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Elisabetta. 70 anni di regno, dalla fine dell’Impero a quello della Britannia

Per i coccodrilli alla Caprarica sulla defunta Regina del Regno Unito ci saranno altre sedi. Qui vogliamo gettare uno sguardo prospettico su un regno che nei suoi 70 anni ha visto la fine dell’Impero più esteso sulla faccia della terra e ora sta preparando anche la fine etnica del suo centro.

Elisabetta II di Windsor sale al trono il 6 febbraio 1952. Pochi giorni dopo, il vecchio bulldog Churchill, ritornato a Downing Street dopo l’eclissi postbellica, annuncia che la Gran Bretagna è diventata una potenza nucleare. Il primo ordigno atomico inglese viene fatto detonare il 3 ottobre in Australia, nell’arcipelago di Montebello. E’ l’ultima zampata del leone britannico, quasi una piccola rivincita verso gli alleati americani, oramai diventati soci di maggioranza di quell’anglosfera che costituirà gran parte del cosiddetto “occidente” nei decenni a venire. Washington, infatti, dopo aver approfittato delle tecnologie maturate in Gran Bretagna per lanciare il Progetto Manhattan, rifiutarono in seguito di consegnare a Londra i progetti per realizzare la bomba atomica.

La triste fine di un impero

La Gran Bretagna che “dominava i mari” ereditata da Elisabetta II era sul piano inclinato di una rapida decadenza. Il suo impero, che aveva controllato a vario titolo il 25% della superficie terrestre negli anni ’20 del XX secolo, si stava sfaldando. L’India s’era già scollata, l’Africa entrava in ebollizione e il sudest asiatico mordeva il freno. Il regno di Elisabetta iniziò con il Commonwealth (che di norma non traduciamo, perché “sfera di co-prosperità” suonerebbe un po’ troppo imperialista…) impantanato in Malesia nella repressione dei moti comunisti filocinesi. Il primo di uno dei tanti conflitti postcoloniali in cui Londra logorò le sue residue forze nel tentativo di controllare la transizione verso l’indipendenza delle sue colonie.

Proprio nell’anno di incoronazione di Elisabetta II scoppiò in Chenia la rivolta dei mau-mau, alla quale Londra rispose con massacri, campi di concentramento e torture. Quando alla fine gli inglesi capitolarono lasciando il paese, milioni di documenti sull’operato delle forze armate, dei mercenari e dei servizi segreti nel paese africano furono gettati in mare per far sparire le tracce degli orrori commessi dagli uomini di Sua Maestà e quelli sopravvissuti furono falsificati. E poi Cipro e lo Yemen. Stessi metodi. Contemporaneamente Londra abbandonava la Rhodesia, la cui minoranza bianca cercò di salvare il british way of living nonostante il voltafaccia della madrepatria (la vicenda è un po’ più complessa di come l’hanno raccontata i media…). L’ultimo colpo di coda del colonialismo britannico fu mosso dalle forze armate di Sua Maestà con la crisi di Suez del 1956. Con il doppio “no” di USA e URSS Londra e Parigi vennero ricondotte alla realtà: le superpotenze erano solo due e la grandeur dei due ex imperi doveva essere riposta. Eppure entrambe le vanagloriose “vincitrici” della Seconda guerra mondiale impiegarono oltre un decennio a comprendere che la loro epoca era finita e che gli imperi coloniali che avevano conquistato erano destinati a liquefarsi.

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In ogni caso, la stessa violenza spietata i britannici la dispiegarono forse con più riguardi ma non con meno odio, anche in Irlanda del Nord. Proprio nel 1956 iniziò la prima rivolta in grande stile dell’IRA dopo la Seconda guerra mondiale. Negli anni Sessanta, poi, esplosero i “tumulti” (Troubles) che si conclusero dopo un trentennio di sangue, attentati, internamenti, torture di prigionieri costato oltre settemila morti di ambo le fazioni. La brutalità impiegata dalla “democratica” Gran Bretagna di Sua Maestà la regina Elisabetta II non aveva nulla da invidiare ai sistemi repressivi di tanti “deprecati regimi” che l’occidente anglofono si era dato da fare per eliminare.

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Guerra ai propri sudditi

Senza dubbio il regno di Elisabetta II fu per le Isole Britanniche un periodo di ebollizione culturale: gran parte delle mode giovanili nacque ad Albione, dal rock al punk e poi alla new wave. La BBC2 fu la prima emittente pubblica del mondo espressamente dedicata a un pubblico giovane. Eppure anche questa epica pagina della storia culturale del XX ha i suoi lati oscuri, costituiti dalla manipolazione delle masse, dagli esperimenti sociali e dall’ingegneria comportamentale che fu impiegata per piegare e plasmare il movimento giovanile. Una storia in gran parte da scrivere.

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Negli anni Settanta, poi, il thatcherismo inizia a intaccare quel welfare state che era stato il vanto della Gran Bretagna postbellica. Forse l’unica reale “vittoria” di Londra dopo la Seconda guerra mondiale. Il pericolo comunista sembrava scongiurato (al massimo si rischiava la guerra nucleare, e l’Inghilterra fu l’epicentro di alcuni dei film e documentari più angoscianti mai prodotti su questo argomento per criticare le politiche governative su quel fronte) e il liberismo più duro poteva riprendersi ciò che aveva dovuto cedere davanti al pericolo rosso. I beni pubblici furono privatizzati e gli scioperi schiacciati con spietatezza dalla “Puttana”, come gli operai chiamarono Margareth Thatcher.

La Gran Bretagna, covando la sua gloriuzza delle Falkland, si stava preparando così alla sua fine definitiva. Dopo l’orgia liberista, venne il momento dei laburisti, oramai perfettamente assorbiti nell’ideologia globalista. La fine dell’URSS e della Guerra Fredda avevano aperto la strada alla nuova ideologia liberal. La Gran Bretagna, che già da decenni importava immigrati dal suo ex impero, è diventata a partire dagli anni Novanta del XX secolo grazie ai governi liberal di Sua Maestà una delle avanguardie della società multirazziale, o “società aperta” come preferiscono chiamarla i suoi corifei. Per ammissione di membri stessi del governo Blair, gli immigrati furono letteralmente “invitati” in Gran Bretagna allo scopo di fare ingegneria sociale e distruggere quel “british way of living” del tè alle cinque che costituiva un insopportabile zoccolo duro tory, avviando il paese intero sulla via della sostituzione etnica. E mentre in tutta Europa i media pompavano Londra come un meraviglioso esempio di integrazione, invitando giovani da ogni angolo del continente a recarsi là per lavorare (gli italiani come lavapiatti, i polacchi come idraulici…) i bobby londinesi, celebri perché armati di solo sfollagente, sono finiti in tenuta antiterrorismo, con giubbotti in kevlar, elmetto, visori notturni e armi da fuoco automatiche come in un teatro di guerra. D’altronde, Londra è oggi una delle città dell’Europa occidentale col più alto tasso di criminalità violenta, e il suo centro, la City, è l’89% più pericoloso che il resto del paese. Il tutto con un sistema giudiziario e mediatico che fa di tutto per ridurre l’impatto della giustizia sulle minoranze (che a Londra poi non sono più minoranze, essendo oramai oltre la metà della popolazione di origine immigrata).

Albione fra “Brave New World” e “1984”

Negli ultimi anni, con governi laburisti o conservatori, la Gran Bretagna di Sua Maestà la regina Elisabetta II è stata all’avanguardia nella distruzione dello stato di diritto, con l’approvazione di leggi severe contro i “nuovi reati” d’opinione basati sulla “percezione” e non sulla certezza della fattispecie. La cancel culture ha in Gran Bretagna una delle sue roccaforti europee, e nessuna delle glorie del passato britannico, Shakespeare compreso, può dirsi al sicuro in un paese in cui le orde del BLM e i docenti fedeli al marxismo culturale tengono in pugno i campus universitari e le amministrazioni delle più importanti città stringono l’occhio alle peggiori iniziative iconoclaste. L’agenda digitale proprio in Gran Bretagna, una delle ultime nazioni a non avere ancora l’obbligo di carta d’identità per i suoi cittadini, sta facendo passi da gigante. E d’altronde è la colonia del Canada, tutt’ora parte del Commonwealth, il primo paese in cui si è sperimentata la repressione di una protesta popolare “spegnendo” i diritti dei cittadini con un clic, quando alla rivolta anti-vaccinista dei camionisti canadesi il regime di Justin Trudeau rispose col blocco dei conti correnti, delle assicurazioni, delle patenti di guida e perfino la minaccia di sottrazione di figli e animali domestici “arrestati” durante le manifestazioni. D’altronde, l’anglosfera è il centro principale di quei gruppi di pensiero e potere come la Società Fabiana che stanno alacremente disegnando il Coraggioso Nuovo Mondo mentre i benpensanti ridacchiano con la battutina “se vabbè, complotto”.

Dio ci salvi dalla Regina

Questa, per sommi capi, la storia di un settantennio che ha visto la fine dell’Impero britannico e sta aprendo alla fine della Gran Bretagna come nazione etno-culturale. La regina Elisabetta II di Windsor è stata la protagonista di questo settantennio e il suo ruolo dovrà essere approfondito dagli storici (sempre fra le more di un sistema archivistico inglese abilissimo a fare “ministero della Verità” nel far sparire le carte più bollenti…). Fu solo una rappresentante simbolica dell’unità del Regno, muta osservatrice della fine di un impero? Oppure ne fu parte in causa, agendo con la cosiddetta moral suasion sui suoi primi ministri? E se sì, quanto delle linee politiche del Regno Unito è farina del sacco di Sua Maestà? Di certo possiamo dire una cosa, da italiani: che il governo di Sua Maestà ha esercitato indebite pressioni contro l’Italia fin dalla fine della Seconda guerra mondiale, dalla questione di Trieste (le cui ultime pallottole inglesi furono sparate sotto il regno di Elisabetta II) agli Anni di Piombo, fino alla vicenda del “sacco d’Italia”, iniziata con il viaggio nel Tirreno del panfilo Britannia, di certo non prestato da Elisabetta II ai rapaci privatizzatori dei beni del popolo italiano a scatola chiusa. “Dio ci salvi dalla Regina”, avremmo dovuto cantare noialtri…

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