Le leggi della Cina imperiale erano particolarmente severe e la loro violazione poteva portare a conseguenze drammatiche. Un esempio? I candidati agli esami imperiali che presentavano una brutta grafia o un atteggiamento frivolo potevano essere costretti a bere l’inchiostro…
Le cosiddette “Torture cinesi” sono entrate in proverbio nella nostra lingua. Su Histoire del 25 maggio 2026 Océane Letouzé racconta le peculiarità del codice penale durante il Celeste Impero.
La Cina imperiale (221 a.C. – 1912) nonostante la successione di dinastie ebbe un sistema giuridico che fungeva da strumento di controllo imperiale, destinato a proteggere il trono, a disciplinare i funzionari e a organizzare l’ordine sociale. Nel corso dei secoli, questo sistema ha dato origine a norme che oggi possono sembrare sorprendenti, se non addirittura assurde.
Strade pulite, incesto e celibato femminile nel mirino
In un recente articolo, il quotidiano locale South China Morning Post ha elencato diverse norme che regolavano la società all’epoca della Cina imperiale, a seconda dei vari imperatori al potere. Secondo l’antico testo filosofico Han Feizi, chiunque gettasse cenere sulla via pubblica poteva subire l’amputazione di entrambe le mani, una pena che fu poi sostituita da un tatuaggio facciale per un’infrazione simile.
La raccolta dei Discorsi degli Stati (Guoyu) indica inoltre che le persone con lo stesso cognome non dovevano sposarsi, poiché potevano appartenere allo stesso clan e dunque c’era la possibilità di unione incestuosa. Invece secondo il codice Shuihudi Qin gli individui di statura inferiore a 1,40 metri non erano ritenuti responsabili dei danni causati né soggetti a determinati obblighi penali, poiché l’altezza fungeva allora da parametro per stimare l’età adulta in assenza di registri affidabili.
Lo Shiji riporta che una donna che sorprendesse il marito in flagrante adulterio poteva ucciderlo senza essere punita, una norma spesso interpretata come un mezzo per preservare l’ordine familiare sotto la dinastia Qin. Altre fonti menzionano inoltre che gli uomini adulti che piangevano in pubblico potevano essere puniti con la rasatura dei capelli, delle sopracciglia e della barba. Infine, secondo il Libro degli Han, le donne non sposate di età compresa tra i 15 e i 30 anni dovevano pagare un’imposta sul celibato cinque volte superiore all’aliquota normale.
Il Celeste Impero animalista ante litteram
All’epoca della Cina imperiale, numerose leggi disciplinavano anche il rapporto con gli animali. I cittadini comuni che macellavano il bestiame destinato ai lavori agricoli potevano, ad esempio, essere condannati a morte, poiché quest’ultimo era considerato essenziale per l’economia dello Stato. Secondo il Tianlü, anche i funzionari incaricati della cura del bestiame potevano essere puniti se gli animali risultavano feriti o indeboliti.
Poiché gli imperatori Tang portavano il cognome Li, simile alla parola che indica la carpa, questo pesce divenne un simbolo di autorità imperiale e prosperità. Leggi del tempo stabilivano che ai cittadini comuni era quindi vietato pescare o consumare carpe, pena sanzioni corporali.
L’imperatrice Wu Zetian, fervente buddista, si spinse ancora oltre vietando la macellazione del bestiame, nonché la pesca e il consumo di crostacei, infrazioni punibili con la pena di morte. Tali misure si rivelarono tuttavia problematiche, in particolare durante le carestie e le siccità. Nell’anno 700, il ministro Cui Rong avvertì Wu Zetian che il divieto di consumare carne non avrebbe fatto altro che incoraggiare frodi e malversazioni. Il divieto di macellazione, in vigore da otto anni, fu successivamente revocato.


