Eugenio Di Rienzo, da Destra.it del 23 giugno 2026
Il 2 giugno dello scorso anno ci lasciava Giuseppe Parlato (il più giovane e direi il più fedele allievo di Renzo De Felice morto nell’ormai lontano 1996) che ha regalato alla storiografia italiana due autentici capolavori destinati a non essere ricoperti dalla polvere del tempo: La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato e Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia (1943-1948) editi da il Mulino nel 2000 e nel 2006. E ora a ricordare questo doloroso anniversario esce, presso l’editore Cantagalli, la sua opera postuma, D’Annunzio. Un mito per la destra?, grazie all’affettuoso e certosino lavoro di revisione e di restauro integrativo del testo opera di Simonetta Bartolini e di Andrea Ungari.

Queste pagine, ultimo atto dell’infaticabile operosità di Parlato, la cui produzione comprende ricerche sul Sindacalismo fascista, su Giorgio Almirante, su Giovannino Guareschi, sul percorso delle destre italiane dal movimento dell’«Uomo Qualunque» ad Alleanza Nazionale, dimostrano come D’Annunzio non fosse, al pari di Ernst Jünger, che non si legò mai al movimento nazionalsocialista, una personalità non incasellabile in una precisa ideologia politica per la sua anarchica libertà di pensiero che non poteva convivere con la disciplina di un partito gerarchicamente strutturato, uso a dettare la linea ai suoi seguaci e a non tollerare qualsiasi deviazione da un foglio d’ordine ritenuto un dogma intoccabile. Né fascista, né antifascista, nonostante le sue simpatie per la Russia sovietica e l’Ungheria bolscevica di Béla Kun, i sui rapporti con Antonio Gramsci e il gruppo dei comunisti che si unirono a lui nell’impresa di Fiume, il forzatore di Buccari, il fante del Veliki, il promotore e l’attore di audaci, quasi suicide azioni aviatorie sul cielo di Vienna e della base navale austriaca di Cattaro, fu sempre solo e soltanto un dannunziano.
Parlato, intellettuale troppo fine per dar credito all’artificiosa leggenda, ancora oggi largamente diffusa del D’Annunzio in camicia nera, ripercorre il periodo che va dal primo dopoguerra alla fine del secolo, mettendo in evidenza il rapporto tra il mito del Vate e la destra italiana. E confuta la narrazione contraffatta, secondo la quale l’autore delle Odi navali fu considerato sempre e comunque dalla dittatura littoria una icona che rappresentava a pieno i suoi miti, i suoi riti, le sue ambizioni e i suoi sogni di gloria. Al contrario, numerose componenti del fascismo-regime avversarono strenuamente il primo Reggente del Carnaro. Lo fecero i catto-fascisti, per la sua prosa e la sua vita libertina, i fascisti monarchici per il suo disprezzo verso Casa Savoia e le sue tendenze repubblicane, che emersero a viva luce tra 1919 e 1920. Parteciparono alla sua lapidazione anche i liberali collaborazionisti che gli contestarono il progetto di una «Costituente sindacale», al quale Alceste De Ambris era riuscito a fare aderire nei primi mesi del 1921 alcuni esponenti dell’Unione Italiana del Lavoro d’ispirazione sindacalista rivoluzionaria e che aveva destato l’interesse di Filippo Turati e del gruppo dirigente della Confederazione Generale del Lavoro che sulle orme di Georges Sorel, abbandonata la strategia collaborazionista, aveva scelto lo sciopero generale come strumento di lotta, in attesa del maturarsi di una svolta rivoluzionaria analoga o almeno simile alla Rivoluzione d’ottobre. E, naturalmente, non mancarono al coro del crucifuge!, i fascisti duri e puri, come Roberto Farinacci, il quale pare avesse giurato di far fuori l’ospite del Vittoriale che nel pieno della crisi politica determinata dal delitto Matteotti, definì, come venne riportato, il 30 luglio 1924, sulle colonne de «Il Mondo», diretto da Giovanni Amendola, l’eccidio del deputato socialista una «fetida ruina» che avrebbe posto fine al sistema di potere instaurato dopo la marcia su Roma.

Infine, tra 1939 e 1943, i giovani dei Gruppi Universitari Fascisti considerarono il «Poeta demiurgo» un pomposo e vacuo retore, intriso di un decadentismo d’importazione, residuo di un passato borghese destinato a non più ritornare, preferendogli la scarna lirica di Ungaretti o più spesso i romanzetti pruriginosi di Pitigrilli E nello stesso periodo l’ala filo-nazista dell’intellighenzia del Ventennio nero, capeggiata dal glottologo Antonino Pagliaro, non dimentica della sua violenta ripulsa dell’antisemitismo e delle sue sanguigne pasquinate contro Hitler (il “Ridicolo Nibelungo conciato alla Charlot”, il “Pagliaccio feroce”, l’”Attila imbianchino”), lo definì un miserando avanzo della stagione giolittiana, con la voce firmata da Giovanni Macchia per il Dizionario di Politica del Partito Nazionale Fascista, dove invece erano inseriti nell’Olimpo letterario della nuova Italia forgiata da Mussolini molti scribacchini in orbace.
Solo la Repubblica Sociale Italiana utilizzò strumentalmente, in mancanza di altre alternative, il legato di D’Annunzio come specchio per le allodole in grado di alimentare una campagna propagandista dove la Carta del Carnaro era considerata l’antesignana del processo di socializzazione inserito come primo punto qualificante della svolta anticapitalista vagheggiata nel Manifesto di Verona, approvato, il 14 novembre 1943, dai delegati del Partito Fascista Repubblicano. Il neo fascismo, poi, quello degli “orfani di Mussolini” appunto, dopo il 25 aprile del 1945, si divise fra chi venerava l’ardimentoso combattente della Grande Guerra, esempio impareggiabile della “maschia virtù guerriera della stirpe latina”, chi contrapponeva i pregi della Statuto fiumano all’immondo pateracchio consociativo della Costituzione della Repubblica italiana, imposta dai vincitori e redatta da servi dello straniero, traditori della patria. E chi, infine, riteneva l’Imaginifico un ideologo della domenica del tutto inadatto a rappresentare la nuova destra che doveva richiamarsi, invece, al magistero dell’Idealismo magico di Julius Evola, nei cui labirinti si spersero molti “figli della fiamma”, o in alternativa alla lezione del corporativismo integrale di Ugo Spirito.
L’unica eccezione di rilevo fu quella di Gioacchino Volpe, autore della voce «Storia del movimento fascista» edita nel 1932 dall’Enciclopedia Italiana che, il 3 gennaio 1951. scriveva a Ernesto Sestan:
«Le vacanze le ho impiegate dedicando il mio tempo a un lavoro su D’Annunzio, Gabriele D’Annunzio. L’Italiano, il Politico, il Combattente: un centinaio di pagine, per ora, per una pubblicazione che preparano a Pescara. E mi ha interessato frugar dentro quell’anima ardita, complessa, generosa, lungimirante e ritrovarla fra le molte, troppe parole con cui egli accompagnava e commentava ogni suo atto: la stessa operazione, per riprendere una sua immagine, di chi spoglia certi cartoccetti di foglie secche che vengono di Calabria, dentro i quali, svolgi e svolgi, appare in ultimo un grumo di uva secca umida, lucente, dolcissima e saporosissima, ricca di nutrimento».
Già prima del limpido e documentatissimo volume di Parlato, comunque, la fabula ficta ac simulata di D’Annunzio «inventore del fascismo» secondo la definizione coniata da Carlo Sforza nel 1944, era stata confutata, una volta per tutte, dai lavori di Nino Valeri, Renzo De Felice, Roberto Vivarelli. Detto questo, però, resta indubbio che, come dimostrava l’intera sala dedicata all’impresa di Fiume nella Mostra Storica della Rivoluzione fascista, inaugurata nel Palazzo delle Esposizioni di Roma, il 28 ottobre 1932, il regime saccheggiò il dannunzianesimo non solo dei simboli, della liturgia, delle parole d’ordine, dei metodi della propaganda politica, e in primo luogo del rito populista del «discorso dal balcone», in cui si esercitò prima D’Annunzio dalla chiostra del Palazzo del Governo di Fiume e poi per molti anni Mussolini dalla loggia di Palazzo Venezia. La chiesa fascista, militante e trionfante, inoltre, si appropriò anche delle linee guida della politica estera partorita da D’Annunzio nel capoluogo del Quarnaro: l’espansionismo mediterraneo, la guerra per procura contro la Jugoslavia e la Grecia, l’alleanza con i «vinti della Grande Guerra» (dall’Ungheria, alla Germania, alla Russia), l’appello, rivolto soprattutto al mondo arabo, finalizzato a unire, nella «crociata della moltitudini derelitte contro la plutocrazia», tutte le Nazioni soggette al dominio dell’imperialismo britannico esercitato spietatamente «dagli smungitori di popoli inermi, dai divoratori di carne umana» .
Sarebbe stata, questa, una chiamata alle armi di portata globale che Mussolini farà propria già negli articoli pubblicati su «Il Popolo d’Italia» tra ottobre 1919 e febbraio 1920, e che diverrà, poi, concreto programma di azione da 1936 fino e oltre il 10 giugno 1940. Eppure, anche, su questo piano, i conti del rapporto di filiazione del fascismo dal dannunzianesimo non tornano del tutto. Se si pensa, in primo luogo, all’opposizione sorda e latente ma tenace ed efficace che il futuro Duce, al di là dei tanti proclami di sostegno e di un limitato aiuto finanziario, oppose sempre all’impresa di Fiume, salvo servirsene a meri fini propagandistici. E se si considera che, nonostante i tanto duri contrasti di D’Annunzio con la «Douce France», sua terra d’asilo dal 1910 al 1915, esplosi durante i quasi 16 mesi della «penultima ventura», il letterato, durante la crisi internazionale scatenata dalla Guerra d’Etiopia, si sforzò di resuscitare l’intesa latina tra l’Italia e la «sorella d’oltralpe», per scongiurare, infine, il sempre più gallofobo Mussolini, al ritorno dal suo trionfale viaggio in Germania del 24-30 settembre 1937, di arrestare la funesta marcia di avvicinamento di Roma a Berlino .
Per quel che riguarda poi, l’interpretazione del D’Annunzio politico in chiave democratico-progressista, che ha affascinato ultimamente tanti storici dilettanti innalzati sugli scudi dal sistema mediatico, occorre ricordare le autentiche ricadute effettuali del Disegno di un nuovo ordinamento dello Stato libero di Fiume, promulgato l’8 settembre 1920. Quella summa delle norme giuridiche e legislative fondamentali che tracciavano le linee maestre dell’ordinamento istituzionale della città stretta tra le Alpi Giulie e il Golfo del Carnaro, prodiga nella concessione dei diritti civili e nell’espansione di quelli politici e sociali, senza distinzione di etnia o di genere, mediante l’introduzione del referendum d’iniziativa legislativa popolare, la consacrazione del principio del suffragio universale, l’abolizione della religione di Stato, e incline a un «socialismo popolaristico», con la definizione del carattere strettamente funzionale del diritto di proprietà, si rivelò essere, nei fatti, un semplice castello di carta.
Non solo, infatti, quello Statuto rivoluzionario come tutte le «Costituzioni più belle del mondo» (quella giacobina del 1793, quella sovietica del 1918) non fu mai applicato, nei suoi contenuti garantisti e libertari. C’è da aggiungere, infatti, che negli articoli della Carta del Carnaro, destinati a definire le prerogative riservate al Primo Rettore, invocando lo stato d’eccezione e quindi la necessità di un centro di potere unico, senza precisi limiti di durata temporale, estraneo quindi anche alla più remota ipotesi di regime parlamentare, si finiva per rappresentate il reggimento di Fiume in termini di dittatura sovrana.
Mai, inoltre, come avrebbe ricordato Maffeo Pantaleoni, responsabile delle Finanze del sedicente Stato libero di Fiume, né prima né dopo la proclamazione della Reggenza, il popolo della città istriana fu chiamato a pronunciarsi sulle grandi decisioni che lo riguardavano. Se si eccettuavano le votazioni del plebiscito popolare del 18 dicembre 1919 sull’accettazione del modus vivendi con il Regno d’Italia, che furono annullate dall’«Immaginifico», dopo essere state fortemente condizionate dalle incursioni, in prossimità dei seggi e nelle strade della città, dei Legionari dannunziani che si servirono degli stessi metodi di persuasione utilizzati dai «mazzieri» di Giolitti e dagli squadristi di Mussolini.
Nel duello ingaggiato dopo il 1921 con il direttore del «Il Popolo d’Italia», comunque, D’Annunzio restò sconfitto, perché nella competizione tra un dilettante e un professionista della politica l’esito della sfida era ovviamente del tutto scontato. Da parte mia, però, non insisterei su una congenita inadeguatezza politica del Poeta, spesso raffigurato come uno sprovveduto capopopolo, metà Cola di Rienzo, metà Masaniello, privo di una strategia coerente e di lungo raggio e del tutto incapace ad orientarsi nei labirintici meandri della lotta per il potere, come per primo ha sostenuto Valeri, seguito poi da De Felice e Vivarelli. E non lo farei, considerata la sua indubbia maestria di mediare tra la sinistra e la destra fiumana, tenendo sempre stretto il bastone di comando, e di riuscire, con maggiore o minore successo, a far fronte a maestri d’intrighi della stazza di Badoglio, Nitti, Giolitti, Sforza.
Invece che di inadeguatezza politica, parlerei, piuttosto, di una «impoliticità» dannunziana, nel senso che Thomas Mann aveva dato a questo termine nel suo Betrachtungen eines Unpolitischen edito nel 1918, di «nausea per la politica», per dirla con Benedetto Croce, comune a molti altri intellettuali della sua generazione, di un’indubbia capacità d’azione, ineluttabilmente destinata a degenerare, però, in «forza antipratica», come aveva osservato molto precocemente Marinetti. Di disgusto per i maneggi del politicantismo giolittiano, per i trasformismi interessati, i compromessi al ribasso, i vacui ludi verbali dei deputati, succedutisi nell’aula di Montecitorio (che l’Orbo veggente definì «un luogo malfamato da diroccare»), poi ribattezzati da Curzio Malaparte con l’epiteto di «custodi del disordine». Un disgusto, che si diffuse nell’enorme pubblico dei suoi lettori e che costituì il terreno di coltura per l’affermarsi delle simpatie verso il fascismo spesso anche in coloro che persino durante il biennio rosso erano rimasti fedeli agli istituti dello Stato liberale.
Da questa «impoliticità» scaturì, dopo il «Natale di sangue» del 1920, la volontà di D’Annunzio di dar vita non a un partito ma a un movimento politicamente ereticale, nella cui ideazione sicuramente si ritrova una forte analogia con il fascismo sansepolcrista, nato all’insegna del mot de ralliement: «Eretici di tutto il modo unitevi!». E assieme ad essa riemergeva l’antica aspirazione di rivestire il ruolo non di capo politico ma di «Vate», di «Guida», di profeta e di Messia, che solo la discesa nel più vasto agone della politica internazionale, come Malaparte perfettamente comprese in un passo della Technique du coup d’état del 1931, poteva assicuragli.
Ed è proprio dalla determinazione di veder realizzata questa ambizione, per entrare da protagonista nella grande storia, salì alla ribalta il “D’Annunzio fiumano”, e con lui il progetto di quella «Lega dei popoli oppressi», concepita come «Anti-Società delle Nazioni». Un’intesa capace di riunire tutta la «schiuma della terra» che fu immediatamente rubricata nei rapporti del Servizio informazioni dell’Ammiragliato inglese e in quelli del Foreign Office come uno dei più pericolosi movimenti rivoluzionari attivi fuori e dentro i confini dell’Impero britannico. Una coalizione, dichiaratamente sovvertitrice dell’assetto mondiale disegnato dai «biscazzieri di Versailles», per usare le parole del Comandante di Fiume, che doveva estendersi dall’«indomabile Sinn Féin d’Irlanda», ai Turchi, agli Egiziani, agli Indiani, ai Cinesi, alle masse arabe del Levante già ottomano, alla Russia bolscevica, all’Austria Tedesca, all’Ungheria, alla Bulgaria, ai Fiamminghi, ai Catalani, ai «negri degli Stati Uniti», alle «Repubbliche latine d’America» e a «tutte le nazionalità balcaniche che ora gemono e languono sotto il bastone del brutale serbo e che anelano ardentemente a riconquistare la propria indipendenza» .
Si trattava di un «vera Santa Alleanza», opposta nei fini a quella sancita nel settembre 1815, come l’avrebbe definita uno dei maggiori collaboratori fiumani di D’Annunzio, Léon Kochnitzky, dalla quale facendo capo a Fiume, doveva partire la grande insurrezione contro il nuovo ordine partorito dalla Conferenza di pace di Parigi, dove avevano trionfato le «Nazioni usurpatrici e accumulatrici d’ogni ricchezza, le razze da preda, la casta degli usurai che sfruttarono ieri la guerra per sfruttare oggi la pace» .
Esiste però un altro filo rosso che unisce dannunzianesimo, fascismo, neo fascismo e che indebitamente non viene mai considerato. Il nome dell’autore della tragedia «La Nave», dove s’invitava il popolo italiano «ad alzare la prora e salpare verso il mondo» per riconquistare il predominio mediterraneo di Roma e della Serenissima, è iscritto, infatti, a lettere di fuoco nell’album di famiglia del movimento völkisch partorito nelle viscere della «Germania sotterranea» del primissimo dopoguerra, per citare un articolo di Delio Cantimori pubblicato nel 1927. Una corrente politica frutto della miscela nella quale si agitava un esplosivo impasto di reducismo, di disadattamento alla vita civile, di abitudine alla violenza, di revanscismo, di xenofobia esasperata, di latente razzismo, di coriaceo antioccidentalismo che divenne parte integrante della «cultura dei vinti» secondo l’interpretazione di Wolfgang Schivelbusch.
Fu quello un sentiment di massa che tracimò nel volontariato sedizioso dei Corpi franchi, reclutati nei ranghi dello sconfitto e disciolto esercito del Kaiser, mobilitatisi, tra 1919 e 1923, per combattere, in Germania, l’insurrezione spartachista e atterrare la Repubblica Sovietica Bavarese e, fuori la Germania, per contenere l’ondata rossa in procinto di sommergere la Lettonia e difendere l’Alta Slesia dalle minacce delle bande armate della minoranza polacca. Accanto a questi nuovi lanzichenecchi, magnificati negli scritti biografici di Ernst Salomon, che militò nelle loro fila, fecero la loro comparsa le Squadre d’azione, braccio armato dei Fasci italiani di combattimento, fondati da Mussolini nel marzo 1919, gli Arditi del Popolo anarchici e comunisti ma anche gli Arditi dannunziani che fallita l’impresa di Fiume continuarono a corteggiare la «bella morte» Anch’essi sedotti da un’ideologia “rossobruna” ultranazionalista e populista, né destra conservatrice né sinistra parlamentare, che si richiamava forse inconsapevolmente al sovversivismo armato del composito raggruppamento anti-sistema attivo nella Terza Repubblica, esplorato nei lavori di Zeev Sternhell.
Oggi, nell’anno di grazia 2026, il nazional-bolscevismo Völkisch è rinato dalle sue ceneri, come apprendiamo dalla minuziosa ricerca di Nicholas Goodrick-Clarke, e si è profondamente radicato dalla Federazione Russa all’Austria, dalla Germania alla Scandinavia, dalla Serbia, alla Polonia all’Ungheria, alla Francia. Questa deriva non ha risparmiato l’Italia dove la galassia delle case editrici e delle società culturali della destra extraparlamentare, dai nomi fortemente evocativi (Thule Editrice, La Runa, Settimo Sigillo, Ferrogallico, NovaEuropa, Fondazione Julius Evola, Centro Studi del Sole Nero), lavorano attivamente nella stessa direzione. Certo, si tratta di fazioni raggruppamenti del tutto minoritari, tagliate fuori dalla competizione politica che, comunque, adottano gli slogan della guerra del sangue contro l’oro, della lotta a coltello tra lavoro e usura, coniati da D’Annunzio molto prima della loro utilizzazione da parte di Ezra Pound nei saggi redatti tra 1933 e 1944 e nei Canti pisani composti nel 1945 quando l’autore era internato in un campo di detenzione dell’Esercito statunitense nella provincia della città toscana.
Abbiamo sentito riecheggiare queste stesse parole d’ordine nei «Campi Hobbit», i raduni organizzati dal Fronte della Gioventù tra il 1977 e il 1981, che hanno segnato profondamente la formazione politica e culturale della classe dirigente di Fratelli d’Italia, dove si esibiva un gruppo underground, «La compagnia dell’anello», alla quale va il merito o forse il demerito di avere messo in musica rock la Canzone del Carnaro composta dal Vate nel 1918. Non tutto forse, allora, nel rapporto tra D’Annunzio e la destra italiana è andato perduto anche se sul tavolo dell’attuale Presidente del Consiglio sono scomparse le insegne delle città irridente dell’Istria e della Dalmazia che campeggiavano su quello di Giorgio Almirante.
(Da “La nostra Storia – Corriere della Sera”, 23 giugno 2026)


