Il 16 aprile 1550, su raccomandazione del Reale e Supremo Consiglio delle Indie, l’imperatore Carlo V bloccò bruscamente la conquista dell’America per pronunciarsi su una questione spinosa: gli indigeni erano esseri umani uguali agli spagnoli? Una vicenda raccontata da Yoel Meilàn su La Razon del 9 aprile 2026.
Nell’agosto dello stesso anno iniziò la “Controversia di Valladolid”, in cui teologi, avvocati ed eruditi discussero su come e in che modo dovesse essere condotta questa conquista in America. Un evento senza precedenti: un imperatore che decideva di frenare le sue conquiste affinché gli studiosi potessero analizzare il suo buon diritto e le modalità affinché fosse moralmente corretta.
C’era una genuina preoccupazione religiosa in Spagna: un’élite politica tremendamente devota e preoccupata per le proprie anime e la rettitudine delle proprie azioni. La bolla papale «Inter Caetera» del 1493 conferiva ai re spagnoli il dominio e la missione di evangelizzazione, ma non diceva nulla sul trattamento e sulle modalità, cosa che risultava cruciale per molti all’epoca. Le continue notizie di abusi nei confronti della popolazione indigena facevano sì che la corte si preoccupasse di cosa si facesse con quelli che erano stati dichiarati sudditi della Corona dal 1500.
In questo dibattito, che durò fino al 1551, si scontrarono due posizioni: quella di Sepúlveda, che sosteneva la conquista dei popoli «barbari», ispirandosi all’idea aristotelica secondo cui «il bene deve prevalere», e quella del frate domenicano Bartolomé de las Casas, che promuoveva la conquista ma con l’obiettivo di un’evangelizzazione pacifica. Entrambi erano grandi eruditi, anche se De las Casas tendeva a esagerare i crimini degli spagnoli per dare più forza alle sue argomentazioni. La sua idea centrale era che gli indigeni, non avendo conosciuto Cristo, non potevano essere trattati come infedeli e dovevano avere la libertà di convertirsi senza subire maltrattamenti o essere sottomessi con la violenza. La commissione, che non dichiarò un vincitore, finì per adottare maggiormente le tesi del domenicano in nome dell’evangelizzazione e della protezione dei sudditi d’oltremare.
Nel 1542 erano già state approvate le Leyes Nuevas, con le quali si cercava di proteggere gli indigeni vietando la loro schiavitù e il sistema delle encomiendas, sebbene la loro attuazione fosse incerta in assenza di un corpus giuridico solido e di mezzi efficaci per garantirne l’applicazione. A seguito di questo dibattito, i tribunali furono rafforzati e ai Protettori degli Indigeni furono assegnati procuratori e avvocati pagati dalla Corona per garantire che la popolazione locale non fosse maltrattata né ridotta in schiavitù. Gli indigeni furono dichiarati «miserabili», il che nel linguaggio dell’epoca significava titolari di una protezione legale supplementare.
Nel 1573 Filippo II promulgò nuove leggi di protezione degli indigeni e si cercò di ridurre la violenza e i maltrattamenti per ottenere una maggiore armonia. Per molti storici questi atti rappresentano un inizio dei diritti internazionali e un atto di sincerità della Corona spagnola.
Tuttavia, questa sincerità fu un ostacolo per la Spagna, poiché le argomentazioni della riunione, rafforzate dalle esagerazioni di De las Casas, furono utilizzate dai nemici del paese per creare la Leggenda Nera con la diffusione di migliaia di opuscoli e stampe sulla presunta crudeltà degli spagnoli, alimentando una visione negativa promossa per lo più dai rivali protestanti. Ciò influenzò la percezione della Spagna. Infatti, gran parte degli argomenti wokeisti e decolonialisti attuali utilizzano questi testi di propaganda come base per sostenere che gli spagnoli fossero crudeli e barbari esagerando la portata dei crimini commessi contro la volontà della Corona.
La Controversia di Valladolid invece dimostra che, anche in piena espansione, la Spagna si fermò a mettere in discussione la moralità delle proprie azioni. La Leggenda Nera semplificò ed esagerò i fatti, ma la storia reale riflette un precoce sforzo di bilanciare potere e giustizia, lasciando un’eredità che sfida le visioni più negative della nostra storia e del nostro passato.




