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La Rotta della Cucca. Il cambiamento climatico che fece nascere Venezia

Non c’è peggior luogo comune del “il mondo è sempre andato così”. Un luogo comune che specialmente in istoria può creare interpretazioni errate e perfino fasulle. Ma per quanto riguarda quello dei cambiamenti climatici, con buona pace dei catastrofisti interessati e i loro potentissimi pupari ansiosi di imporre nuovi regimi “stile covid” con la scusa della CO2, l’adagio con cui aprivamo questo articolo è regola aurea.

Il clima cambia da quando esiste un’atmosfera sul nostro pianeta. E con rispetto parlando per il genere umano, se ne strafrega di noi.

Uno dei casi di scuola in questo ambito è quello della Rotta della Cucca del del 17 ottobre 589. La tradizione vuole che con questa inondazione sia stata modificata l’intera idrografia del Basso Veneto e della Romagna, creando le condizioni ambientali ideali perché un gruppo di villaggi palustri nella Laguna potesse svilupparsi in quella città che di lì a un paio di secoli avrebbe dominato il Mediterraneo con le sue galee: Venezia.

Come nasce una superpotenza marittima

La nascita e l’ascesa di Venezia fu infatti dovuta a una combinazione di fattori strategici e ambientali. La città nacque in una regione cardine fra l’Impero bizantino e i regni romano-barbarici che poi confluiranno nell’Impero carolingio.

Eppure Venezia aveva già una sua antenata\rivale: era la città bizantina di Eraclea o Melidissa, nata alla foce del Piave fra le isole della laguna che davano rifugio alle popolazione veneto-romane in fuga dalle invasioni barbariche. L’insediamento nacque all’inizio del V secolo e con le invasioni longobarde di 150 anni dopo venne scelta dai Bizantini come capitale della Venezia Marittima, ciò che restava in mano romane (rectius, romee) del Veneto. La distruzione della precedente capitale, Opitergium, e la fuga dei suoi abitanti verso la laguna trasformò Melidissa in una città importante e ricca, sede vescovile. L’importanza di questa nuova città fu tale che nel 628 Bisanzio cambiò il suo nome in Eraclea, in onore dell’imperatore Eraclio, vincitore dei Persiani e liberatore di Gerusalemme.

La piena della Cucca aveva però cambiato le condizioni della città. Quella che poteva assumere lei il ruolo che sarà della Serenissima, invece da insediamento insulare si era trovata a divenire una città-fortezza su un promontorio. Sebbene Melidissa riuscisse a salvarsi dai tentativi longobardi d’assedio, non ebbe la stessa fortuna quando arrivarono i Franchi e i rivali veneziani. I centri urbani di Rialto, Torcello e Olivolo si erano già uniti in una nuova realtà, che sarebbe stata poi conosciuta col nome di Venezia. Coinvolta nelle guerre fra fazioni bizantine e coi Franchi, Eraclea fu infine assediata ed espugnata dai rivali di Venezia, che ne distrussero le mura, lasciandola indifesa. Pochi anni dopo, nell’810, i Franchi di Pipino (figlio di Carlo Magno) la rasero al suolo, risparmiando solo le chiese.

Per i veneziani del doge Obelario Antenoreo fu relativamente facile aver ragione della città rivale: la lingua di terra che la Rotta della Cucca aveva creato alla foce del Piave e del Sile consentiva agli eserciti di arrivare marciando sotto le mura di Eraclea. Venezia, invece, rimaneva solidamente difesa dalle acque della Laguna, sulle sue isole e i suoi canali. In tal modo Eraclea perì mentre Venezia fiorì.

Il clima fa quel che gli pare

In altre parole, la sopravvivenza e poi il successo di Venezia fu determinato proprio grazie ai cambiamenti climatici che interessarono il VI e VII secolo, e che furono molto più massicci e duraturi che non il singolo evento (oggi i pennivendoli e i fanatici ambientalisti lo chiamerebbero “evento meteo eccezionale”) del 17 ottobre 589: lo scioglimento dei ghiacciai alpini (in assenza di CO2 antropica… guarda un po’!) provocò vaste inondazioni a valle e lo spostamento degli alvei di molti fiumi, fra cui l’Adige e il Po. E se le alluvioni provocarono indirettamente la fine di Eraclea messa alla mercé degli invasori, allo stesso tempo salvarono la Laguna, perché deviò parte dei fiumi che vi riversavano i loro sedimenti e che l’avrebbero interrata. Sorte, peraltro toccata anche a Ravenna e Classe, città-fortezze bizantine fondate nelle lagune romagnole, nel giro di alcuni secoli persero i loro porti, e con essi la loro importanza strategica. Oggi, l’interramento della costa causato dai sedimenti portati dai fiumi ha spostato Ravenna nell’entroterra, a 7 km dalla riva dell’Adriatico.

La conservazione della Laguna attorno a Rialto, Torcello, Malamocco e gli altri centri insulari nati dopo le invasioni barbariche, consentì la nascita di Venezia e la sua affermazione come potenza mediterranea. In seguito i veneziani – che evidentemente avevano compreso meglio della classe politica attuale l’importanza delle opere idrauliche per la manutenzione del territorio – crearono delle deviazioni artificiali dei fiumi per evitare che la loro città potesse subire la fine di Eraclea, preservando la Laguna fino all’evo moderno.

Per altri 10 secoli, la Serenissima riuscì a conservare la Laguna come gigantesco fossato che rendeva Venezia inespugnabile da terra. Ai fatti, fu l’unica città europea a non aver mai edificato una cerchia di mura. Venezia impose leggi e magistrati ad hoc per la gestione dell’ecologia, dalle acque ai boschi (risorsa strategica per una potenza marinara) riuscendo a far attraversare indenne l’ambiente lagunare a mille anni di cambiamenti climatici: altre lagune, infatti, vennero interrate nel corso dei secoli, come visto per Eraclia e Ravenna. Della catena di lagune che partiva da Cesena e finiva all’attuale Monfalcone, infatti, solo quella di Venezia è rimasta intatta. Le altre hanno subito la loro sorte naturale, quella di interrarsi più o meno lentamente, trasformandosi prima in laghi salmastri o paludi, poi in fertili terreni alluvionali. Le Valli di Comacchio, oggi, rappresentano il pallido fantasma della vasta laguna che aveva reso Ravenna e Classe città potenti e strategiche (per inciso, Classe in latino voleva dire “flotta”, era essenzialmente la Sebastopoli della marina di Bisanzio).

Nel corso dei secoli le alluvioni colpirono periodicamente le campagne al confine fra Veneto e Romagna, dove i grandi fiumi del Po e dell’Adige sfociano. I cambiamenti climatici si sono susseguiti, passando da momenti di caldo a secoli di freddo – come la “piccola era glaciale” del XVI secolo. Le signorie che si alternarono al potere su quelle regioni cercarono variamente di governare questi fenomeni, con alterne fortune. Fra queste, i veneziani – ricchi d’esperienza e determinati – furono quelli che ottennero i migliori risultati, deviando fiumi e salvaguardando la Laguna.

Morale della favola: i cambiamenti climatici c’erano, ci sono e ci saranno sempre. Gli uomini possono governarli. E con una botta al cerchio e una alla botte passare indenni fra picchi di caldo e di freddo, ghiacciai che si sciolgono e ghiacciai che si riformano. Quel che è certo è che i veneziani avrebbero sbattuto ai Piombi i nove decimi della classe politica che ha provocato il disastro di questi giorni in Romagna e ai remi delle galere gli ambientalisti fanatici con le loro assurde teorie autolesionistiche. Almeno si rendano utili…

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