Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore ITALIA Storica l’introduzione a “Neve rosso sangue”, resoconto autentico delle esperienze di guerra di Günter K. Koschorrek.
Koschorrek combattè in prima linea come mitragliere nella 24. Panzer-Division, e come tale coinvolto in molti degli scontri più brutali della Seconda guerra mondiale: dai combattimenti strada per strada a Stalingrado sino all’accerchiamento russo – al quale il reparto di Koschorrek sfuggì per un soffio, essendo quindi inviato in Italia nel settembre 1943 dove eseguì delle operazioni anti partigiane in Istria – ai durissimi combattimenti nella testa di ponte di Nikopol nel novembre 1943, dal difficoltoso ripiegamento verso il fiume Bug ai primi del 1944 alle battaglie in Romania nell’estate 1944 e sulla Vistola, sino all’essere testimone, nell’ultima difesa dei confini della Germania, della strage di civili da parte dell’Armata rossa a Nemmersdorf in Prussia orientale.
La storia di come è nata questa storia, poi, è un racconto nel racconto: i rocamboleschi trucchi per salvare gli appunti presi di nascosto durante la guerra, la loro scomparsa e l’incredibile, commovente ritrovamento.
L’edizione italiana delle sue memorie è stata curata da Andrea Lombardi, con la traduzione di Camilla Scarpa e Paolo Pozzato.

Non è facile attingere dalla memoria le proprie esperienze della Seconda guerra mondiale e scriverne un resoconto cronologicamente preciso: o ci si accontenta dei fatti accidentali che si sono, con fatica, estrapolati, o semplicemente si colmano le lacune dei ricordi con fervide fantasie. Sono stati pubblicati molti libri che pescano a piene mani da questa seconda commistione, sia volti ad esaltare la guerra raccontando quelli che sono stati, indiscutibilmente, atti di eroismo, sia volti ad interpretarla usando necrologie maligne, stimolando i lettori a guardare ai soldati come ad assassini assetati di sangue. Non voglio nessuna delle due cose; non intendo esaltare né giudicare. Descriverò la realtà – così come io, un comune soldato, l’ho vissuta in prima persona, e come ho percepito la guerra in prima linea, in Russia, dall’autunno 1942 fino alla sua amara conclusione, con la saltuaria interruzione dovuta unicamente a qualche ferita.
Questo libro è un resoconto autentico, con le descrizioni delle mie indimenticabili esperienze, impressioni e percezioni – le percezioni di un comune soldato al fronte, a cui ci si riferiva, usando il gergo di allora, con il termine “Landser”. A differenza di molti libri, che si basano su documentazione d’archivio, non affronta la questione della responsabilità (o meno) dal punto di vista dell’Alto Comando a cui era imputabile la gestione della guerra, e neppure dal punto di vista dei quadri che erano stati appositamente addestrati ad essere d’esempio per i loro uomini (e che, di norma, combattevano con loro in prima linea).
Questo libro intende essere un tributo agli innumerevoli, anonimi soldati che hanno trascorso la maggior parte della loro guerra in luride buche individuali scavate nella terra russa, uscendone soltanto quando era necessario affrontare il nemico direttamente – tanto d’estate, sotto il sole cocente, quanto durante le piogge, immersi nel fango fino al ginocchio, o in una tempesta di neve invernale, con il suolo ghiacciato duro come roccia o coperti da una spessa coltre di neve. L’unica speranza per questi uomini era la promessa di una breve tregua, quando era loro permesso di riposare nelle retrovie, tra i reparti dei rifornimenti. Ma, fino a quel momento, la loro casa era la trincea in prima linea o la buca individuale – là, sulla linea principale di combattimento, dove giorno dopo giorno si preoccupavano della propria sopravvivenza e uccidevano i nemici per evitare di essere uccisi; dove ogni uomo combatteva in seno alla sua unità, ma alla fine doveva contare solo su se stesso; dove la terra attorno a loro spesso si trasformava in un inferno ardente; dove sentivano il tocco glaciale della morte quando una scheggia rovente o un proiettile sibilante scovava i loro vivi corpi; dove i cadaveri lacerati dei nemici erano ammucchiati di fronte ai loro occhi; e dove le grida strazianti dei feriti si confondevano con i richiami d’aiuto appena udibili dei morenti, che li sfioravano mentre si rannicchiavano il più possibile nei rifugi nel terreno, e li inseguivano fin nei loro incubi.
Voglio raccontarlo, perché anch’io sono uno di loro. Voglio anche scrivere delle mie paure e dei miei dubbi, dei nervi tesi fino allo spasimo, che in alcuni apparentemente forti e invincibili si sono sfilacciati come una corda di canapa ormai logora. Ma anche dei giorni di ribellione e dell’infinito aumento della forza di volontà, che voleva sconfiggere il nemico e persino la morte. E anche dei periodi di annebbiata apatia, in cui uccidere era diventato quasi un atto di routine.
Non possono esserci ancora molti, in vita, che dopo mezzo secolo, possono dire di essere sopravvissuti alla guerra letale sul fronte russo, o di essere sopravvissuti alla disumana prigionia che ne seguì. Ma certo sono ancor meno coloro che, in virtù di qualche miracolo sono sfuggiti all’inferno diabolico e, grazie agli appunti presi in quei giorni, possono scriverne oggi. Devo la mia vita a un insondabile disegno divino che, nonostante la mia paura di essere gravemente ferito o catturato, mi ha miracolosamente impedito di dubitare che sarei uscito indenne da quell’inferno.

Da recluta fui addestrato all’uso delle mitragliatrici pesanti (MG 34 e MG 42 su treppiede con ottica). Di conseguenza, al fronte fui impiegato quale mitragliere e come Capo Arma per la maggior parte del tempo che ho trascorso in servizio al fronte. Non negherò che, usando quest’arma a tiro rapido – montata su treppiede ed equipaggiata con un’ottica di puntamento – ho ucciso molti nemici durante la guerra sul Fronte russo. Tuttavia, non ho mai provato alcun senso di trionfo né mi sono mai sentito un eroe. Tutte queste azioni non avevano assolutamente nulla a che vedere con le gesta eroiche tanto citate. Le mie vere motivazioni derivavano sempre dall’istinto di autoconservazione e dal terrore di essere sopraffatto dal nemico insieme alla mia unità, come mi accadde una volta più tardi durante la mia prima missione al fronte nella zona di Stalingrado. Per evitare che ciò si ripetesse, ho sempre impiegato tutte le mie capacità, che ho perfezionato nel corso di ulteriori esperienze al fronte.
In quel periodo ho preso un certo quantitativo di appunti, con l’intenzione di scrivere una relazione circostanziata, dopo la fine delle ostilità. Inizialmente tenevo anche un diario, benché per i soldati semplici fosse contro il regolamento. Quando più tardi mi sono unito alle truppe combattenti, l’ho riposto in uno zaino durante le mie missioni al fronte. Ho scritto le prime pagine di questo diario mentre con la nostra unità di giovani reclute, fresca di addestramento, ci dirigevamo verso Stalingrado come rimpiazzi. Prima di raggiungere la nostra destinazione camminammo per giorni, con i nostri pesanti zaini sulle spalle, nella calura rilucente dell’interminabile steppa calmucca.
Durante un massiccio attacco dei carri russi, il 13 dicembre 1942, al limitare della sacca di Stalingrado, la nostra colonna di rifornimenti e i nostri effetti personali caddero in mani nemiche. Sfortunatamente il mio diario finì nel loro bottino. Non me ne preoccupai troppo, visto che ci avevo scritto soltanto le mie impressioni, da cui i russi non sarebbero stati in grado di cavare granché. Il mio nome non compariva, e neppure il nome dell’unità a cui appartenevo, anche se dal materiale catturato dalla colonna, in realtà, avrebbero potuto ovviamente scoprire quale fosse la mia unità.
Solo settimane dopo, mentre ero in convalescenza per le mie prime ferite, riscrissi ciò che avevo vissuto durante quel periodo cruciale – i giorni e le settimane in cui noi tedeschi tentavamo disperatamente di sottrarci all’accerchiamento di Stalingrado, per poi, da ultimo, fuggire a capofitto sul Don ghiacciato sotto il fuoco devastante di un centinaio di carri russi attaccanti. Questo episodio concluse un’esperienza indimenticabile, quando, quasi assordati dal rombo delle granate che esplodevano e dall’incessante sferragliare dei cingoli, e accecati dalle vampe lampeggianti dappresso alle nostre spalle, ci facevamo strada tra mucchi di salme emaciate e camerati feriti il cui sangue macchiava la neve di rosso, per raggiungere la sicurezza dell’altra riva del Don, che, il giorno prima, sembrava così pacifica, avvolta dal suo manto di neve fresca.
Dopo aver perso il mio diario avevo preso appunti su qualsiasi pezzo di carta mi capitasse a tiro in quel momento. Poi piegavo i fogli e li infilavo in una piccola fessura nella fodera del cappotto della mia uniforme. Durante il mio breve soggiorno all’ospedale militare ebbi due volte l’opportunità di far arrivare a mia madre questi fogli, affinché li conservasse. Ero convinto che nessun altro, tranne me, sarebbe stato in grado di decifrare i miei scarabocchi, che erano in parte in stenografia.
Il nascondiglio nella fodera della giacca della mia uniforme a quanto pare aveva servito il suo scopo, visto che, quando sono tornato a casa durante la successiva licenza, ho ripreso a riporre i miei ultimi appunti nello stesso posto. L’unica differenza era che ora gli appunti erano nella fodera del mio cappotto invernale, che avevo indossato per l’ultima volta alla fine del 1940, prima di essere chiamato a trascorrere un anno alla scuola motoristica del NSKK di Itzehoe nello Schleswig-Holstein per l’addestramento premilitare necessario a qualificarsi per diverse patenti da autiere militare. Il mio cappotto invernale era un regalo di compleanno e lo indossavo sempre con orgoglio. Non da ultimo perché aveva un magnifico colore blu tortora ed era realizzato in lana di alta qualità. Questo doveva essere anche il motivo per cui mia madre lo portò con sé durante la fuga dalla Prussia orientale nell’inverno 1944-1945 fino al suo arrivo in un piccolo paese della Bassa Sassonia.
Quando, dopo alcuni mesi, ci ritrovammo nel caos del dopoguerra, fui felicissimo di avere questo capo di abbigliamento così caldo. I miei appunti erano molto sgualciti nella spessa fodera invernale, ma erano ancora tutti lì.
A un certo punto ho cominciato a riordinare gli appunti cronologicamente, e a formulare un progetto che li riguardava. Sorse in me il desiderio appassionato di scrivere un libro, ma quest’ambizione era destinata a rimanere insoddisfatta, per varie ragioni. Passarono gli anni, durante i quali sentivo sempre più forte il bisogno di mettere finalmente per iscritto ciò che mi bruciava nel profondo dell’anima.
Poi venne il tempo in cui persi traccia dei miei appunti: credevo di averli persi, in qualche modo, durante un trasloco, e solo molto dopo scoprii di averli lasciati nel nostro appartamento degli anni ‘50, in cui avevo affrontato un traumatico divorzio da mia moglie. Dopo il divorzio mia moglie fece alla svelta ciò che aveva desiderato fare – sposò un soldato americano, che riportò lei e mia figlia, e un successivo figlio, in America.
I decenni passarono, ma i ricordi dolorosi degli anni di guerra rimanevano profondamente infissi nel mio cuore. Inoltre, i mutamenti sociali nel dopoguerra, disgreganti i precedenti valori della vita umana e conducenti a un inequivocabile capovolgimento, che consentiva la mancanza di rispetto, attitudini aggressive, odio e violenza, non contribuirono certo a farmi dimenticare quegli anni decisivi. Poi, un giorno, ebbi di nuovo fra le mani i miei appunti, perduti tanto tempo prima. La mera lettura di qualche riga delle loro pagine mi riportò alla mente, crudamente reali come se fossero state attuali, immagini degli anni ‘40.
Era cominciato tutto con una telefonata dagli Stati Uniti. In prima battuta non avevo spiccicato parola, quando la voce di una donna sconosciuta, con un marcato accento americano, mi aveva domandato il mio nome e aveva cominciato a chiamarmi “Papà”. Mi ci volle un momento perché realizzassi che chi mi chiamava era mia figlia di primo letto – una figlia che non avevo mai più visto dopo il divorzio, avvenuto a metà degli anni ‘50. Era una strana sensazione, quella di scoprire che improvvisamente avevo una figlia, che era sposata e che, dall’oggi al domani, mi aveva anche reso nonno di due nipoti.
Poi venne a trovare me e la mia nuova moglie in Germania, e portò con sé un meraviglioso regalo – una cartella contenente tutti i miei appunti degli anni della guerra! Quegli appunti erano stati l’unico ricordo che aveva di suo padre, e li aveva tenuti per tutto quel tempo nella speranza che un giorno avrebbe potuto incontrarlo di nuovo.
Alcuni anni dopo ho vissuto un’esperienza che mi ha rafforzato nell’intenzione di scrivere finalmente il libro con gli appunti ora ritrovati.
Mi resi conto che molti giovani che conoscono la guerra solo dai libri di storia o da quanto hanno udito, non sono in grado di farsi un’idea della sua realtà, come mi era accaduto quando avevo appreso per la prima volta gli eventi della Prima guerra mondiale.
La realtà era completamente diversa. Essa supera anche le fantasie più spinte perché la capacità di rappresentazione umana non è in grado di restituire i sentimenti reali e le sensazioni degli uomini al fronte. Indubbiamente tra i soldati c’erano anche alcuni che per indole erano più spietati e che combattevano e uccidevano come in preda a una frenesia. Ma nella nostra unità non ho mai assistito a episodi di estrema brutalità, come spesso veniva attribuito alle truppe combattenti.
Con la stesura delle mie esperienze iniziò per me l’immaginaria ripetizione di un periodo doloroso, cui in fondo non ero mai completamente sfuggito. Mi è forse riuscito solo ora che sono arrivato alla fine del mio libro.
C’erano voluti quasi quarant’anni. I suoi ripetuti tentativi di trovarmi erano stati mandati più volte a monte dai miei molti traslochi. Il rapporto tra noi è rimasto intatto, da allora in poi, e abbiamo trascorso parecchie vacanze a casa sua, a Las Vegas.
Oggi, quasi sessanta anni dopo la Seconda guerra mondiale, siamo bombardati dai vari media direttamente nelle nostre case di immagini d’odio, di atti di brutalità e di filmati di guerre. Queste scene possono suscitare un improvviso brivido lungo le schiene e, forse, farci spuntare qualche lacrima, ma nessuno comprende davvero la sofferenza reale patita dalla vittima. La gente vede brutalità e atrocità; è inorridita, e magari parla di ciò che ha visto, ma quelle immagini si dimenticano alla svelta. Solo le parti realmente coinvolte sperimentano sulla propria pelle l’impatto concentrato della tragedia sulla loro coscienza, nel profondo – e spesso solo il tempo guarisce le ferite nelle loro anime e lenisce il dolore.
Le mie ferite risalenti alla Seconda guerra mondiale sono guarite con il passare del tempo, ma posso ancora sentire, al tocco, le cicatrici sul mio corpo e le ferite che sono state inferte alla mia anima e rimangono. E ogni volta che mi mostrano, o leggo, di un qualche avvenimento disturbante dell’attualità, le terribili immagini di quelle esperienze spaventose della guerra sgorgano da dentro di me e mi si agitano vivide di fronte agli occhi. Sono stati proprio quei ricordi a spingermi, dopo parecchi tentativi falliti, a scrivere questo libro, usando i miei appunti come traccia. Quasi l’intera durata di una vita era alle mie spalle, e finalmente avevo il tempo per scrivere, dal cuore, di ciò da cui non ero mai riuscito a liberarmi davvero appieno.
Non era mia intenzione inondare il lettore di nomi e neppure indicargli l’esatta designazione della mia unità, volendo che questo libro si concentrasse sul ricostruire le mie personali esperienze, le mie considerazioni e le mie immagini mentali, oltre alle mie sensazioni e alle mie percezioni della guerra; se qualcuno dei membri della mia unità dovesse leggere ciò che scrivo, sarebbe in ogni caso in grado di riconoscerla e di ricordarne i particolari.
Le mie attuali conoscenze sulla politica di sterminio disumana dei governanti nazisti del Terzo Reich mi hanno spinto a inserire la mia documentazione sulla guerra in un contesto politico più ampio. Sarebbe incredibile suggerire che io, da giovane soldato, o uno qualsiasi dei miei camerati coetanei al fronte, non pensassimo ad altro che a sopravvivere alle spietate operazioni di combattimento.
Ho scritto questo libro perché un irriducibile senso del dovere mi spingeva a farlo. Era il momento di mettere su carta quello che, per tutti coloro che vi hanno preso parte, rimarrà indimenticato. Ai sopravvissuti dell’ultima guerra è stato affidato il compito di diventare le voci ammonitrici di coloro che erano periti sul campo di battaglia, condannati al silenzio eterno. Questo libro è il mio contributo, e sento, con ciò, di aver ora adempiuto al mio obbligo.
Sebbene non abbia avuto difficoltà a collocare cronologicamente i miei appunti ancora leggibili, è possibile che alcune date o alcuni eventi non corrispondano esattamente dal punto di vista temporale. Tuttavia, gli avvenimenti e gli eventi descritti nei capitoli seguenti si sono verificati esattamente come riportati e sono stati da me registrati in modo veritiero. A causa del lungo lasso di tempo trascorso, tutti i dialoghi sono stati riportati solo sulla base dei miei ricordi e hanno quindi un valore indicativo.


