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Casanova, “Storia della mia vita”, tra bibliografia e leggenda

di Paolo Luca Bernardini da La nostra storia del il 16 agosto 2022

Non esiste forse, almeno per quel che riguarda l’era cristiana, un secolo che sia al contempo tanto noto quanto rassicurante come il Settecento. Potrebbe forse esserlo il Trecento, il secolo di Petrarca, tra l’altro, e il vero principio della modernità. Ma per una serie di ragioni è meno conosciuto – solo forse perché più lontano – ed è segnato, a tacer d’altro, da qualcosa di miracolosamente assente (almeno, nelle forme più gravi) nel secolo dei Lumi: la peste. Nella costellazione infinita di un secolo “breve”, quasi come il Novecento di Hobsbawn (il classico della storiografia che porta tal nome, giova ricordarlo, è del 1994, mentre il grande storico inglese si spense quasi centenario dieci anni orsono, nel 2012) – se lo si considera nel suo svolgersi tra la fine della Guerra di Successione Spagnola, nel 1714, che precede di un anno quella del Re Sole, e lo scoppio della Rivoluzione francese, nel 1789 – emergono, forse per la prima volta nella storia umana in modo così evidente e massiccio, figure di avventurieri, viaggiatori, scrittori, poco di buono e sognatori, ma anche abili ingannatori, e, nel senso più ampio ed affascinante del termine, “seduttori”. In un’Europa relativamente libera da guerre – anche se ve ne furono, eccome, ma sempre abbastanza circoscritte, o combattute nelle colonie, almeno fino a quelle rivoluzionario-napoleoniche – era più facile viaggiare, senza posa, cercar fortuna, e talora trovarla. Talora no. Il novero degli avventurieri è vastissimo. Molti sono caduti nell’oblio. Altri, invece, soprattutto quando erano anche scrittori, hanno lasciato opere autobiografiche più o meno fedeli, più o meno gradevoli (ma in genere lo sono, per la quota di avventure in esse contenute, avventure a volte del tutto inventate), omaggiando anche in qualche modo il nuovo mercato editoriale, ove le autobiografie godevano di un buon successo, in tutta Europa, e nelle colonie.

Anche solo in modo rapido e per cenni, giova menzionare che l’autobiografia fu genere scelto (se non prediletto) da molti protagonisti del secolo dei Lumi, in un contesto di “République des lettres” se non globale, certamente europeo. Un esempio. Quel vero e proprio Voltaire del Nord che fu Ludwig Holberg (1684-1754), nato a Bergen in una Norvegia sotto l’Impero danese, poligrafo ed erudito straordinario, vero e proprio emblema, nel suo entusiasmo ed ottimismo, di tutto un secolo, scrisse – senza essere poi un avventuriero, ma solo un celebre letterato – accurate memorie, che illuminano ampiamente la mentalità del secolo, Tre latinske levnedsbreve, 1728–1743, in seguito tradotte anche in tedesco e di recente, nel 1970, in inglese, presso Brill, in una bellissima edizione illustrata, omaggio ad uno spirito autenticamente europeo ed europeista ante litteram. Purtroppo poco è tradotto in italiano di Holberg, da Adelphi almeno “Il viaggio sotterraneo di Niels Klim”, scritto originariamente in latino (Nicolai Klimii Iter Subterraneum, del 1741), che fu uno dei best seller del secolo, celebre l’edizione illustrata del 1789, annus fatalis per il mondo intiero. Per citare peraltro un libro che sarà di ispirazione per il personaggio di cui ora parleremo, per quel che riguarda il viaggio al centro della Terra. Molti altri si cimentarono con l’autobiografia, magari scritta in una lingua diversa da quella madre (Goldoni), e magari sfidando anche l’insicurezza derivante dalla propria identità etnico-religiosa (significative le memorie di un altro viaggiatore del Settecento, l’ebreo Salomon Maimon).

Con buona pace dunque di altri avventurieri, taluni dal destino talora più tragico (Cagliostro), talaltra più misterioso (il conte di Saint-Germain, su cui ha scritto di recente Valentina Zolesio), non sempre peraltro inclini a lasciar memorie di sé nella scrittura, Giacomo Casanova si erge come icona del proprio secolo, già in vita ma certo, ormai intoccabile, dopo la morte. Dobbiamo ad uno studioso eccellente di Casanova, Gianluca Simeoni, un lavoro tanto meritorio quanto singolare: Storia editoriale di una vita. Bibliografia delle edizioni dell’Histoire de ma vie di Giacomo Casanova 1822-2019. Un volume, presentato da Furio Luccichenti e con prefazione di Antonio Trampus, pubblicato a Verona da Oltrepagina nel 2021, che comprende idealmente tutte le edizioni in tutte le lingue dell’autobiografia in francese di Giacomo. Che come è noto venne pubblicata in traduzione tedesca da Brockhaus di Lipsia a partire dal 1822, quasi un quarto di secolo dopo la morte del suo autore, e che ha trovato – i cerchi, anche quelli letterari, prima o poi si chiudono tutti – la sua edizione definitiva con quella Gallimard uscita in tre volumi dopo che la biblioteca nazionale francese, nel 2010, ha acquisito il manoscritto originale della “Histoire de ma vie”, dopo lunga trattativa proprio con l’editore tedesco.

Simeoni con uno sforzo davvero encomiabile ci fornisce una bibliografia di edizioni integrali, parziali e parzialissime, e traduzioni, escludendo solo le opere “romanzate”, che sappiamo essere tantissime, che si sono ispirate alle memorie di Casanova. Prende in esame un arco di tempo che si ferma al 2019 e tutte le lingue del mondo. Centinaia e centinaia di titoli. Qualcosa di unico, forse, almeno per quel che riguarda il genere preciso della biografia, e a maggior ragione, dell’autobiografia. Tra i numerosi interpreti che Casanova trovò – interpreti, e traduttori – nella cerchia dei letterati italiani del Novecento, mi piace ricordare – e non solo perché scrivo dalla mia prospettiva insubre, ovviamente – Piero Chiara. Il luinese che si innamorò precocemente di Giacomo, e gli fu – per citare la bella locuzione del Contini, che questi riservò a Montale – “lungamente fedele”. Nella raccolta di scritti casanoviani di Chiara curata nel 2008 da Federico Roncoroni presso Marlin, si legge, nelle prime pagine: “A Dux in Boemia (ora Duchov in Cecoslovacchia) non c’è più la tomba di Giacomo Casanova, ma solo una lapide, sul muro d’una cappella cimiteriale, alla quale l’ipocrisia ufficiale non può portare corone. Eppure l’Histoire de ma vie del Casanova è uno dei tre o quattro libri scritti da italiani che si leggono sempre e che sono conosciuti in tutto il mondo non soltanto dai letterati ma anche dai comuni lettori. Opera ineguagliabile per il suo valore di rappresentazione storica e d’indagine sul costume, l’auto-biografia dell’avventuriero veneziano è considerata, fuori d’Italia, un classico. Intorno al Casanova lavorano da più di un secolo la critica e l’erudizione, ma il più vasto consenso egli lo trova in chi si limita a cercare nelle sue pagine l’esaltazione della giovinezza e della libertà, l’affermazione dell’autonomia individuale e la difesa aperta di una spregiudicata filosofia della vita: quello che ognuno vorrebbe conseguire nel segreto delle proprie quasi inconsce aspirazioni e che tutti si contentano di sognare, disapprovando e condannando, lungo l’itinerario spettacolare di una vita come quella del Cavaliere di Seingalt…”

Dinanzi ad un “global Casanova” come quello che ci presenta Simeoni qui, viene naturalmente da chiedersi le ragioni di un simile successo, un successo postumo di letterato che non è comparabile a quello, assai limitato, che ebbe Giacomo con le poche pubblicazioni che fece in vita, accolte – forse solo ad eccezione proprio dei due scritti autobiografici, sul duello e la fuga dai Piombi rispettivamente – con generale freddezza, se non del tutto ignorate. Eppure non mi sento di condividere il lapidario giudizio che di esse dà in questo volume Furio Luccichenti: “opere peraltro di scarsissimo interesse e sicuramente di una noia soporifera”. Non credo lo sia, per citarne una soltanto, perla nel contesto delle utopie settecentesche, genere praticato forse ancor più di quello autobiografico, l’Icosameron. Che venne pubblicato a spese dell’anziano Giacomo a Praga nel 1787, e che fu certo un insuccesso, ma solo perché non se ne comprese il complesso, ricchissimo tessuto narrativo-filosofico, non certo per la lunghezza, 1800 pagine non erano un’eccezione nel secolo della “Pamela”, a ben vedere. Ed infatti di recente l’editore Luni ha meritoriamente, e per la prima volta, tradotto dal francese la vastissima opera, la quale ha finalmente ottenuto la posizione che si meritava nel contesto del romanzo europeo settecentesco. E non per nulla un critico come Piero Boitani, su “Il Sole24 ore” (3 marzo 2019) evoca figure stellari come Swift, Defoe, il Voltaire del “Candide”, per riposizionare l’Icosameron, questo Decameron audacemente raddoppiato, nel contesto che gli è proprio, a buon diritto: “Il romanzo procede in realtà attraverso progressive amplificazioni, digressioni, dibattiti di autorità, dilazioni, precisazioni dotte, trovate fantastiche presentate come conclusioni perfettamente razionali. Profezie e oracoli, conversazioni filosofiche e teologiche, guerre dei giganti, prigionieri liberati, viaggi, matrimoni, donazioni, fisica e ingegneria: dentro l’Icosameron c’è di tutto, governato da una logica che stupisce ripetutamente, quasi fosse in cinque romanzi di Jules Verne messi assieme.”

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Non occorre essere un “casanovista”, ma basta essere un settecentista per trovare, tra gli editi e gli inediti di Casanova – ne esistono ancora, anche se alcuni provvidamente digitalizzati su “Gallica”, ad esempio – materiali di estremo interesse, tutt’altro che “soporiferi”. Chi scrive queste righe pubblicò nel 2005 presso Aracne gli inediti Dialoghi sul suicidio, ed insieme a Diego Lucci, sugli “Annali della Università di Ferrara”, nello stesso anno, quattro altri brevi inediti casanoviani, dedicati a temi filosofici e politici. Più procederà la ricerca filologica, meno spazio ci sarà per penose, patetiche ricostruzioni del personaggio come quella di recente offerta dal moralizzante Leo Damrosh in Adventurer. The Life and Times of Giacomo Casanova (Yale University Press), che se poco coglie lo spirito di Giacomo, ancor meno comprende quello dei “tempi suoi”, che erano assai più vivaci, complessi e devoti di quanto i biografi dell’era del “politically correct” possano capire. Certamente, meritorie opere come questa, che rendono conto di un successo editoriale che non sembra voler smettere, con ogni forma possibile di censura, abbreviazione, compendio, riduzione in pillole (afrodisiache, assai spesso), sull’onda sempre viva di un mito. Un mito. Ché, a ben vedere, Casanova non fu, per una serie di motivi, biografo veritiero di sé stesso, come ben sappiamo. E dunque il “testo” della sua vita si è frammentato, e moltiplicato, in una galassia di metatesti, e in infinite lingue, che se da un lato allontanano dal sogno impossibile di Ranke, raccontare una storia “wie es eigentlich gewesen”, “come è effettivamente accaduta”, dall’altro offrono una quantità inafferrabile di vite immaginarie, vicende fantasiose, amplificazioni, riduzioni, caricature ed iperboli di quel che non sappiamo, effettivamente, “in realtà”, ovvero nella realtà, che cosa sia stato davvero.

Dunque, da tempo, e qui lo ripeto, vo dicendo che sarebbe necessario – e lavori egregi ed utilissimi come questo di Simeoni inducono a ripetere la preghiera, finalmente – mettere ordine nella produzione di Casanova, proprio a partire dall’edizione recente del testo secondo il manoscritto originale da parte di Gallimard, edizione che ci restituisce se non il “vero” Casanova, quantomeno il vero e unico testo. Troppo chiedere una edizione “nazionale” per Casanova? Che fu europeo davvero, scrisse in francese, italiano e veneto, traducendo in veneziano l’Iliade, tra l’altro, impresa non da poco? Sarebbe anche l’occasione per mettere ordine tra i suoi inediti, e andare a caccia di quelli dati per scomparsi, ad esempio una (ovviamente ghiottissima) enciclopedia dei formaggi. Casanova adorava il formaggio. Quel testo sarà davvero perduto? Mentre egregie sono le edizioni di inediti noti, ad esempio quella, del 2001, dello Essai de critique sur les sciences, sur les mœurs et sur les arts, su cui ha scritto ottime pagine, tra gli altri, Séverine Denieul; e mentre Ivo Cerman, Susan Reynolds e Diego Lucci hanno curato presso la Voltaire Foundation nel 2016, “Casanova: Enlightenment Philosopher”, un volume collettivo ove si mostra ed illustra la dignità (e contradditorierà) di pensatore di Giacomo, ampiamente intuita dalla letteratura già da molto prima (e vorrei qui ricordare l’amico Franco Fido, valentissimo italianista a Brown e poi Harvard, scomparso nel 2020) . Non lo stesso si può dire di edizioni recenti troppo poco curate di altri scritti casanoviani pubblicati in vita. La confusione regna sovrana. L’edizione nazionale è stata fatta anche per Giuseppe Pitrè. Con tutto rispetto, figura non paragonabile a Casanova. Casanova era un intellettuale, non un semplice “avventuriero”, di dimensione europea; con un rapporto conflittuale, doloroso, con la propria formazione, cattolica, e aristotelica. Non tanto sulle sue acrobazie erotiche, vere o presunte, quanto sulla formazione patavina col somasco Jacopo Stellini, professore di filosofia morale, nativo di Cividale del Friuli, filosofo del calibro di Vico, aristotelico (capolavoro da riscoprire, il “De ortu et progressu morum atque opinionum ad mores pertinentium specimen”, pubblicato dal veneziano Simone Occhi nel 1740, più volte tradotto in italiano), dovrebbero concentrarsi biografi attenti non alle mode, ma alla sostanza della storia intellettuale.

Come il suo caro maestro Stellini, Casanova perse in vecchiaia i denti, il piacere dunque dei formaggi, e forse s’incurvò come il solitario, schivo aristotelico friulano. E scrisse, scrisse, scrisse, ora che era in mezzo ai libri, amati tanto quanto le fanciulle, mai veramente messi da parte. E così se la sua vita vera fu inimitabile, corrusca e piena, ventiquattro anni dopo la morte diede alla luce – che singolare posterità – uno scritto che continua a vivere di vita propria, in ogni luogo al mondo. Figlie di un uomo che era davvero libero, oltre a creder di essere tale, le sue memorie non smettono di sorprendere: “Je commence par déclarer à mon lecteur que, dans tout ce que j’ai fait de bon ou de mauvais durant tout le cours de ma vie, je suis sûr d’avoir mérité ou démérité, et que par conséquent je dois me croire libre…”.

 

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