Il 14 ottobre a Genova, presso il Museo dell’Accademia Ligustica Milena Contini e Michela Martignoni parleranno del loro ultimo libro “La bella Costa” (ed. Solferino Affreschi), davanti all’autoritratto della protagonista. Dialogherà con le autrici Silvia Neonato.
L’appuntamento è per mercoledì 14 ottobre alle ore 16:30 al Museo dell’Accademia Ligustica, in Largo Pertini 4, dove è conservato l’autoritratto della protagonista Antonietta Galera Costa, la giovane pittrice anticonformista che sfidò famiglia, società e destino per conquistare libertà, amore e identità, attraversando abissi personali e rivoluzioni politiche nella tumultuosa Genova tra Sette e Ottocento.

Qui a seguire l’intervista alle due autrici dallo speciale di Storia in Rete uscito la scorsa estate.
Storia di Antonietta, una donna libera
Il nuovo romanzo storico di Elena Contini e Michela Martignoni ci porta nella Genova fra Sette e Ottocento ricostruendo la vita (vera) di una donna determinata, Antonietta Costa Galera, che attraversa i grandi eventi e le strade dei protagonisti di quel cambio d’era, dal maresciallo Massena a i poeti Foscolo e Monti fino al patriota Mazzini
di Daniela Pizzagalli da Storia in Rete speciale n. 20

La Storia delle donne riserva ancora personaggi affascinanti da scoprire. In «La bella Costa» (Solferino) un’inedita coppia di scrittrici racconta le avventurose vicende di una straordinaria nobildonna genovese a cavallo tra Sette e Ottocento, Antonietta Costa Galera. Incontriamo le autrici: Michela Martignoni ha al suo attivo una lunga e fortunata sequela di romanzi storici e di polizieschi firmati con la sorella Elena, mentre per Milena Contini, poetessa, saggista e ricercatrice universitaria, si tratta di un debutto nel romanzo. Chiediamo quindi a quest’ultima come è nato il desiderio della nuova esperienza.
«Penso sia tutta questione d’incoscienza… Forse il Mediterraneo iniziava a starmi stretto e, come l’Ulisse dantesco, ho tentato la sorte, varcando le Colonne d’Ercole per guardare in faccia l’Oceano. Non è stato facile affrontare le sue burrasche, ma ho scopeto che una buona dose di audacia letteraria poteva salvarmi dal naufragio. Dopo mesi di alto mare, sono finalmente approdata sulla costa (perdonerete il gioco di parole involontario col titolo) e devo ammettere che mi sento piuttosto elettrizzata dal “folle volo” (nonostante qualche inevitabile ferita), perché, con gli strumenti affinati in oltre vent’anni di scrittura poetica e accademica, ho cercato di regalare a questo romanzo un respiro lirico e qualche sprazzo di originalità. Ci sarò riuscita? “Ai posteri / l’ardua sentenza”, tanto per citare i versi di un romanziere d’eccezione».
Michela Martignoni, dopo tanti anni di poliziesco come mai il ritorno al romanzo storico?
«Eh sì… dopo diciassette episodi del Commissario Bertè, sono tornata a un genere che mi appassiona da sempre. In coppia con mia sorella Elena ho scritto diversi romanzi storici ambientati in epoca rinascimentale, in particolare sulla famiglia Borgia. Anche in questi era però presente una vena “crime”. Finalmente, invece, con “La bella Costa”, ho potuto affrontare un personaggio e un’epoca – pur cruenta e problematica – ma senza assassini da scoprire e delitti su cui indagare. Lo desideravo da tempo. Da subito questo personaggio femminile mi ha appassionato per la sua capacità di autodeterminarsi e per la sua passionalità».
Milena, come vi siete imbattute nella figura di Antonietta Costa, e come siete passate dai dati documentali all’invenzione romanzesca?
«Antonietta mi è apparsa mentre leggevo l’epistolario di Vincenzo Monti. È stata una folgorazione! Non sapevo nulla (o quasi) di lei e ho iniziato a fare ricerche. La sua storia mi ha subito appassionata: quel rifiuto del pretendente imposto dai genitori è stata la miccia che ha fatto divampare la fiamma creativa. Ho pensato che qualcuno dovesse raccontare la sua vita piena di avventure, tragedie, emozioni, impeti, sogni e la mia socia Michela, con tanti anni di esperienza romanzesca, si è innamorata di quest’idea quanto me».
Antonietta Costa incrociò molti personaggi famosi, è stato anche uno spunto per mettere a fuoco il complesso periodo storico tra Sette e Ottocento?
«Antonietta ebbe modo, nella sua lunga esistenza, dal 1777 al 1859, di vivere in prima persona gli eventi che sconvolsero la centenaria indipendenza della sua città. Genova, infatti, in quei decenni affrontò il periodo giacobino, quello napoleonico, l’annessione al Regno di Sardegna e la partecipazione al Risorgimento. La nostra protagonista non fu una mera spettatrice, ma scese in prima linea, lottando per difendere la propria patria. Un evento emblematico in questo senso è quello dell’assedio di Genova del 1800. Quasi 20.000 morti in meno di due mesi. Topi venduti al mercato (a caro prezzo!). Suicidi. Avvelenamenti (qualcuno si era messo a vendere frittelle con la calce al posto della farina). Fiori rubati dai tabernacoli sacri per mettere insieme una minestra. Tentativi di fuga a nuoto. Becchini intossicati per le esalazioni dei cadaveri. Cani randagi fatti a pezzi per strada da folle fameliche. Sospetti episodi di cannibalismo. Pelli di zaini e scarpe sbranate per la disperazione. Si tentò ogni cosa per non soccombere: pentoloni pubblici di zuppa, lezioni gratuite di botanica all’università per insegnare a non ingerire piante velenose (belladonna, cicuta, oleandro, ecc.), condivisione razionata dei miseri viveri delle truppe. Antonietta si fece in quattro per approvvigionare gli ospedali di medicine, materiale sanitario, sudari… e sostenne il generale Andrea Massena (con il quale ebbe anche una tormentata relazione amorosa), vero eroe dell’assedio. La donna, che qualche anno prima aveva conosciuto Giuseppina Bonaparte in visita a Genova, era intima amica di Luigia Pallavicini, a tutti nota per la sua caduta da cavallo, episodio che abbiamo trasfigurato con un tocco di realismo magico. Antonietta frequentò anche Foscolo (al quale rifilò un rifiuto epocale) e Vincenzo Monti, con il quale, invece, intrattenne un rapporto che oggi definiremmo “tossico”. E poi c’è lui, l’incarnazione del Risorgimento: Giuseppe Mazzini. Imprigionato nella fortezza del Priamar. Nel romanzo abbiamo ipotizzato che la bella Costa lo avesse sostenuto, fidandoci del temperamento della nostra protagonista, sempre protesa verso i più alti ideali».
La Costa fece scelte di vita insolite, con una libertà inaspettata per i tempi: questo vi ha dato modo di approfondire un’indagine psicologica?
«Antonietta, a sedici anni, ebbe il coraggio di ribellarsi, opponendosi alle nozze con un partito a lei sgradito e scegliendo di sposare un affascinate scapolo di cinquantotto anni: il senatore della Repubblica di Genova Giacomo Pasquale Costa. Fu un matrimonio ricco d’amore e di passione, che si spezzò (non completamente, in verità) solo con l’allontanamento di Giacomo, autoesiliatosi nella sua villa di Quinto per lasciare libera la moglie di vivere appieno tutte le esperienze della giovinezza. La nostra protagonista da un lato compì un gesto rivoluzionario (rifiutando di sottomettersi al volere altrui e facendo causa ai propri genitori per recuperare la cospicua dote), dall’altro fu una figlia del proprio tempo: il Settecento, com’è noto, fu il secolo in cui donne e uomini rivendicarono a gran voce il diritto alla felicità. Si pensi, solo per fare qualche esempio a portata di mano, al motto di Voltaire “Je me suis mis à être un peu gai, parce qu’on m’a dit que cela est bon pour la santé”, alla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti (4 luglio 1776), che riconosceva tra i diritti inalienabili “Life, Liberty and the pursuit of Happiness”, alla celebre frase di Antonio Genovesi “Un diritto è sempre una facoltà dataci per essere felici”… Dal romanzo emerge il ritratto di una donna al contempo fragile e risoluta, capace di guardare in faccia le proprie debolezze, cercando di trasformarle in punti di forza. Una personalità sfaccettata, multiforme, magnetica, pronta a stupire il lettore un capitolo dopo l’altro».
Michela, ci sono legami tra Antonietta Costa e la nota famiglia di armatori genovesi?
«Il cognome Costa è tra i più diffusi nel mondo proprio perché nasce da una parola semplicissima: indicava chi abitava “alla costa”, cioè lungo il mare, su un pendio o vicino a una riva. Per questo motivo si è formato in modo indipendente in molte zone diverse, ogni volta che serviva descrivere qualcuno in base al luogo in cui viveva. In Italia il cognome è molto presente anche in Sicilia e in altre regioni, ma uno dei principali centri di diffusione è la Liguria, e in particolare l’area genovese. Non ha un’unica origine, però: esistono infatti numerosi rami familiari distinti, spesso senza legami tra loro. Di conseguenza, non tutti i Costa appartengono a famiglie note come quella degli armatori o legata al marchio dell’olio Dante, ma possono derivare da storie locali completamente diverse, come nel caso della pittrice Antonietta Galera Costa, che non va automaticamente collegata a quel casato. Per il romanzo noi abbiamo vagliato molte possibilità. Antonietta era figlia di una Costa e sposò un Costa, ma consultandoci con Andrea Costa (un membro della famiglia degli armatori che si occupa con perizia alla storia della sua famiglia) abbiamo appurato che non c’erano collegamenti parentali tra la nostra Antonietta e quei Costa. Nello stesso tempo, però, era probabile che si fossero conosciuti, data la notorietà della pittrice. Con l’aiuto di Andrea, così, abbiamo costruito il capitolo in cui Antonietta, ormai anziana e cieca, si reca con la nipote a Santa Margherita alle nozze di Giacomo Costa e Caterina Vignolo (questi sì appartenenti al ramo degli armatori). Con la descrizione di queste nozze abbiamo voluto sottolineare l’affezione di Antonietta per il nome Giacomo legato al cognome Costa. Il giovane sposo, infatti, era omonimo del suo adorato marito, marchese Giacomo Costa. Inoltre, in alcuni dei nostri “brevi inserti in corsivo” (volti ad accennare in modo originale a importanti fatti storici del periodo e a proiettare la famiglia Costa nel passato e nel futuro) abbiamo voluto ricordare la presenza di questo cognome in varie epoche storiche. Troverete un “corsivo” dedicato a un mistico del Cinquecento e uno invece ambientato nel 1941, durante un bombardamento a Genova… “La bella Costa” non è solo una saga famigliare, ma un romanzo che vuole descrivere questa grande donna, la sua epoca, la sua città, i cambiamenti epocali che avvennero in quel periodo. Nelle nostre intenzioni, però, c’è anche il desiderio di descrivere il fascino della costa in senso geografico. Il mare, le sue atmosfere, le sue bellezze sono per noi irrinunciabili e nel romanzo sono molto presenti».



