Nel cuore dei deserti centrali australiani si trova la Sezione 400. Questa porzione di territorio di circa 1.782 chilometri quadrati è stata restituita nel novembre 2014 ai suoi antichi occupanti, la tribù aborigena dei Maralinga Tjarutja. La restituzione ha avuto soprattutto un valore simbolico: l’area rimane una zona di esclusione militare, ancora contaminata da terreno radioattivo, metalli e detriti prodotti durante i test nucleari britannici.
Una vicenda raccontata dalla giornalista Jessica Urwin, l’autrice di “Contaminated Country: Nuclear Colonialism and Aboriginal Resistance in Australia” (University of Washington Press, 2025) su History Today Volume 76 Issue 7 July 2026.
A più di settant’anni dal primo test nucleare britannico in Australia, effettuato il 3 ottobre 1952, l’Australia detiene le maggiori riserve di uranio al mondo, un elemento che continua a far discutere sul possibile ruolo del nucleare nel futuro energetico del Paese. Indipendentemente dalle scelte future, le eredità materiali di quei test restano evidenti: il terreno, i macchinari e i residui contaminati della Sezione 400 ne sono la prova concreta.
Tra il 1952 e il 1963 la Gran Bretagna effettuò 12 test di armi nucleari sul suolo australiano, oltre a centinaia di esperimenti “minori”. I primi si svolsero sulle isole Monte Bello, al largo dell’Australia Occidentale; in seguito i siti si spostarono nell’interno, a Emu Field (Operazione Totem, ottobre 1953) e a Maralinga (Operazioni Buffalo del 1956 e Antler del 1957). Nei test minori gli scienziati bruciarono, fecero cadere o dispersero plutonio per studiare gli effetti di possibili incidenti.
La Gran Bretagna, impegnata nella corsa agli armamenti dopo il 1945, aveva bisogno di un luogo adatto alle sperimentazioni. L’Australia offrì ampi spazi aperti, stabilità geologica e scarsa densità di popolazione. Il governo australiano, guidato da Robert Menzies, accettò di collaborare, ritenendo che la partecipazione potesse favorire anche le future capacità atomiche nazionali.
Gli effetti locali furono a lungo poco conosciuti. Nel 1953, durante il test Totem I (potenza di circa dieci chilotoni), testimoni come Lallie Lennon raccontarono di una “nebbia nera”: una nube scura e densa che si diffuse bassa sul terreno, attaccandosi agli alberi e provocando eruzioni cutanee, problemi agli occhi e piaghe in chi vi fu esposto. Le autorità consideravano la zona sostanzialmente disabitata. In un caso documentato, una famiglia aborigena fu trovata vicino al cratere di una bomba, decontaminata e trasferita a sud, alla Missione di Yalata.
Negli anni ’80, di fronte alle richieste di restituzione delle terre, il governo australiano istituì la Commissione Reale McClelland (1984-85). L’inchiesta evidenziò misure di sicurezza insufficienti anche per gli standard dell’epoca, scarsa consultazione e lacune informative. Emerse inoltre il forte legame delle comunità locali con il loro territorio, descritto come luogo di nascita, crescita e appartenenza generazionale. Alla conclusione dei lavori, l’opinione pubblica prese maggiore consapevolezza non solo degli aspetti radiologici, ma anche degli spostamenti di popolazione e delle conseguenze a lungo termine.
Oggi la Sezione 400 rappresenta ciò che resta dei circa 100.000 chilometri quadrati originariamente destinati alle sperimentazioni. Continua a essere un’area controllata e contaminata, simbolo di un passato nucleare che l’Australia, pur non essendo una potenza nucleare, continua a gestire.
Sull’onda delle polemiche decolonialiste ora libri come quello della Urwin riportano il discorso alle “colpe” dei coloni bianchi contro gli aborigeni.



