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Kaspar Hauser: mitomane, truffatore o vittima innocente di una congiura?

di Daniela Storie su Misura da Thriller Storici e Dintorni del 26 maggio 2023

Il 26 maggio 1828 comparve all’improvviso in una piazza di Norimberga un ragazzo, di circa sedici anni, che sapeva dire solo un nome, forse il suo, Kaspar Hauser e poche altre parole. Camminava barcollando e pareva ubriaco: calzava un paio di stivaletti troppo corti, da cui spuntavano le dita, e aveva i piedi penosamente ulcerati. Camminava con difficoltà, si capiva che aveva un problema ai piedi e alle anche nel muoversi. I primi abitanti che incontrò, due calzolai, dissero di averlo visto spaesato in una strada della città. Era alla ricerca del capitano di cavalleria von Wessenig a cui doveva consegnare una lettera.

Ovviamente nessun cittadino di Norimberga era a conoscenza dell’identità del ragazzo.

La lettera riportava l’intestazione “Von der Bäierischen Gränz / daß Orte ist unbenant / 1828” – (confine bavarese / da un luogo ignoto / 1828). Narrava la richiesta di affidamento e custodia del ragazzo al capitano di cavalleria. Il mittente della lettera era anonimo. Kaspar portava con sé anche un’altra lettera, scritta da sua madre per affidarlo al nuovo “precettore”.  

Questo ragazzo è nato il 30 aprile del 1812. Non ci ho mai fatto fare un passo lontano da casa, così nessuno sa dove è stato allevato, e lui stesso non sa come si chiama casa mia e anche il posto non lo sa. L’ho portato via di notte non sa più tornare a casa, e non ha un soldo in tasca perché nemmeno io ci ho niente se non lo tenete con Voi dovete cacciarlo o appenderlo nel camino.

LE ORIGINI DI KASPAR

In questa lettera si scoprì il nome di Kaspar, la sua presunta data di nascita, il 30 aprile 1812, e il fatto che suo padre fosse arruolato nella cavalleria del 6° reggimento (proprio quello del capitano von Wessing). Il ragazzo continuava a ripetere, senza apparentemente comprenderne il significato, la frase in dialetto:” Voglio diventare un cavaliere come mio padre” .

Mostrava di non capire nulla di ciò che gli veniva detto ma riuscì a scrivere con caratteri chiari e leggibili il proprio nome: Kaspar Hauser Nelle sue tasche furono trovati un rosario e diversi foglietti devozionali cattolici, tra cui uno intitolato “L’arte di porre rimedio al tempo perduto e agli anni passati malamente”. Per chi volesse sapere com’era Kaspar Hauser, questo era l’aspetto: aveva i capelli color castano chiaro, ricci e molto fini; era tarchiato ma proporzionato, con mani piccole e ben fatte e piedi dalle piante lisce come se non avessero mai camminato o conosciuto calzature.

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Gli occhi azzurri, sebbene luminosi, erano spenti ma si illuminavano quando qualcosa attirava la sua attenzione. Una strana deformazione delle ginocchia gli impediva di camminare con scioltezza e lo rendeva impacciato in molti movimenti anche i più semplici e banali: stare su un piede solo, salire o scendere le scale, piegare o distendere una gamba. Venne condotto in prigione, cosa che gli causò nuove sofferenze, e gettato nella cella di un garzone di macellaio che aveva il compito di spiarlo. Kaspar si accasciò sulla paglia e cadde in un sonno profondo. Riusciva a nutrirsi solo di pane e acqua e l’odore della carne o dell’alcool gli provocavano terribili convulsioni. Kaspar Hauser venne affidato alla sorveglianza di un guardiano: Hiltel. Hiltel era un uomo semplice, di buon cuore, che possedeva una sorprendente esperienza in materia di osservazione e valutazione dei suoi simili. A contatto dei bricconi che frequentavano la prigione, egli aveva saputo conservare intatte e addirittura acuire, le sue facoltà di percezione. Per primo scoprì in quel giovanetto scialbo, incapace di esprimersi chiaramente, la purezza, l’innocenza ed il candore dell’anima. In seguito, Hiltel lo descriverà così:

Tutto il suo modo d’essere era, per così dire, un puro specchio di innocenza infantile; non vi era in lui niente di perfido; egli esprimeva ciò che sentiva nel suo cuore nella misura in cui glielo permetteva il suo povero linguaggio. Dette una prova tangibile del suo candore e della sua innocenza il giorno in cui mia moglie ed io lo spogliammo per la prima volta; il suo atteggiamento fu quello di un bambino: del tutto naturale e senza imbarazzo alcuno.

DOVE AVEVA VISSUTO KASPER HAUSER FINO AL SUO ARRIVO A NORIMBERGA? 

All’inizio si pensò che Kaspar Hauser fosse cresciuto in mezzo alla foresta, ma durante diverse conversazioni con le persone a cui viene affidato, il ragazzo raccontò un’altra versione della sua infanzia. A quanto pareva aveva vissuto in una stanza lunga un paio di metri e larga uno, completamente buia, con un giaciglio di paglia e con alcuni animali giocattolo in legno. Hauser raccontò anche di trovare tutti i giorni pane e acqua accanto al suo giaciglio. Aggiunse che, periodicamente, l’acqua aveva un sapore più amaro, che gli causava un sonno più pesante. In tali occasioni, si risvegliava con la paglia del giaciglio cambiata e le unghie e i capelli tagliati Fu così possibile ricostruire la sua storia: aveva passato gli ultimi dodici anni in una cella buia, incatenato al pavimento. Il solo contatto era costituito da un uomo che gli portava il cibo e   lo picchiava appena faceva qualche rumore che potesse rivelarne la presenza. 

Kaspar Hauser costituiva un enigma apparentemente indecifrabile per le autorità e i medici. Non era pazzo come si era creduto all’inizio. Non conosceva la maggior parte delle parole, gli oggetti di uso comune e i fenomeni naturali più ovvi: la prima volta che vide la fiamma di una candela, estasiato, tentò di prenderla ustionandosi le dita. Come i bambini piccoli, cercava di afferrare qualsiasi oggetto luccicante e piangeva se non riusciva a raggiungerlo. Manifestava una violenta repulsione per qualsiasi cibo che non fosse pane o acqua.

Quelle erano evidentemente le uniche cose di cui si era nutrito nella sua vita precedente. Il suo vocabolario contava cinque o sei parole, la più importante delle quali era “cavallo”. La ripeteva continuamente, spesso in modo accorato, quasi nostalgico. Così, un giorno, uno dei poliziotti che lo aveva in custodia gli regalò un cavallino bianco di legno. Alla vista di quel giocattolo, Kaspar uscì di colpo dallo stato di apatia in cui trascorreva la maggior parte del tempo. In silenzio, con il viso sorridente rigato di lacrime, si sedette a terra accanto al cavallino e cominciò a vezzeggiarlo come se fosse un amico ritrovato.

UN’ATTRAZIONE

La gente veniva a vederlo da tutta Norimberga, dalle altre città della Baviera e della Germania, dall’intero continente, tanto che un giornalista gli diede questo appellativo: das Kind von Europa, “il fanciullo d’Europa”. Lentamente Kaspar cominciò a incamerare parole, concetti, cognizioni, finché non fu in grado di esprimere in modo sommario ma compiuto i propri pensieri. Allora i suoi tutori provarono a interrogarlo, per tentare di risolvere l’enigma del suo passato. E Kaspar raccontò quanto segue, prima a voce e poi – quand’ebbe imparato a scrivere – su carta. Non conosceva la sua identità e il suo luogo di nascita.

Solo una volta arrivato a Norimberga aveva scoperto che esistevano altri esseri umani e altre creature, oltre a lui stesso e all’“uomo da cui era sempre stato”. La sua memoria era offuscata, ma ricordava di aver sempre vissuto in un “buco” (probabilmente una cella o un’angusta stanzetta), seduto a piedi scalzi sul pavimento. Prima di Norimberga non aveva mai visto il cielo né aveva mai incontrato nessuno. Nel buco aveva come unica compagnia due cavalli di legno e vari nastri: trascorreva le ore adornandoli o facendoli correre accanto a sé. Così ogni giorno per anni e anni. Un giorno, quello stesso uomo si era presentato con un tavolino e un foglio; poi, tenendosi dietro le spalle di Kaspar per non farsi vedere, gli aveva messo in mano una matita e gli aveva mostrato come usarla. In seguito, sempre tenendolo da dietro, gli aveva insegnato come comminare. Infine, lo aveva trascinato fuori dalla cella, gli aveva ordinato di tenere lo sguardo abbassato e lo aveva portato fin nei pressi di Norimberga.

Lì Kaspar era stato abbandonato, con gli stivali bucati e la lettera. Il 28 maggio 1828 Kaspar Hauser venne presentato al medico legale di Norimberga, il dottor Preu, a cui spettava il compito di valutare se si trattasse di un malato o di un truffatore.

L’IDEA DEL MEDICO

Il dr. Preu era un fenomenologo imparziale, sempre all’erta, costretto dal suo mestiere a mostrarsi subito scettico. Le osservazioni che fece su Kaspar Hauser lo portarono immediatamente alla convinzione di essere in presenza di un caso unico, mai studiato nel suo genere fino ad allora. Ecco come riassunse nel rapporto il risultato delle sue osservazioni: 

«Quest’uomo non è né folle né ritardato, ma evidentemente è stato allontanato per forza e con la più grande crudeltà da ogni contatto con gli uomini la società».

Preu fondava il suo rapporto di esperto su osservazioni perfettamente obiettive. Citiamone una che risulta dalla sua diagnosi del problema alle gambe di Kaspar:

«Le due ginocchia hanno una forma strana. I condili della coscia e della gamba si ritraggono fortemente verso dietro e cedono verso avanti contemporaneamente alla rotula. Di conseguenza, quando Hauser si siede su uno suolo piatto, i piedi poggiano così fortemente sul suolo nella zona dei garretti, che non si può nemmeno far scorrere sotto un foglio di carta, mentre con altre persone vi si può introdurre agevolmente il pugno chiuso. Si può confrontare questa particolarità strana con un’altra che si nota quando Hauser è nella posizione citata sopra: infatti egli tiene allora la schiena del tutto dritta ed allunga le sue braccia liberamente dinanzi a sé, mentre in questa posizione del corpo e delle mani ogni altro uomo è forzato a curvare la schiena». 

Questa osservazione era particolarmente importante perché confermava le dichiarazioni ulteriori di Kaspar Hauser sulla sua detenzione. Inoltre, essa costituiva un altro mezzo per determinare l’epoca della sua carcerazione nella prigione già descritta. Era chiaro che una tale deformazione poteva essere stata provocata, con una lunga stazione seduta, soltanto in un piccolo bambino le cui ossa sono ancora flessibili. 

Nel suo corpo, nelle sue ossa, egli portava l’impronta materializzata della sua prigionia. 

Ulteriormente, Preu raccolse tutte le sue constatazioni di ordine medico in un rapporto circostanziato in data 3 dicembre 1830. Ecco la conclusione generale:

«Fin dalla più tenera infanzia Kaspar Hauser è stato veramente tenuto lontano dalla società degli uomini e rapito, nascosto agli occhi di tutti, in un luogo in cui la luce del giorno non poteva penetrare; ed è rimasto in questo stato fino al momento in cui, improvvisamente, apparve fra noi come se fosse caduto dal cielo. Il che, dal punto di vista anatomico e fisiologico, porterebbe la prova che Kaspar Hauser non è venuto da noi come truffatore». 

Il suo caso destò l’interesse del pubblico che voleva vederlo, toccarlo, fare degli esperimenti, per cui Kaspar dopo due mesi iniziò a soffrire di nevrosi. Le autorità lo affidarono quindi alle cure del prof. Georg Friedrich Daumer, uno stimato insegnante della città (Steiner disse di stampo antroposofico). Questa fu una mossa felice, perché Kaspar poté imparare a parlare, leggere, scrivere, far di conto in pochi mesi, meditando perfino la propria autobiografia. Ma Kaspar soffriva della sua situazione.

Un giorno, mentre dall’alto di una montagna contemplava il panorama delle valli e delle colline, il ragazzo si fece improvvisamente triste e silenzioso. All’amico che era con lui e che gli chiese perché, Kaspar rispose: “Stavo pensando a quante cose belle ci sono al mondo e com’è duro per me aver già vissuto tanto e non aver visto nulla, e a come sono fortunati i bambini che hanno potuto vedere tutto ciò sin dai primi anni di vita. Io sono già così vecchio e ancora devo imparare quel che i bambini sanno da un pezzo. Vorrei non essere mai uscito dalla mia prigione, chi mi ci ha messo doveva anche lasciarmici. Così, non avendo visto niente, non avrei avuto rimpianti né mi sarei lamentato di non essere mai stato bambino e di aver visto così tardi il mondo”. Quello stesso amico che aveva accompagnato Kaspar Hauser in montagna, il giurista Anselm von Feuerbach, scriverà di lì a poco: “Nessuno potrà mai consolarlo completamente del suo destino. È come un tenero virgulto privato della corona, roso alle radici da un verme. Nulla vi è più in lui di straordinario se non il suo destino e la sua indescrivibile bontà e gentilezza”. Una mattina d’ottobre del 1829, Kaspar Hauser fu ritrovato ferito nella casa del professor Daumer. Ai soccorritori raccontò che un uomo mascherato, penetrato nell’abitazione approfittando dell’assenza dei suoi inquilini, lo aveva accoltellato ed era fuggito credendolo morto. L’inchiesta giudiziaria non riuscì a rintracciare il misterioso sicario, ma l’evento infittì l’enigma e moltiplicò gli interrogativi che aleggiavano intorno alla vicenda di Kaspar Hauser Kaspar fu poi tolto dalle mani del prof. Daumer e passò da un egregio signore all’altro: un barone, un ricco uomo d’affari, un austero maestro di scuola, un “ambiguo” lord Ormai ventenne, Kaspar fu trasferito nella città di Ansbach, a casa dell’ennesimo maestro e tutore, un uomo rigido e pedante, e gli venne dato un posto di copista al palazzo di giustizia. La sera del 14 dicembre 1833 Kaspar tornò a casa ferito gravemente al petto. Quella mattina, disse, uno sconosciuto per strada gli aveva promesso importanti rivelazioni circa la sua vera origine e gli aveva dato appuntamento per il pomeriggio nei giardini del castello. Kaspar ci era andato, ma una volta là un uomo era sbucato da un cespuglio e lo aveva accoltellato. Di nuovo ci fu chi sospettò che si fosse ferito da solo, in un estremo tentativo di attirare l’attenzione su di sé, e che per errore avesse spinto il pugnale troppo a fondo. Kaspar Hauser agonizzò per tre giorni e infine morì, per la seconda volta. Venne sepolto nel cimitero della cittadina bavarese. Oggi si arriva alla tomba seguendo un percorso segnalato: Sulla sua lapide si legge:

«Hic jacet Casparus Hauser, aenigma sui temporis. Ignota nativitas, occulta mors – MDCCCXXXIII»
«Qui riposa Kaspar Hauser, enigma del suo tempo. Ignota la [sua] origine, misteriosa la [sua] morte – 1833»

Nei giardini dove fu accoltellato gli fu eretto in seguito un monumento, con una lapide che recita:

«Hic occultus occulto occisus est»
“Qui un uomo misterioso fu ucciso in modo misterioso”

LA VERITÀ SU KASPAR HAUSER

Chi aveva desiderato la morte di Kaspar Hauser? Era stato il gesto isolato di un folle o l’ennesimo tassello di un oscuro complotto che si protraeva dal 1812? E ancora: perché mai Kaspar era stato segregato fin dai primi anni di vita e poi inspiegabilmente liberato sedici anni dopo? Qual era la sua vera identità? Era forse il rampollo di una famiglia nobile che si era preferito togliere di mezzo per ragioni dinastiche? Ma allora perché non era stato semplicemente ucciso nella culla? Anselm von Feuerbach (padre del più noto filosofo Ludwig Feuerbach) si era interrogato a lungo sulla enigmatica vicenda di Kaspar Hauser e morì, forse avvelenato pochi mesi prima del ragazzo. Gli indizi raccolti durante la sua indagine privata lo avevano indotto a pensare che Kaspar Hauser fosse l’erede al trono del Baden: nientemeno che il figlio del granduca Karl e della granduchessa Stephanie Beauharnais, la figlia adottiva di Napoleone. Secondo questa ipotesi, un altro ramo della famiglia, ostile a Karl e desideroso di succedergli, avrebbe cospirato per eliminare il suo ultimo erede legittimo: il piccolo Kaspar, appunto. Il figlio primogenito dei granduchi, nato proprio in quello stesso 1812, era stato dichiarato ufficialmente morto dopo pochi mesi in circostanze non chiare. Se la ricostruzione di Feuerbach fosse vera, i misteriosi carcerieri di Kaspar Hauser sarebbero stati, per assurdo, anche i suoi salvatori: lo sottrassero ai sicari, ma lo consegnarono a una vita morta, in una cella isolata dal mondo, per anni e anni, fino alla sua liberazione, quando ormai i suoi nemici avevano raggiunto il loro scopo.

Ci fu chi accusò Kaspar Hauser di essere un mitomane, un mistificatore squilibrato, un bugiardo patologico. Come Lord Stanhope, che passò il resto della sua vita a cercare di convincere l’opinione pubblica che Kaspar Hauser non era stato altro che un truffatore. Se così fosse, dovremmo concludere piuttosto che è stato il più grande attore della storia. Un attore così geniale da recitare la parte più estrema che si possa immaginare per anni senza una sbavatura, senza mai tradirsi, fino al punto di uccidersi pur di spacciarla per vera. Si può credere a una cosa del genere? Nel 1982, durante alcuni lavori di restauro del vecchio castello di Pilsach, vicino a Norimberga, i carpentieri si imbatterono in stanze e soffitte murate di cui nessuno ricordava più l’esistenza. In una di queste fu ritrovato un piccolo cavallino di legno dipinto di bianco. Su di lui sono stati scritti più di 8.000 libri e 23.000 articoli e sono stati realizzati alcuni film: Kaspar Hauser di Kurt Matull del 1915, L’enigma di Kaspar Hauser di Werner Herzog del 1974, Kaspar Hauser di Peter Sehr del 1993, La leggenda di Kaspar Hauser di Davide Manuli.

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