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L'Insolita Storia

Fiume o morte! e The Fiume Crisis una riflessione

Si torna a parlare di Fiume o morte! di Igor Bezinović e di The Fiume Crisis:Life in the Wake of the Habsburg Empire il volume della storica e accademica Dominique Kirchner Reill. L’occasione è la nuova presentazione del documentario al DIG, il Festival del Giornalismo Investigativo di Modena. Ne ha parlato di recente Christian Raimo sul Substack di Stefano Feltri.

Se non siamo stati certamente i primi a parlare del divertente documentario (il primato va a Giap, il blog dei Wu Ming con un articolo del collettivo Bourbaki) ma sicuramente ne abbiamo dato ampio spazio, prima con un inciso sul canale di Progetto Razzia quando abbiamo esaminato la “filmografia dannunziana” e poi con una puntata monografica sul canale Punto e Virga, dove ho accennato anche al volume di The Fiume Crisis.

Nonostante un certo interesse a sinistra come dimostra l’intervento su Giap, un passaggio al Nuovo Sacher di Moretti, la presenza dello stesso Bezinović al festival documentario di Pordenone per due anni consecutivi e la presentazione a Modena del documentario, Fiume o morte difficilmente riuscirà a diventare patrimonio culturale della sinistra pop. Perché nonostante sulla carta si voglia fare promozione all’opera di Bezinović, sotto sotto non c’è alcun vero interesse a farlo diventare mainstream.

Il riscio di canticchiare Giovinezza

Questo perché, ancorché il documentario venga presentato dai suoi sostenitori come “decoloniale”, il film di Bezinović, sicuramente caustico nei confronti di D’Annunzio (che puntualmente definisce protofascista nelle interviste) e del racconto dell’impresa fiumana come propaganda dello stesso Vate, non ha alcun effetto decoloniale. Anzi come ironizzavo nell’ultima diretta su Punto e Virga, si rischia che a proiettarlo nelle scuole si finisca per canticchiare Giovinezza una volta usciti dalla proiezione.

Anche perché nonostante analisi accurate come quella propone Raimo alla fine nel film prevale il tema ludico (tant’è che il film si conclude con il carnevale fiumano proibito da D’Annunzio) e di “agghiacciante”, per chi non cerca a tutti i costi significanti reconditi e mon presenti, nel film resta ben poco. Scrive Raimo:

«Igor Bezinović risolve questo problema con audacia e brillantezza: le sue ricostruzioni, per quanto ironiche, surreali, sulle vicende di più di cento anni fa sono mirabolanti e agghiaccianti.

Che sia l’incendio del Narodni Dom a Trieste, il 13 luglio 1920, da parte dei primi squadristi contro la popolazione civile slovena (a cui segue il plauso entusiasta di D’Annunzio, che quattro giorni dopo telegrafa al suo rappresentante in città: «Saluti grandi al cap. Giunta e ai fascisti valorosi. Se desiderano rinforzi, siamo pronti»), o le feste continue dei suoi «legionari»: in ogni scena Fiume o morte! fa molto ridere, fa molta specie e fa molta paura.»

Ma gli unici atti di violenza mostrati (l’incendio del Balkan di Trieste è accennato, ma non fa parte della narrazione incentrata esclusivamente su Fiume) sono:

  • Il plebiscito annullato da D’Annunzio (l’unico evento fiumano di cui non esistono immagini, come ricorda giustamente Bezinović)
  • Le distruzioni di banche e negozi dopo gli incendi di Spalato che furono anche il motore dell’incendio del Balkan.
  • La citazione all’inizio della morte di due soldati vietnamiti del contingente francese di truppe coloniali indocinesi, uno scontro che Bezinović omette di spiegare fu causato proprio da soldati francesi che se la presero con due fiumane filo-italiane.

Italiani popolazione autoctona di Fiume

Quello che certifica Fiume o morte! (come ammettono anche su Giap) è il fatto che Fiume avesse (e ha tuttora, ancorché oggi minoritaria) una ascendenza italiana. Ecco cosa scriveva Giap:

«Un effetto voluto da parte di Bezinović e che specularmente fa sì che il pubblico croato sia “consapevole che gli italiani non sono arrivati con il fascismo, ma sono la popolazione autoctona di Fiume”»

E Fiume o Morte! certifica che nonostante a Fiume scorressero fiumi di cocaina (concedetemi lo stereotipo ampiamente ripreso in M – Il figlio del secolo), la presenza di veterani di una guerra mondiale e di giovani desiderosi di mettersi alla prova avendo perso l’appuntamento con l’”inutile strage” tutti arrivati a migliaia nella città dalmata non sia successo nulla di particolarmente violento o scabroso.

A parte i negozi vandalizzati, gli antidannunziani incarcerati, e l’invito (sicuramente spiacevole, ma ricordiamoci del contesto che gravava sull’Europa in quegli anni) a sloggiare a chi non nutrisse sentimenti filo italiani. Roba che un qualunque abitante di una periferia francese di questi tempi farebbe volentieri a cambio…

Se Fiume o Morte! si limita a rinarrare l’iconografia dannunziana, si potrebbe pensare che la mia analisi voglia a tutti i costi minimizzare i 500 giorni di questa strana “occupazione”. Ma se si legge l’unico testo recente in lingua inglese sull’argomento fiumano The Fiume Crisis di Dominique Kirchner Reill si scopre che anche questo testo, che cita anche Raimo, certifica la situazione di “bizzarra e relativa pace” dei 500 giorni dell’impresa fiumana.

La storica ha passato anni a Fiume nell’esaminare documenti d’archivio relativamente a procedimenti civili e penali nella città dalla fine dell’impero austro-ungarico fino a tutta la reggenza. E di queste vicende, spesso al limite del burocratico, ha tirato fuori un testo estremamente piacevole.

La Guardia, appropriazione culturale austriacante?

Che non può non confermare quello che accennavo più sopra, ovvero Fiume, fu un’isola di tranquillità in quel periodo. Per Kirchner Reill che non nasconde simpatie per l’Impero asburgiche (il suo prossimo libro su Fiorello La Guardia si intitolerà The Habsburg Mayor of New York: Fiorello LaGuardia) per l’attitudine della città.

Fiume fu effettivamente un’isola di pace in Europa in quel periodo. Per chi parteggia per il Vate, per la sua abilità di oratore, motivatore e condottiero. Per chi parteggia per l’Italia, potrebbe scomodare l’ormai indicibile “brava gente”, che vale per l’indole dei fiumani e delle migliaia di italiani che si riversarono nella cittadina “exclave” del dominio di Ungheria. Per la Kirchner Reill, perché i fiumani erano bravi sudditi asburgici abituati all’autogoverno (ipotesi convincente da un certo punto di vista, ma che non spiega perché molti altri bravi sudditi asburgici iniziassero ad applicare rigidi protocolli etnolinguistici per fare pulizia etnica).

Ma al netto dell’interpretazione Dominique Kirchner Reill certifica l’isola di tranquillità fiumana. Quindi inutile scomodare il suo lavoro se si vuole insistere sulla paura e sul clima agghiacciante dei legionari dannunziani. Scrive Raimo:

«E soprattutto Dominique Kirchner Reill, in The Fiume Crisis (Harvard University Press, 2020), ha spostato lo sguardo dal Vate alla città: non gli ideali nazionalisti ma le necessità pratiche – la moneta, i documenti, il porto, la sopravvivenza dopo il crollo dell’impero asburgico – guidavano i fiumani; e la vera storia è quella di una politica cittadina che obbligò tutti a recitare l’italianità e a nascondere il resto. Recitare: la parola è la stessa. Il film di Bezinović è la traduzione cinematografica di questa tesi, e la traduce dal punto di vista di chi subì un’occupazione militare – come tutte le occupazioni militari, ingiusta, e spesso feroce.»

Il problema è che visto il contesto non c’è nulla di realmente feroce in quella occupazione. E lo certifica la stessa autrice prima di entrare nei gangli degli archivi di commissariati e tribunali fiumani.

 «La risposta breve al perché sia stata Fiume anziché Trieste, Danzica, Leopoli, Edirne, Strasburgo, Smirne, Timișoara o Kaliningrad è che Fiume, sebbene geopoliticamente slegata dopo la caduta del suo impero, rimase relativamente indipendente per ventisei mesi senza i massacri dei conflitti interetnici. Le altre città post-imperiali subirono mesi (se non anni) di guerra civile oppure furono tutte completamente conquistate, sia da eserciti invasori che da nuovi regimi statali. Fiume divenne il fulcro di tutte queste narrazioni del dopoguerra perché nessun singolo evento ne determinò il percorso. La sua stabilità politica è sbalorditiva, se si considera quanti luoghi, solo in Europa — Budapest, Vienna, Monaco, Berlino e Milano, solo per citarne alcuni — vacillarono sull’orlo della rivoluzione (o vi caddero) a causa delle difficoltà economiche e politiche del dopoguerra»

Insomma a Fiume tutto bene. Pure su questo passaggio di The Fiume Crisis ci sono due notazioni da fare, in quanto il sottoscritto (che pensa sempre male per carità) trova strano in un volume destinato a un pubblico internazionale mettere Milano in quel calderone, e far scomparire, tra le tante, una città in particolare.

Mai qualcuno si ricordasse di Maribor-Marburgo

Certo, per chi scrive, il Biennio Rosso fu l’”orlo” di una guerra civile, ma mettere sullo stesso piano Milano con le rivolte spartachiste che infiammarono la Germania lascia perplesso. E soprattutto stupisce che non venga citata tra i luoghi dei “massacri interetnici” Marburgo-Maribor e la sua domenica di sangue del gennaio 1919 dove gli sloveni se la presero con la minoranza tedesca. Come pulizia etnica forse non fu particolarmente drammatica, ma sicuramente un caso notevole, visto che si verificò su una delle faglie considerate “più tranquille” di quell’armonia di genti che fu l’Impero austro-ungarico.

Una puntualizzazione forse inutile su un lavoro minuzioso come quello della Kirchner Reill. Pure un ulteriore conferma che la storica non ha certo simpatie filo-italiane, o prone all’italiano “brava gente” su cui potrebbe indulgere il sottoscritto.

Due ultime postille ispirate da The Fiume Crisis.

Il lavoro della Kirchner Reill certifica anche un altro elemento. Nonostante l’enorme afflusso di veterani e giovani, tutti “maschi bianchi”, sicuramente ci fu un fenomeno di prostituzione indotta. Ma dagli archivi le uniche denunce riguardano la diffamazione, ovvero le accuse di praticarla, e il fatto che i soldati tendessero a evitare di pagare il dovuto approfittando della divisa.

E che come concludevo nella diretta su Punto e Virga, di fatto l’interpretazione della  Kirchner Reill che finisce col derubricare sia il carisma dannunziano sia l’impegno nazionalista italiano, in quanto la città di Fiume, secondo l’autrice, auspicava una sua indipendenza, che secondo le intenzioni dei suoi cittadini, poteva essere più agevole nel contesto italiano. Sia per l’evidente maggioranza della popolazione, sia perché (aggiungo io) dalla prospettiva fiumana, per secoli libera città del Regno d’Ungheria circondata dai domini veneziani, immaginava un Regno d’Italia forse più federale e meno centralizzato, vuoi per l’esperienza veneziana e l’influsso di pensatori come l’istriano Gian Guido Carli. Osserva quindi Kirchner Reill nel finale.

«…dà l’impressione che la relativa facilità con cui D’Annunzio e i suoi legionari giunsero a Fiume fosse una testimonianza o dell’universalità dell’impegno nazionalista italiano o di un carisma così potente da permettere a D’Annunzio di fare il lavaggio del cervello a un’intera città affinché si sottomettesse alla sua volontà. Nessuna delle due cose è vera. Quando comprendiamo le iniziative intraprese dai fiumani per sopravvivere allo smembramento, possiamo vedere come una città così etnicamente e linguisticamente variegata sia riuscita a superare la fanfara d’annunziana senza troppa violenza.»

E insiste sulla vicenda della maestra Maria Voncina di Plasse, nella periferia nord della città. Nazionalista italiana, ma “moderata”, che quindi ebbe dei problemi con i nazionalisti italiani più intransigenti. Nel raccontare la sua vicenda conclude:

«…Nel complesso, sembra che la maggior parte dei fiumani (seppur non tutti) condividesse gli obiettivi e le priorità della Voncina: continuare ciò che avevano fatto fino a quel momento, ma questa volta «all’italiana» anziché «alla maniera degli Asburgo». Piuttosto che una storia di abbandono dell’imperialismo attraverso la nazionalizzazione, la loro storia fu quella di una transizione verso una nuova forma di imperialismo incentrato sul territorio locale, con l’Italia che prendeva il posto degli Asburgo…»

Giusta conclusione per la prospettiva asburgica dell’autrice, ma che in parte si contraddice, in quando la posizione della Voncina era assolutamente chiara, assolutamente italiana, ancorché con un approccio anticentralista e che non si poneva in chiave esplicitamente antislava come i nazionalisti intransigenti.

Una possibile spiegazione alternativa potrebbe essere che quello italiano, semplicemente, era un nazionalismo da “brava gente”. Infatti Fiume e la sua maggioranza italiana, furono di fatto l’unico punto di confine del fu imperiale-e-regio impero, dove non scorse sangue. Tranne quello di due poveri vietnamiti dopo che i francesi avevano importunato due fiumane con tricolori italiani.

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