di Paolo Campagna, esperto di ricerche genealogiche – Il Genealogista
Il 2026 – più precisamente: lo scorso aprile 2026 – è stato un momento fondamentale per storici e genealogisti, specie quelli attenti alla storia di Sicilia: infatti, la mattina del 27 Aprile 2026 il Portale Antenati del Ministero della Cultura ha reso disponibili online i riveli di beni e anime, fondamentali censimenti siciliani redatti a partire dal 1505 dal Tribunale del Real Patrimonio e dalla Deputazione del Regno delle Due Sicilie. Si tratta di una delle più importanti pubblicazioni degli ultimi anni, perché non relativa al territorio di una sola provincia (come accade solitamente con gli Archivi di Stato), ma di tutta la Sicilia, la regione più grande d’Italia. Non solo: ad essere coperto non è più solo l’Ottocento, ma periodi ben precedenti: Settecento, Seicento e buona parte del Cinquecento.
Non si fa fatica dunque a capire la gioia che ha investito ricercatori e appassionati non appena ricevuta la notizia. Notizia che peraltro non è arrivata esattamente come un fulmine a ciel sereno, dal momento che da anni si vociferava della possibile pubblicazione online (vista la microfilmatura effettuata da FamilySearch ma disponibile solo in modalità “fisica” a Salt Lake City o, fino ad alcuni anni fa, presso i centri di storia familiare ovvero i Templi – chiese – mormoni), o il rinnovo con conseguente modifica degli accordi tra la Direzione Generale Archivi e FamilySearch. Dopo un anno di novità regolamentari (su tutte la riforma della legge sulla cittadinanza) e tecniche (rimozione da FamilySearch dei registri consultabili sul portale Antenati), questa pubblicazione rappresenta un’importantissimo passo in avanti, quasi insperato, per storici e genealogisti.
Perché i riveli sono così importanti? E’ presto detto: una volta terminata la consultazione dei registri dello Stato Civile (che in Sicilia inizia nel 1820), per tornare più indietro ci si rivolge solitamente ai registri parrocchiali… Ma questi, per quanto siano spesso abbastanza ordinati e “sopravvissuti” al tempo, pagano la mancata organizzazione statale che ne consentirebbe una consultazione regolata e continua, rispondendo invece a regolamenti che variano da Diocesi a Diocesi e spesso anche da parrocchia a parrocchia, in quanto il Parroco è il custode ultimo dei registri. Tali registri iniziano peraltro solo dall’erezione a Parrocchia della singola chiesa, e quasi mai prima del Concilio di Trento (1545 – 1563), che ne sancì l’adozione. In breve, in molti casi è facile imbattersi in sacerdoti impegnati in più chiese (e che quindi non hanno tempo da dedicare ai ricercatori), con archivi incompleti o in cattivo stato, chiese che hanno subito danni (terremoti, alluvioni), parrocchie nate solo nel ‘600-‘700 (come nei casi di comuni nati per licentia populandi)… Ecco che entrano in gioco i riveli! I riveli di beni e anime, precursori del successivo Catasto Onciario del Regno di Napoli, sono dei veri e propri censimenti redatti in ogni comune della Sicilia a partire almeno dal 1505 fino al 1811, quasi tutti conservati in un unico archivio: l’Archivio di Stato di Palermo, presso la sede della Catena.
Da decenni i ricercatori si recano a Palermo per la consultazione dei preziosissimi volumi, rispettando le rigide (e sacrosante) regole che gli Archivi Statali prevedono… Se fino a qualche anno fa ogni ricercatore poteva consultare fino a 7 volumi al giorno, oggi questo numero si è ridotto a 4, e a questo si aggiungono i tempi tecnici della “presa” in archivio dopo la richiesta ufficiale. Inutile girarci intorno: centinaia se non migliaia di ricerche si sono arenate vista la difficoltà di consultazione dei riveli, soprattutto per chi non vive nelle vicinanze di Palermo. Ma adesso non è più così, la pubblicazione sul Portale Antenati cambia tutto, lo dimostra il forte rallentamento riscontrato sullo stesso portale nei primi giorni dopo l’annuncio e il fermento nei gruppi di storia e genealogia online; finalmente da casa propria, a qualunque ora del giorno (o, spesso, della notte), feriale o festivo che sia, è possibile consultare le foto dei registri che compongono i riveli, senza limite nel numero di registri.
Si potrà obiettare che un’altra grande fonte storica è rappresentata dagli archivi notarili, presenti e spesso disponibili sia nel Sei-Settecento che anche (molto) prima, ma questi sono ottimi per la ricerca storica, meno per quella genealogica, vista la mole immensa di registri, l’assenza spesso dei repertori e l’eterogeneità delle questioni legali trattate. Anche la loro ubicazione (Archivi di Stato, Tribunali) non aiuta il ricercatore. Si è detto invece che i riveli sono un’ottima fonte per la ricerca genealogica, e il motivo è molto semplice: servivano per tassare la popolazione. Le tasse, croce e delizia di ogni amministrazione da tempo immemore, e i soldi, spesso il motore più potente di tutti (con tutto il rispetto per Dante) sono state alla base della maggior parte delle decisioni che hanno condizionato la vita dei nostri antenati (e le nostre, oggi più che mai). Nello specifico la “tassa” era il donativo che il vicerè inviava alla Corona Spagnola; queste dichiarazioni dei redditi servivano dunque a definire il livello di “ricchezza” di tutte le Universitas (località) siciliane, dato dalla somma delle ricchezze delle famiglie che vi abitavano.
Ma cosa significa “rivelo”? La capacità tutta meridionale di semplificare grandi concetti con termini semplici ha reso quello che era stato concepito come un “censimento demografico \ economico basato su rilievi autodichiarati” una semplice “rivelazione”, cioè (auto)dichiarazione; ogni scheda, detta “memoriale” inizia infatti con la formula “Rivelo che fa il Sig. Tizio Caio, figlio di Sempronio della terra di…” seguito dal comune in cui avveniva la dichiarazione e altre formule. “Rivelo che” dà vita ai riveli, tramite un’arcaica sineddoche che, a pensarci bene, non è poi così difficile. Cosa “rivelavano” i siciliani? E cosa non rivelavano? I decreti che di epoca in epoca regolavano i riveli prevedevano che i capifamiglia di ogni famiglia residente in un determinato territorio si recassero dal funzionario incaricato al censimento per dichiarare: composizione familiare, elenco dei beni posseduti (mobili e immobili, come case, terreni, produzioni agricole, bestiame, crediti vantati, etc), debiti verso il feudatario o verso altri dichiaranti (le “gravezze”).
La somma algebrica tra beni e “gravezze” indicava il livello di “ricchezza” della famiglia, quello che oggi chiameremmo ISEE, e di conseguenza l’importo in tasse che questa avrebbe dovuto versare. Ma, come si dice, “fatta la legge, scoperto l’inganno”: tutte le figlie femmine e i maschi sotto una certa età erano considerati un “peso” per la famiglia, e davano quindi diritto a detrazioni; i maschi adolescenti invece erano già braccia valide per l’agricoltura, quindi erano capaci di produrre potenzialmente un guadagno, inoltre i maschi maggiorenni potevano essere eventualmente chiamati alle armi… Ecco che le età dei maschi, spesso, erano diminuite o aumentate a seconda dei casi… Non solo: sacerdoti e appartenenti al clero erano dispensati dal produrre la dichiarazione dei loro possedimenti, ed ecco quindi che monaci, suore e preti si trovavano “proprietari” dei terreni dei familiari nei mesi precedenti alla redazione del rivelo…
Poi ci sono le esenzioni: vedove e indigenti non erano obbligati a presentare il rivelo, come non lo erano i capifamiglia di famiglie con più di 12 figli (il concetto di “famiglia numerosa” ai fini fiscali si è ridotto drasticamente al giorno d’oggi, se pensiamo che per l’Agenzia delle Entrate ci sono detrazioni per famiglia con tre figli), ed erano invece del tutto esenti dal rivelo le città di Palermo e Messina (quest’ultima fino alla rivolta antispagnola del 1674) per privilegio (il che non vuol dire che non pagavano altre tasse, ovviamente). Ma al netto degli escamotage trovati dai siciliani dei secoli scorsi per evadere il fisco, l’analisi dei riveli consegna alla storiografia un’importantissima fonte di informazioni, grazie alla quale negli scorsi anni sono stati pubblicati fondamentali studi come quello, che cito su tutti come riferimento essenziale, del 2002 del Prof. Domenico Ligresti “Dinamiche demografiche nella Sicilia moderna (1505-1806)“. E’ facile pensare che, vista l’ “improvvisa” disponibilità delle fonti online, tali studi si moltiplicheranno nei prossimi anni, fornendo una conoscenza ancora più approfondita della storia siciliana.
Ma non è solo l’aspetto storico a guadagnare da questa pubblicazione, lo è al pari, se non di più, quello genealogico. Chiunque abbia condotto la ricerca genealogica nelle fonti civili ed ecclesiastiche, oltre ad essere giunto probabilmente al ‘600, sa che senza consultare gli immensi archivi notarili può sperare di scoprire solo nomi, cognomi e date degli antenati più remoti, e mestieri \ indirizzi di quelli dell’Ottocento; con i riveli si può tornare più indietro, e questo rappresenta già un risultato fondamentale; in più, non si scoprono solo nomi e cognomi (a dire il vero questi spesso sono assenti per le mogli, al pari delle età per le figlie femmine, che in un periodo tanto patriarcale come quello in esame erano considerate un “peso” sia che avessero 3 anni o che ne avessero 16), ma proprietà (con estensione e confini), relazioni con altre famiglie, condizioni economiche, principale attività lavorativa etc…
Per conoscere meglio il mondo affascinante della genealogia e il lavoro di Paolo Campagna si può visitare il suo sito https://www.ilgenealogista.it/it/ oppure cercarlo su FB (facebook.com/ilgenealogista), Instagram (instagram.com/ilgenealogista) o su Youtube



