali, dovette insistere ripetutamente affinché Badoglio ufficializzasse la sua missione di rappresentante del governo. A volte il maresciallo appariva l’ombra di sé stesso. Anche il principe ereditario Umberto di Savoia lo notò e ne rimase sfavorevolmente impressionato.
Sin dal 1° settembre il Comitato Centrale interpartitico antifascista era informato di quanto stava avvenendo tramite Luigi Rusca, amministratore delegato della casa editrice Mondadori, richiamato alle armi con il grado di tenente colonnello e addetto al Servizio Informazioni Militari.
Per capire meglio, Bonomi chiese un colloquio con Badoglio, che però, giustamente allarmato dalla fuga di notizie implicita nelle sue domande, rimase silenzioso, «molto turbato e preoccupato».
Alle 17:15 di venerdì 3 settembre «per il Maresciallo Pietro Badoglio, capo del governo italiano» Castellano, «generale di brigata, addetto al Comando supremo italiano», e Walter B. Smith, maggior generale dell’esercito statunitense e capo di Stato Maggiore «per Dwight Eisenhower, generale dell’esercito degli USA, comandante in capo delle forze alleate», sottoscrissero le condizioni della resa (“surrender”) dell’Italia presentate per delega degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e nell’interesse delle Nazioni Unite, comprendente l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, URSS.
Esse imposero il trasferimento immediato della flotta e degli aerei nelle località designate dal comandante in capo alleato, con i dettagli di disarmo da lui fissati, la garanzia immediata del libero uso da parte degli alleati di tutti gli aeroporti e porti navali in territorio italiano, l’immediato richiamo a proprio carico in Italia delle forze armate dislocate all’estero e la garanzia da parte del governo che, se necessario, avrebbe impegnato tutte le sue forze per assicurare la sollecita e precisa esecuzione delle condizioni della resa.



