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La commedia dell’arte: professionali, quei comici!

La compagnia dei Comici Gelosi in un dipinto di scuola fiamminga, 1580 circa. (Scala Archives)I luoghi comuni e le idee correnti, quelle stesse su cui Flaubert scatenava i suoi micidiali sarcasmi, sembrano avere maggior fortuna proprio quanto più sono superficiali. Della Commedia dell’Arte si pensa come a un teatro (molto) popolare, simpaticamente primitivo e quasi affine a quello dei burattini, in cui comici ruspanti, ridotti a maschere facilmente riconoscibili, poco più che dei ciarlatani, se le danno di santa ragione, strillano e saltano, improvvisando alla meglio per la gioia di un pubblico di bocca buona. Tocca ai più avvertiti storici del teatro dimostrare come da questo presunto «brodo primordiale» prendano laboriosamente forma esperienze complesse, che tra Cinque e Settecento contribuiranno in misura rilevante alla nascita del teatro moderno, autoriale, quale noi lo conosciamo. Nel Dna di Shakespeare, Molière, Marivaux, Goldoni e Gozzi ci sono anche questi attori girovaghi e polivalenti di svelto ingegno. Veri uomini di teatro, non saltimbanchi.

di Ernesto Ferrero dal Sole24 ore del 27 luglio 2014 

Tra questi storici, nella scia degli studi pionieristici di Ludovico Zorzi, un merito speciale se lo è conquistato Siro Ferrone, che insegna Storia dello spettacolo a Firenze, e sul tema lavora proficuamente da almeno vent’anni, pubblicando testi e documenti, e restituendo alla loro professionalità figure di attori-autori-manager le cui vite avventurose, ingegnose e picaresche farebbero la gioia di qualsiasi narratore. Attrici e attori italiani in Europa XVI-XVIII, recita il sottotitolo di questo suo nuovo lavoro, denso di aperture e risultati, che riporta correttamente la pratica teatrale a coloro che ne furono protagonisti. Dove si dimostra in primo luogo che il loro repertorio non era soltanto comico, ma comprendeva e miscelava creativamente generi diversi, dove il «lacrimoso» è più frequente del «ridicoloso» (tragedie, tragicommedie, pastorali, drammi esotici), che potevano inglobare canto, musica, danza, mimica, sempre con un occhio attento all’attualità e alle esigenze dell’audience o della committenza. Intelligente teatro d’azione, «negoziato tra culture diverse», esercizio continuo d’inventività viaggiante che si arricchiva della sua stessa itineranza, costituendosi in una sorta di network europeo. Nasceva così e si affinava una testualità «consuntiva» che veniva poi fissata su carta, non troppo diversamente da quello che poi avrebbe fatto Dario Fo con i suoi copioni in progress.

Di una internazionalità integrata parla chiaramente la cartina che Ferrone ha inserito nel volume. Dà conto di percorsi che dall’Italia si dipartono verso Lione e Parigi, sino ai Paesi Bassi e a Londra, ma anche a Lisbona e a Madrid; oppure passato il Brennero si spingono in Sassonia e Polonia, sino a Mosca e San Pietroburgo. Esperienze on the road, spesso rischiose, che forgiavano la professionalità di vere compagnie sempre meglio strutturate, ed è questo il tratto che Ferrone giustamente enfatizza, allegando tra l’altro sessanta pagine di un Dizionario biografico di attori e attrici, tra cui spiccano Isabella Andreini, autentica diva, morta a Lione nel 1604 e celebrata da Lope de Vega; o la «divina» Vittoria Piissimi, «bella maga d’amore che alletta i cori di mille amanti», lodata da Tommaso Garzoni. L’avvento delle donne (deprecato dai moralisti, che le equiparano senza mezzi termini alle meretrici) rappresenta, scrive convintamente Ferrone, «la più rilevante novità dello spettacolo europeo del Cinquecento e uno dei fattori decisivi per la formazione del teatro dei professionisti»; e un sostanziale arricchimento dei registri espressivi.

Genere effimero per definizione, quel «teatro d’attori» impone ad uno studioso le fatiche, ma anche le gratificazioni, di andare a scavare nei materiali più diversi, dagli atti di nascita, d’acquisto o di affitto alle lettere, ai preziosi zibaldoni-contenitori (poesie, citazioni letterarie, scene dialogate, frammenti di copione multiuso), alle testimonianze indirette, finendo per ricostruire un quadro d’epoca capace di coinvolgere anche il lettore non specialista. Ferrone vi aggiunge un prezioso inserto iconografico di quasi sessanta tavole, per lo più poco note, che forniscono una quantità d’informazioni supplementari e rendono l’immediatezza, il «colore» di quei consumi culturali: la calzamaglia rossa e il mantello nero di Pantalone, la divisa antiquata dei Capitani, i costume variopinto degli Arlecchini e quello monocolore degli Zanni, gli Arlecchini multicolori, l’abito nero dei dottori saccenti.

Siro Ferrone, La Commedia dell’arte, Einaudi, Torino, pagg. XIV-412, € 32,00

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copertina Ferrone-Commedia dell'Arte

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