HomeBlogBongianni, il più buono tra i terribili fratelli Guicciardini

Rinascimento Segreto

Bongianni, il più buono tra i terribili fratelli Guicciardini

Sono giorni orribili, con la guerra che infuria, e l’impotenza ci attanaglia davanti alla tragedia. Ho letto ora una vignetta che riassume tutto: “chi non studia la storia è condannato a ripeterla, ma chi la studia è condannato a guardare impotenti tutti gli altri che la ripetono”. Per alleviare il forte sentimento di inutilità, studio con maggior fervore. In questi giorni mi sto concentrando sulle “code magliabechiane”, dei manoscritti della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze che contengono moltissime cose di assoluto pregio, fra cui diverse carte Guicciardini, mai studiate. Vi sono per esempio diverse operine inedite e disperse di Niccolò di Luigi Guicciardini, personaggio odioso ma rappresentativo del suo tempo e della sua classe di ottimati (oggi si dovrebbe dire di oligarchi).

E poi ci sono quelle di Bongianni, che era il più giovane dei fratelli Guicciardini. A differenza del famoso Francesco, il secondogenito, o del primogenito Luigi, non aspirò mai agli onori del mondo. Trascorse gran parte della sua vita in campagna, curando le terre di famiglia, con amore e competenza. Si interessava “di culture”, ma era un uomo colto. Una delle sue prime lettere che ci sono pervenute fu scritta nell’autunno 1530, subito dopo la fine dell’assedio di Firenze, che era durato otto lunghi mesi. La città si era difesa orgogliosamente, e poi aveva capitolato. Francesco, autoesiliatosi durante la repubblica, tornò in patria e fu l’artefice delle feroci purghe degli antimedicei. Luigi fece decapitare Pier Averardo Giachinotti, il commissario di Pisa, e prese il suo posto. Si tolse anche lo sfizio di scrivere un dialogo usandolo come interlocutore, riempiendogli la bocca di parole non sue. Oltre al danno, la beffa.

Bongianni, che era un uomo mite e profondamente religioso, non fece male ad una mosca ma si rimboccò le maniche per cercare di salvare il salvabile nella campagna devastata. E scrisse un’accorata lettera al fratello Luigi, descrivendogli lo stato del “paese”: “Dubito che la raccolta non costi troppo cara ai contadini, soprattutto se il prezzo del grano si mantiene alto, e così la miseria e il disordine di questo paese si può più immaginare che esprimere, ma la solitudine, i campi pieni di erba e male incolti, le viti per terra, i frutti mezzi fradici, la rovina delle case, dove fracassate, dove arse, senza usci, senza finestre affumicate, nere, piene di ragni e di topi, mostrano da che crudele e rovinosa percossa sia stato battuto e sconquassato il paese. Non si vede altro per i campi che branchi di colombi, pecore, buoi e quegli animali che sogliono vivere in campagna degli uomini, ma ogni cosa pare che mostri dolore, afflizione e mestizia”.

La desolazione della campagna e il pericolo della carestia sono descritti con empatia, ma senza sentimentalismo. È un paesaggio post-bellico che purtroppo si ripete davanti ai nostri occhi. L’unica consolazione, per Bongianni, è il senso della ciclicità della vita – un’idea di Polibio che lui riprende da Aristotele (ma non sapevano i nostri buoni antichi che con la bomba atomica il ciclo si interrompe brutalmente…)

Bongianni ha scritto alcuni brevi trattati su vari argomenti. Ce ne sono sui metalli (come Luigi, si dilettava di alchimia) o su questioni come “Qual natura sia più lodevole in un cittadino, o quella di Cesare, o quella di Catone”, ma lui era piuttosto un Cincinnato. Uno dei suoi “discorsi” è una critica alle fredde generalizzazioni filosofiche nei Discorsi di Machiavelli, che per lui sono “pieni di sangue”. Reagisce all’implacabile normativismo del Segretario fiorentino e osserva che Filippo di Macedonia, “con tanto travaglio e rovina de’ popoli tramutandosi di città in città e da luogo a luogo”, non riuscì ad evitare di farsi ammazzare “nel mezo de’ suoi satelliti et partigiani”. I tiranni finiscono sempre nel sangue.

Bongianni evoca la passione di Cristo con pathos, e non nasconde la sua paura della morte e il raccapriccio all’idea di “diventare quanto al corpo niente, andarne legato, in luogo oscuro, fetido e buio, e solo; chi non sbigottirebbe a pensarvi?” Né ha alcuna certezza sul destino dell’anima, ma vorrebbe prolungare la vita di ciascun essere umano.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -

DALLO STESSO AUTORE

ARTICOLI PIù LETTI