Di Alberto Scuderi per Storia in Rete del 22 ottobre 2026
Per nostra sfortuna, o masochismo, capita talvolta di leggere libri che hanno bisogno della storia per raccontare qualcos’altro. Nel recente lavoro di Aldo Cazzullo, Quando l’Italia rinacque. Il nostro Rinascimento (Harper Collins, 2026), il Rinascimento è il grande pretesto, la scenografia monumentale, il serbatoio inesauribile di nomi illustri e aneddoti meravigliosi attraverso cui l’autore torna a fare ciò che ormai costituisce il centro riconoscibile della sua opera: raccontare agli italiani chi sono, o meglio chi dovrebbero credere di essere.
Cazzullo non dissimula il suo programma. Anzi, lo dichiara con una franchezza quasi disarmante. Nella bibliografia finale spiega di aver scelto «i personaggi più vicini alla mia sensibilità, più importanti a mio avviso nel definire l’identità italiana», e aggiunge la formula che potrebbe funzionare come manifesto dell’intera sua produzione: «nessuna idea senza una storia; nessuna storia senza un’idea».

Insomma, l’idea all’inizio. La storia, dopo. Il problema non è che Cazzullo abbia un’idea. Il problema è che ogni volta che incontra la storia sembra sapere già quale idea debba ricavarne. Il passato non è tanto un territorio da attraversare quanto una gigantesca macchina narrativa da mettere al lavoro. Michelangelo, Leonardo, Piero della Francesca, Federico da Montefeltro, Ariosto, gli uomini d’arme, i banchieri, i papi, i condottieri: tutti entrano in scena in questo saggio contenitore, tutti vengono dotati di una psicologia immediatamente comprensibile, trasformati in personaggi e quindi ricondotti a una trama. Il Rinascimento ha il dovere di funzionare. Deve avere protagonisti, colpi di scena, antagonisti, passioni, delitti, tradimenti, genialità, cadute, riscatti.
La congiura dei Pazzi sembra possedere naturalmente il passo di un thriller; Urbino diventa una specie di set cinematografico; l’Orlando furioso può essere avvicinato al fantasy contemporaneo; l’arte, la scienza e la filosofia vengono continuamente ricondotte alla nostra sensibilità presente. Non c’è nulla di illegittimo, naturalmente, nell’usare gli strumenti della narrazione per avvicinare il pubblico alla storia. Ma qui la narrazione diventa un criterio metodologico, alfine di rendere la storia leggibile e inclusiva.
Il Rinascimento di Cazzullo è infatti un Rinascimento senza vere zone d’ombra. È una celebrazione stucchevole dell’ingegno italiano, una sfilata di uomini eccezionali, una teoria di miracoli civili. Il conflitto viene riconosciuto, ma rapidamente ricomposto. La contraddizione viene mostrata, ma quasi sempre trasformata in una morale che possa servire a tempo debito. Cazzullo scrive che «il Rinascimento è la rivoluzione dell’uomo». Formula efficace, memorabile, giornalisticamente impeccabile, ma che rivela il limite dell’operazione. Tutto tende a convergere sull’uomo, sulla fiducia in sé stesso, sulla sua capacità di scoprire, inventare, costruire, dominare la realtà.
L’Umanesimo diventa così il grande patrimonio italiano da riscoprire, «il grande contributo di noi italiani alla civiltà universale», laddove il “noi” è la parola cruciale. Cazzullo non si limita a raccontare un’epoca, costruisce una genealogia cercando nel Quattrocento e nel Cinquecento la prova di una continuità italiana: un filo che dagli umanisti arriva a noi, dai palazzi di Urbino alle nostre crisi contemporanee, dai grandi artisti alle inquietudini dell’intelligenza artificiale. È la stessa operazione che aveva alimentato i precedenti Quando eravamo i padroni del mondo, Francesco. Il primo italiano e Il Dio dei nostri padri: ognuno funzionale a ricomporre un’identità nazionale che nel presente appare incerta, frammentata, perfino imbarazzata di sé stessa.
Cazzullo ha trovato, in questo senso, una formula editoriale formidabile: prendere la storia italiana e trasformarla in una seduta collettiva di autostima. Il punctum dolens, però, è che la storia, quando la si riduce a terapia identitaria, diventa pedagogia nazionale. Il passato viene interrogato non per ciò che è stato, ma per ciò che può ancora dirci. Certo, ogni storico interpreta, ma il punto critico sta nella sproporzione fra la dichiarata libertà della scelta e l’ambizione universale della conclusione. Cazzullo dice di scegliere «i personaggi più vicini alla mia sensibilità» e poi da quella selezione ricava una definizione dell’identità italiana. È un procedimento perfettamente legittimo in un libro personale; diventa più problematico quando la sensibilità dell’autore assume le dimensioni di una civiltà.
A questo Rinascimento così infiocchettato manca, come dire, la “ciccia”: violenza politica, frammentazione, guerre interminabili, miseria, dominio oligarchico, intolleranza religiosa, brutalità del potere. Del resto, si era in tempi straordinari e feroci: capaci di produrre Piero della Francesca e guerre civili, biblioteche e torture, prospettiva e congiure. La grandezza del Rinascimento fa il paio con tutte le contraddizioni possibili, e a Cazzullo le inquietudini che ne conseguono non vanno giù. La sicurezza televisiva con cui conduce il racconto è implacabile: nulla deve turbare la materia storica, così come l’animo di noi lettori (e spettatori). Le informazioni giungono ordinate, i nomi sono introdotti, le vicende montate, le connessioni rese evidenti. Non c’è il gusto dell’oscurità, né quello dell’erudizione esibita. Tutto perfettamente chiaro, ma mai profondo.
La semplificazione del Rinascimento rischia di diventare una forma elegante di falsificazione sentimentale: non perché racconti necessariamente cose false, ma perché elimina proprio quelle asperità che renderebbero il passato altro da noi. C’è poi il gran finale, dove la distanza fra il Rinascimento e il mondo che ci circonda si assottiglia definitivamente. Guerre, armi nucleari, crisi climatica, intelligenza artificiale, rischio totalitario: il passato che giudica il grande presente. La soluzione? L’uomo, ovviamente. Il quale nella scelta fra bene e male, libertà e sottomissione, non ha dubbi sul da farsi. Il messaggio è rassicurante: siamo stati grandi, possiamo esserlo ancora. Tutti “noi italiani”, dice, siamo eredi diretti di Leonardo, Michelangelo, Ariosto, Piero della Francesca. Ma sarebbe necessario ricordare anche che nessuno di loro apparteneva a un’Italia che esisteva già. L’Italia del Rinascimento è una nostra retroproiezione. Costoro erano, innanzitutto, fiorentini, ferraresi, urbinati, milanesi, veneziani, romani, vivevano dentro sistemi politici e culturali radicalmente diversi.
Il «noi» con cui Cazzullo li riporta a casa è dunque potentissimo sul piano narrativo e assai più fragile sul piano storico. Qui il libro rivela la propria natura più profonda, ovvero il fatto di essere un libro sull’Italia contemporanea che ha bisogno di immaginarsi rinascimentale. Peccato che il vero Rinascimento non dica quanto siamo stati grandi. Ricorda, semmai, come sia stato possibile, e perché, arrivare fin qui. E quanta strada ancora si debba fare per immaginare di esserne eredi.


