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Ricostruzioni storiche ribelli

Per una storia degli italiani in Africa/3 L’incredibile avventura di Pietro Savorgnan di Brazzà

Un orgoglio italiano. Una stella lucente nei rapporti Italia Africa. Chi era il colonialista amatissimo in Africa? Innanzitutto era un esploratore che conquistava con l’arma della diplomazia. Nacque il 25 gennaio del 1852 a Castelgandolfo, la località di villeggiatura dei papi, vicino a Roma. Era settimo di 13 figli. Il padre, il Conte Ascanio, era discendente di un’antica famiglia friulana, che era sempre stata al servizio della Serenissima. La madre era romana, Giacinta Simonetti Marchesa di Gavignano. Alcuni ritengono che la famiglia della madre discendesse direttamente dall’ Imperatore Settimio Severo. Molti antenati furono grandi viaggiatori. Nella prima metà del ‘500, Germanico di Brazzà servì il Re di Francia, Enrico II. Il nonno Francesco di Brazzà nel 1758 si allontanò da casa, senza dire nulla, e tornò sette anni dopo, al termine di un lungo viaggio attraverso l’Impero Ottomano. La nonna, Orsola Priuli, diceva di discendere dalla famiglia di Marco Polo. Il padre Ascanio viaggiò molto in Europa ed in Oriente e lliberò uno schiavo nell’Impero Ottomano. A casa fece dipingere affreschi che raffiguravano i suoi viaggi. Un po’ la genetica, un po’ l’amore per la biblioteca di casa, ricca di libri di viaggi e di mappe geografiche, crearono nel piccolo Pietro un miscuglio esplosivo e la fantasia del giovanetto iniziò a volare. Già ad otto anni fu rapito da una cartina dell’Africa. A 13 anni pensò di farsi prete, poi vi rinunciò, ma gli rimase una visione evangelica della vita. Uno dei suoi professori, il gesuita Angelo Sechi, gli presentò l’ ammiraglio Louis Raymond, marchese di Montignac. Il gentiluomo francese si trovava a Roma per una missione su incarico di Napoleone III. Gli annunciarono la visita del conte Pietro Cergneu Savorgnan di Brazzà. Chissà chi si aspettava di trovare con un nome così altisonante. Si trovò di fronte un tredicenne con una giacchetta troppo corta che gli illustrò il desiderio di entrare in Marina. Nel 1866 Pietro andò a Parigi e si preparò al concorso per entrare nella scuola navale di Brest. Si classificò 53° su 73. Era uno studente di medio profitto ed abbastanza indisciplinato. Fra i suoi compagni vi fu Pierre Loti (1850 – 1927), scrittore, giornalista, romanziere, fotografo ed ufficiale della marina francese. Ancora grazie all’intervento dell’ Ammiraglio Montignac, Brazzà venne naturalizzato francese nel 1874. In quell’ anno prestò servizio sulla fregata La Venus che doveva sorvegliare le coste del Gabon, per contrastare la tratta degli schiavi. Nel 1875 divenne capitano. Nel frattempo il suo protettore Montignac era diventato Ministro delle Colonie. Lo incaricò di esplorare il Gabon. Il viaggio durò tre anni. Fu proprio durante quel viaggio che nacque il suo mito. Durante una navigazione fluviale venne scambiato per l’odiatissimo Henry Morton Stanley, famoso per il ritrovamento di Livingstone, ma anche per le carneficine che lasciava dietro di sè. Brazzà ripiegò e non ordinò il fuoco. Fu sempre per le soluzioni diplomatiche e pacifiche.

Intanto la sua fama si sparse per tutta l’Europa e divenne oggetto di un autentico culto. La sua immagine fu ovunque: pacchetti di sigarette, scatole di fiammiferi, cioccolatini, saponette e gli dedicarono anche dei fumetti. L’astuto Luis Vitton gli fece costruire un baule da viaggio con incorporati la brandina e lo scrittoio da viaggio. Nel 1880 venne nuovamente inviato, dal governo francese, in Africa Equatoriale, per cercare di arginare l’espansionismo di Leopoldo II del Belgio, che aveva ingaggiato Stanley. Brazzà e Stanley erano esattamente agli antipodi. L’anglo americano, figlio naturale di una cameriera, indicato da alcuni come omosessuale, risalì la sponda sinistra del fiume Congo a colpi di dinamite e cannonate, contro tutti gli indigeni che osavano intralciarlo, con lo stesso stile spietato del suo “dominus”, il Re del Belgio. Brazzà avanzò sulla riva destra del fiume Congo, senza sparare un solo colpo. Il suo motto era: “non si passa con il sangue”. Era veramente spinto dal desiderio di portare in Africa la civiltà. Il suo spirito si manifestò anche quando comprò schiavi per liberarli e li assunse poi come portatori stipendiati.

L’esploratore italiano era un grandissimo negoziatore, armato di moltissima pazienza e di qualche inoffensivo trucco, come i fuochi d ‘artificio che utilizzò per stupire i re indigeni. Brazzà in quattro settimane di negoziati si aggiudicò una striscia di circa 10 km, dove oggi sorge l’attuale capitale del Congo Brazzaville, incluso il protettorato francese sulla regione. Stanley, saputo del trattato del concorrente con i capi locali, cercò in tutti i modi di convincerli a recedere. Non vi riuscì. Anzi si rifiutarono di consegnargli i viveri che aveva richiesto. A quel punto si ritirò sulla sponda sud ed acquistò una concessione, dove oggi sorge Kinshasa, l’ex Leopoldville. Quanto Brazzà era amatissimo ed è ancor oggi amato in Africa, tanto Stanley era odiato. Brazzà era cresciuto ed era stato educato come un principe. Era spiritoso, colto, amabile sia con i suoi uomini sia con gli indigeni. Un altro suo motto era: “severo con me stesso, mai con gli altri”. L’esploratrice inglese Mary Kingsley lo definì “il più grande di tutti gli esploratori dell’Africa Occidentale”. Il suo biografo, Richard West, scrisse che nessun uomo bianco si è mai saputo guadagnare tanto amore in Africa. Gli africani lo chiamarono “Rocamambo”, che in lingua lingala significa “il miglior comandante”. Vi era anche una canzone africana che indicava Stanley come “uomo cattivo” e “Rocamambo” come amico dei neri.

La Conferenza Episcopale dell’Africa Centrale lo considera un santo, liberatore di schiavi. Gli animisti lo venerano come un antenato. Del resto, non per nulla, Brazzaville è l’unica capitale africana ad aver conservato il suo nome dell’epoca coloniale. Quando cubani e sovietici spinsero per cambiare il nome, la mozione venne respinta a maggioranza assoluta, dal parlamento in Congo. L’esploratore italiano non vestiva i classici abiti coloniali, che erano considerati simbolo di oppressione. Aveva imparato in Africa a credere nella forza dei simboli e dei riti. Insieme ad alcuni capi tribù compì un rituale fortemente simbolico. Seppellì la guerra! Ovvero fece un buco nella terra dove vennero gettate cartucce e polvere da sparo. Poi rinchiuso il tutto fece piantare un albero.

Qualcuno l’ha definito “l’archetipo del bianco politicamente corretto”. Una idiozia per un gentiluomo che, grazie all’educazione del cuore, non può essere confinato in simili banalità. Comunue alla Conferenza di Berlino del 1884-1885 vennero regolate le divisioni coloniali fra varie potenze. Leopoldo II si prese il Congo Belga, incredibilmente battezzato Stato Libero del Congo. Bisogna sempre prestare molta attenzione, perché la realtà può essere molto distante dalle belle parole. I francesi si tennero i territori esplorati da Brazzà. Le sue spedizioni furono finanziate, in gran parte, dalla famiglia Savorgnan di Brazzà che, di fatto, ha regalato un impero coloniale alla Francia, pagando di tasca propria. La madre vendette molte proprietà di famiglia, fra le quali il Palazzo Brazzà a Roma. Sui documenti era scritto: “venduti per l’Africa di Pietro”. I Francesi, ovviamente, hanno abbondantemente approfittato del mito dell’esploratore italiano, naturalizzato francese. Il palese desiderio era quello di far passare il messaggio dell’esistenza di un colonialismo francese dal volto umano. De Gaulle in un discorso del 1944 a Brazzaville ne esaltò la figura.

Però, come diceva Honorè de Balzac, esiste una storia ufficiale menzognera ed una veritiera.. .vergognosa. Nel 1905 giunsero all’opinione pubblica francese notizie delle atrocità francesi in Africa Equatoriale. Il governo francese incaricò Savorgnan di Brazzà di svolgere una inchiesta. Partì, questa volta con la moglie, per il suo terzo viaggio in Africa. Venne accolto da folle enormi ed esultanti. Scoprì campi di concentramento con donne e bambini incatenati. In quattro mesi redasse la sua relazione esplosiva e si imbarcò per la Francia. Durante uno scalo della nave che doveva riportarlo in Francia, morì a 53 anni. La moglie dichiarò sempre che era stato avvelenato. Era troppo scomoda la sua relazione e infatti nel 1906 l’Assemblea Nazionale Francese votò contro la pubblicazione.

Il mausoleo a Savorgnan di Brazzà eretto a Brazzaville, capitale del Congo

Il governo di Parigi voleva fargli funerali di Stato per poi seppellirlo al Pantheon. La moglie rifiutò sdegnosamente e lo fece seppellire ad Algeri. Da lì poi la sua salma venne trasportata nel mausoleo a lui dedicato a Brazzaville. In un paese povero, come la Repubblica del Congo, gli hanno costruito un mausoleo in marmo di Carrara, davanti al quale svetta la statua, alta 8 metri, raffigurante Savorgnan di Brazzà. Il tutto è costato 10 miliardi di franchi CFA, l’equivalente di 15 milioni di euro. Un indiscutibile atto d’amore e di riconoscimento del valore morale dell’esploratore che ha sempre issato la bandiera della lealtà, davanti a tutto ed a tutti. Si diede veramente con il cuore per creare scuole, ospedali e centri di formazione professionale, nel Congo francese ed in Gabon. Spinse sempre i commercianti europei a retribuire i lavoratori indigeni in modo equo.

Nel 1888 Brazzà fu iniziato alla franco massoneria nella Loggia “Alsazia Lorena” affiliata al Grande Oriente di Francia a Parigi, credendo nei valori nei valori di elevazione spirituale, che venivano ampiamente propagandati. Nel 1904 diede le sue dimissioni, accusando la franco massoneria di responsabilità nella cattiva gestione dell’Africa Equatoriale Francese. Comunque all’inaugurazione del mausoleo a Brazzaville, fratello muratore era il Presidente della Repubblica del Congo, fratello muratore il Presidente del Gabon. La Francia ha sempre governato in Africa, convertendo alla massoneria le elites locali. Del resto anche il Nunzio Apostolico spagnolo, Carrascosa Coso, che presenziò alle onoranze funebri, in rappresentanza del Papa, durante l’omelia disse che : “Brazzà era vissuto nel peccato, ma morto nella fede”. Anche se Giovanni Paolo II ha creato/lasciato una sorta di area grigia sulla scomunica per i massoni, per il clero tradizionale l’incompatibilità per un cattolico di appartenenza alla massoneria è sempre valida. Ciò in “barba” al massonissimo Cardinal Bea, uno degli artefici del Concilio Vaticano II.

Veramente imperdibile, per chi volesse conoscerlo meglio, il libro a lui dedicato e che raccoglie i contributi di un convegno organizato nel centenario della morte: “Pietro Savorgnan di Brazzà dal Friuli al Congo Brazzaville”, edito da Leo S. Olschki, che rende il giusto tributo a questo meraviglioso gentiluomo ed esploratore italiano, dal cuore nobilissimo e dalle gesta affascinanti.

La prima puntata di questa serie è disponibile cliccando qui

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