Nel giorno in cui si ricordano Lepanto e l’attacco di Hamas a Israele, cade anche il 70° anniversario della beatificazione di Innocenzo XI Odescalchi. Un vero hype di politica internazionale: fu Pio XII ad elevarlo all’onore degli altari, in piena Guerra fredda. Innocenzo XI, figlio di una ricca famiglia di banchieri di Como, venne presentato come un campione dell’austerità, dell’antinepotismo e della resistenza ai Turchi. Ma la sua biografia privata, secondo i documenti riportati alla luce dal team Monaldi & Sorti, racconta un’altra storia: traffico d’armi, appropriazione dei beni dei fedeli, sanguinose faide familiari, affari nascosti con protestanti ed ebrei, amicizia con assassini, ritratti di belle dame proibiti in pubblico ma conservati in privato. Infine le gravi ombre che accompagnarono la sua elevazione agli altari nel 1956: Pio XII aveva in mano un dossier segreto che consigliava di bloccare tutto, perché Innocenzo aveva coperto gli abusi sessuali commessi da una cerchia di sacerdoti tra cui un vescovo suo amico. Papa Pacelli invece procedette lo stesso, annunciando che «tutti i dubbi sono superati».
Il 7 ottobre è già, per la Storia, una data affollata. È il giorno di Lepanto, la grande vittoria della flotta cristiana sugli Ottomani del 1571. Dal 2023 è anche la data dell’attacco di Hamas contro Israele, destinato a segnare per decenni la memoria politica del Medio Oriente e non solo.
Quest’anno, però, tra gli anniversari c’è un terzo incomodo. Il 7 ottobre 1956 Pio XII proclamò beato Innocenzo XI Odescalchi, il pontefice che la tradizione celebra come eroe della resistenza europea contro l’Impero ottomano, e della liberazione di Vienna nel 1683. Sono dunque trascorsi settant’anni dalla beatificazione. E pochi giorni prima, il 21 settembre, è caduto anche il 350° anniversario della sua elezione al soglio pontificio, avvenuta nel 1676.
Due ricorrenze ravvicinate che ci ricordano due lezioni. La prima è quella di Dante Alighieri e di san Gaetano Thiene, copatrono di Napoli: la Chiesa è santa come istituzione ma troppo spesso prostituta nei suoi ministri. La seconda: il magistero della beatificazione, soprattutto se a fini politici, è tragicamente fallibile (e qualche canonista afferma che lo sia anche quello della canonizzazione).
Già la beatificazione del 1956 – come si legge QUI non fu infatti una pratica pacifica. Nella Curia esistevano fortissime resistenze, come ha spiegato lo storico Claus Arnold, e nelle mani dello stesso Pio XII era arrivato un rapporto di 600 pagine pesantemente negativo, che consigliava di interrompere immediatamente il procedimento (non a caso sospeso per due secoli). Era stato redatto dal gesuita Wilhelm Hentrich, grande esperto di storia e strettissimo collaboratore di Pio XII. Ma papa Pacelli decise ugualmente di procedere e nel radiomessaggio finale del 7 ottobre dichiarò che «gli ostacoli, che si frapponevano al suo felice coronamento, si potevano considerare superati» e che erano stati «chiariti i dubbi sulla retta interpretazione delle risoluzioni d’Innocenzo XI».
Di dubbi tuttavia ve ne sono numerosi, e sono oggetto delle ricerche di Monaldi & Sorti confluite nel loro studio The Odescalchi Files (in Unicum Opus, Rizzoli 2026). Perché dietro il pontefice austero, nemico ufficiale del lusso e del nepotismo, si intravede un Benedetto Odescalchi assai diverso.
La santità (del cugino)
Ha un sapore amaro la vicenda di un cugino del pontefice, il sacerdote Marc’Antonio Odescalchi, che creò a Roma con le proprie forze e i propri beni un’opera pia per i senza tetto, poveri e vagabondi. Venne chiamata opera di Santa Galla ed ebbe grande popolarità, diventando nella capitale l’istituto di assistenza per antonomasia. Marc’Antonio vi lavorò con totale abnegazione e vi spese tutte le sue ricche sostanze. A contatto costante con i poveri contrasse una malattia infettiva che lo portò alla tomba. In seguito, nel 1686 il papa emanò un breve apostolico per istituire anche formalmente l’opera di Santa Galla, dove non nominò affatto il cugino fondatore, ormai morto, bensì lo presentò come uno speciale favore verso Livio, il nipote-prestanome. Marc’Antonio venne completamente dimenticato, come lamentano anche i suoi biografi. Santa Galla è rimasta attiva fino al 1935 e soggetto di proverbi e modi di dire che circolano ancora oggi (andare «a santa Calla/Galla», cioè «finire in ospizio»).
«Bastone ed esorcismo» contro la nipote
Tra le vicende familiari più inquietanti spicca quella di Giovanna Odescalchi, nipote del futuro papa.
A diciotto anni era promessa sposa a Francesco Gallio (ottima aristocrazia milanese, ma in momentaneo declino) e, come si legge dalla corrispondenza di famiglia, profondamente innamorata di lui, con tanto di promessa scritta reciproca. Dopo la morte del padre della ragazza, Benedetto Odescalchi intervenne per spezzare il fidanzamento: preferiva un matrimonio con un Borromeo, famiglia in ascesa.
Di fronte alla resistenza di Giovanna, il futuro pontefice usò temini spietati: occorrevano «bastone ed esorcismo», definì la ragazza un «cervello pazzo» e un «mostro di ostinazione», il suo fidanzato e la famiglia «matti» e affatti da «mal franzese» (cioè sifilide). Parole confidate a un parente, Pietro Isimbardi, frate cappuccino e vescovo di Cremona.
Ancora cardinale, Odescalchi fece pressione sul governatore spagnolo di Milano per separare i due innamorati. E quando divenne papa, Francesco Gallio e suo padre furono arrestati illegalmente e rinchiusi in un castello. Venne loro proposto un baratto: se Francesco avesse rinunciato a Giovanna e sposato un’altra donna, lo zio ecclesiastico del giovane avrebbe potuto ottenere la porpora cardinalizia. L’accordo fu raggiunto. Lo zio divenne cardinale. Giovanna sposò un Borromeo, casata in ascesa, preferita dallo zio papa. Ma la storia ebbe un epilogo tragico: incinta di un marito che non aveva scelto, Giovanna Odescalchi morì di parto alla prima gravidanza, lasciando orfano il bambino appena nato.
Ebrei nemici in pubblico, ma soci in privato
La contraddizione politicamente più significativa riguarda la comunità ebraica. Innocenzo XI adottò misure restrittive contro gli ebrei di Roma: intervenne contro i banchi di prestito e pose ostacoli ai matrimoni misti tra cattolici ed Ebrei che avrebbero potuto comportare l’uscita di capitali dallo Stato pontificio.
Parallelamente, però, secondo numerosi documenti indicati da Monaldi & Sorti, la rete economica degli Odescalchi continuava a intrattenere rapporti d’affari con finanzieri e mercanti ebrei.
I Rezzonico, cugini, soci e prestanome degli Odescalchi, erano in relazione con esponenti della comunità sefardita di Amsterdam come la famiglia Del Sotto, Jacob Jessurun de Pinto e Jacob de Chaves, figure inserite nei grandi circuiti commerciali tra Europa e colonie americane, nonché finanziatori dell’esercito di Guglielmo di Orange che nel 1688 scacciò i cattolici Stuart dall’Inghilterra.
Ancora una volta, la frontiera religiosa, apparentemente rigidissima negli atti pubblici, salta completamente quando entrano in gioco commercio e finanza.
La finta austerità
Lo stesso vale per l’austerità. Innocenzo XI predicò il risparmio nella finanza dello Stato pontificio, ma la stretta pesò soprattutto sull’economia e sull’occupazione, mentre le spese della corte pontificia aumentarono, raggiungendo livelli superiori perfino a quelli di pontificati proverbialmente nepotistici, come quello di Urbano VIII Barberini. Intanto, come hanno riconosciuto anche gli storici più equilibrati, parenti, amici e conoscenti provenienti da Como calarono a Roma dove riuscirono a ottenere da Benedetto Odescalchi, prima cardinale e poi papa, favori e privilegi.
Donne proibite, ma ritratti ammessi
Un aspetto quasi paradossale è quello del rapporto con le donne, con cui Innocenzo XI fu pubblicamente severissimo. Vietò loro la partecipazione agli spettacoli teatrali e l’ingresso in Vaticano, con rarissime eccezioni. Avversò la moda femminile francese, più libera e comoda di quella romana. Arrivò a ordinare al pittore Carlo Maratta di coprire il seno di una Madonna di Guido Reni; Maratta, evidentemente poco convinto, utilizzò una tinta nera removibile.
Il caso più paradossale riguarda però Jacob Ferdinand Voet, celebre ritrattista olandese specializzato nell’elegante ritrattistica femminile. Innocenzo XI, dopo averlo avuto al suo servizio, lo fece cacciare da Roma perché, dicono le fonti, il suo pennello sarebbe stato «strumento alla libidine». Voet però fu accolto proprio dagli Odescalchi a Como, continuò a lavorare per la famiglia, ritrasse anche una nipote monaca del pontefice e rientrò successivamente a Roma. Alla morte del papa, nei suoi appartamenti furono trovati diversi «ritratti di dame», del medesimo tipo che Innocenzo aveva tanto deprecato, ed erano dipinti proprio da Voet.
Le offerte dei fedeli incamerate in famiglia
Non meno sorprendente è la vicenda degli oggetti d’arte offerti dai fedeli durante il pontificato di Innocenzo XI. A Roma nel XVII secolo era normale che fedeli benestanti donassero alla Chiesa quadri o oggetti preziosi come offerta per la celebrazione di messe. Nel caso degli Odescalchi, però, parte di quei beni finì nella raccolta privata di Livio, il nipote di Innocenzo.
La circostanza emerge da una fonte insospettabile: il processo di beatificazione. Il sacerdote Tiberio Quadri dichiarò che il pontefice era solito offrire al nipote «numerosi oggetti d’arte che gli erano donati in cambio di un numero adeguato di messe».
Ecco perché tra i quadri posseduti da Livio ne risultano diversi, come hanno riscontrato alcuni storici dell’arte, la cui origine non è l’acquisto, né una donazione “in chiaro”.
Il Papa e gli omicidi
Ancora più oscuro è il quadro delle faide familiari che insanguinarono per anni Como e la Valtellina. Il materiale raccolto da Monaldi & Sorti ricostruisce una fitta rete di parentele e protezioni tra assassini, banditi e criminali inseguiti dalla giustizia. Camillo Mugiasca, futuro «cameriere segreto» di Innocenzo XI, aveva ucciso un uomo in gioventù, sostenendo di aver agito per legittima difesa, e ricevette in seguito dal pontefice incarichi e prebende.
Ancor più impressionante è la vicenda del conte Galeazzo Boselli, indicato dalle fonti come assassino, bandito, stupratore, incendiario e sicario. Durante la latitanza, mentre era ricercato a Milano e Venezia, avrebbe trovato protezione nelle terre Odescalchi. Venne infine arrestato e impiccato a Milano nel 1705.
Il mondo delle vendette lombarde lambisce perfino protagonisti della storia dell’arte nel Barocco. Carlo Fontana, grande architetto protetto da Innocenzo XI (il suo nome è legato tra l’altro a Montecitorio e a San Pietro), proveniva da una famiglia profondamente coinvolta in una ridda di omicidi commissionati da parenti e prestanome degli Odescalchi, e in cui gli stessi cugini del futuro papa si uccisero tra loro. Due artisti da protetti da Fontana, Antonio e Carlo Giorgio Roncati, finirono a loro volta sotto processo per avere progettato un assassinio.
Armi, calvinisti e affari di famiglia
La sua carriera comincia lontano da Roma. Nel 1626, appena quindicenne, Benedetto viene mandato a Genova per fare apprendistato nella filiale dell’impresa bancaria e commerciale degli Odescalchi diretta dallo zio Papirio.
La famiglia dispone di una rete fitta rete bancaria e commerciale: Genova, Venezia, Como, Valencia, Norimberga, Cracovia, oltre a partner e agenti sparsi in Europa. È il tempo della guerra dei Trent’anni e Genova, minacciata dai Savoia, diventa uno dei grandi snodi commerciali per armi, vettovaglie, munizioni e polvere da sparo provenienti anche dal Nord protestante. La guerra è confessionale; gli affari, molto meno.
Secondo le ricerche di Monaldi & Sorti, gli Odescalchi intrattennero rapporti con importanti case commerciali calviniste, fra cui i potentissimi olandesi Bartolotti, finanzieri e grandi commercianti di armi ed esplosivi. Cattolici e protestanti si combattevano sui campi di battaglia, mentre produttori, finanzieri e mercanti continuavano tranquillamente a fare affari tra loro, sfidando il controllo degli Stati e della Chiesa, che proibiva i commerercio trasversale con gli «eretici», come erano considerati tutti i non cattolici.
Non è soltanto una “questione morale”: una parte della ricchezza accumulata dagli Odescalchi grazie al commercio in armi e vettovagliamenti in quegli anni passò poi al giovane Benedetto Odescalchi, che la impiegò acquistando a Roma cariche venali (cioè posizioni negli uffici curiali comprate a pagamento) e finanziando così la propria ascesa.
Prima, però, ci sarebbe stato un passaggio sorprendente sotto le armi: la guerra combattuta in prima persona. Documentazione tedesca già emersa nel XVIII secolo, oggi verificata da Monaldi & Sorti grazie alla digitalizzazione di archivi e biblioteche, attribuisce al futuro papa un periodo in uniforme nel teatro militare dell’Europa orientale. Testimonianze di prima mano riportano il nome di battaglia di Benedetto («Schalk»), la sua registrazione negli acquartieramenti e l’episodio dell’incendio di una foresta, da lui ordinato, vicino Wolfenbüttel. Nel processo di beatificazione un testimone dichiarò di avere appreso direttamente da Odescalchi che in gioventù era «andato in guerra al servizio dell’imperatore d’Austria».
Il nipote sacrificato all’antinepotismo
Anche il fratello di Giovanna, Livio Odescalchi, finì schiacciato dal rapporto con il potente zio. È proprio Livio il personaggio che mette maggiormente in crisi uno dei pilastri della fama di Innocenzo XI: la lotta al nepotismo. Il papa rifiutò di farlo cardinale e lo tenne lontano dagli incarichi pubblici. Ma, secondo la ricostruzione di Monaldi & Sorti, scoraggiò i suoi progetti matrimoniali e Livio restò scapolo per sempre, inseguito da sospetti di impotenza e omosessualità. I suoi diari rivelano turbe sessuali e gravi turbamenti morbosi. Atti di processi ed epistolari lo descrivono dedito a riti esoterici, mentre spendeva cifre enormi per collezioni d’arte e si dava al gioco d’azzardo. Innocenzo intanto si serviva di lui come prestanome per affari immobiliari e per la gestione delle ricchezze familiari. L’antinepotismo pubblico schermava così la freddezza di Innocenzo XI nei confronti dei nipoti e l’incapacità di staccarsi dalle sue ricchezze.

E Vienna?
Resta infine la gloria più celebre di Innocenzo XI: quella di papa della riscossa cristiana contro i Turchi e della liberazione di Vienna. Anche qui Monaldi & Sorti propongono una lettura controcorrente. Nei mesi decisivi del 1683, dice la loro ricostruzione, di fronte all’emergenza il pontefice sarebbe stato assai più incerto ed esitante di quanto tramandato dalla tradizione. Certo, a Vienna arrivarono soldi (tramite gli stessi banchieri che Innocenzo usava per i traffici segreti con protestanti ed ebrei). L’uomo realmente determinante nel sostenere la resistenza antiottomana, prima dalla nunziatura tedesca e poi da quella di Vienna, sarebbe stato il nunzio apostolico Francesco Buonvisi. Di fronte alle esitazioni di Innocenzo, Buonvisi arrivò prima a minacciare le dimissioni e poi a impegnare denaro proprio, indebitandosi personalmente per ben 40mila scudi pur di contribuire alla difesa della capitale asburgica. Una biografia manoscritta di Buonvisi, tutt’oggi inedita, individuata da Monaldi & Sorti nella Biblioteca apostolica vaticana, rivela il lato sconosciuto della vicenda e tocca così il cuore stesso dell’immagine storica di Innocenzo XI.


