Le “verità nascoste” su Mussolini che Giletti non ha detto (o ha detto male…)

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Su Rai3 uno speciale sulle ultime ore del Duce si perde tra finti scoop, ospiti improbabili, dettagli irrilevanti, cose importanti trascurate. Eppure, la voglia di andare oltre i soliti cliché c’era…

di Fabio Andriola da È la Storia bellezza del 13 giugno 2026

Benvenuti alla puntata #62 di È la Storia Bellezza, la newsletter che parla di Storia prendendo spunto dalla cronaca. Questa settimana ho scelto di occuparmi di una trasmissione tv andata in onda lunedì 8 giugno e dedicata ad uno dei più importanti (e complicati) misteri d’Italia.

A Raitre, la mattina di martedì 9 giugno hanno brindato: i dati di ascolto della prima serata della sera precedente erano eccellenti, quasi il 7% di share. Un risultato ancora più sorprendente perché ad ottenerlo non è stata una trasmissione consolidata ma uno “speciale” di quasi tre ore, dedicato ad una storia vecchia ormai più di ottant’anni. Ovviamente, il nome in cartellone era di quelli che non tradiscono mai: e non mi riferisco al conduttore, Massimo Giletti, al suo esordio nell’inchiesta storica in tv, ma al protagonista del racconto: Benito Mussolini e le sue “verità nascoste”. A parte le solite e prevedibili accuse via social a Giletti di voler «riabilitare Mussolini» (fattispecie che si presenterebbe ogni qualvolta si ometta di dire che il Duce mangiava bambini, sterminava gli oppositori, seminava il terrore, ecc. ecc.) verrebbe voglia di unirsi idealmente al brindisi dei responsabili Rai se non altro per certe recensioni. Velenosetto Antonio Di Pollina su Repubblica ma, come al solito, insuperabile, Aldo Grasso che, sul Corriere della Sera, si è confermato per quello che è: un critico spesso acido, prevenuto e superficiale. «Ci mancava solo il Giletti storico; – ha sentenziato – puntualmente, la nuova Rai3 ha provveduto. La fine di Mussolini è uno di quegli enigmi che la tv, in cronica carenza di idee, riesuma ciclicamente. Chi lo ha ucciso davvero? C’era lo zampino di Winston Churchill? Domande da lasciare agli storici di professione. È noto che i dirigenti partigiani, Pertini e Longo in testa, spinsero per un’esecuzione rapida, così come i National Archives di Londra escludono prove di un carteggio segreto tra lo statista britannico e il Duce».

Ovviamente, Grasso non sa che gli “storici di professione” non si sono molto occupati della faccenda per varie ragioni (spesso ideologiche ma anche per snobbismo). Ma tra i pochi ad immergersi in quel groviglio di enigmi e punti interrogativi che sono gli ultimi giorni di Mussolini è stato uno dei maggiori storici italiani del Novecento e sicuramente il maggior studioso del dittatore e del Fascismo: Renzo De Felice. E, guarda un po’, De Felice andava nella stessa direzione degli interrogativi sollevati da Giletti e sminuiti dall’alto della sua scienza da Grasso a cui però preme altro: «… tra occhiali alla moda e camicia generosamente aperta sul petto villoso, Giletti mette in scena una mimesi di Una giornata particolare. Stessa camminata, stessa postura verso la telecamera, stessa modalità investigativa. Più che storia, impeccabile parodia della storia». Ecco quindi il vero “reato” di Giletti: quello di cercare di “imitare” Aldo Cazzullo che su La7 conduce da anni la fortunata Una giornata particolare. Che però ha dedicato una puntata agli stessi temi affrontati da Giletti e l’ha fatto sicuramente in modo peggiore da ogni punto di vista. Un giorno toccherà dedicare qualche riflessione al “Cazzullo divulgatore” (sulla carta e in tv) ma per ora limitiamoci a ricordare che Cazzullo è il vicedirettore del giornale dove scrive Grasso, giornale che appartiene allo stesso editore che possiede anche La7 e che quindi è quello che paga – speriamo e crediamo bene – Grasso.

Quindi, per chiudere questo ampio preambolo, si potrebbe concludere che Giletti e il suo speciale meritano d’ufficio almeno la sufficienza. Che invece non può essere data per varie ragioni. La più importante delle quali è che Giletti e la sua squadra hanno evidentemente pensato di poter fare tutto da soli per orientarsi in un ginepraio che avrebbe necessitato di una qualche consulenza specifica invece di affidarsi ad ospiti come Bruno Vespa, ottimo conoscitore della pubblicistica degli anni Cinquanta, o Gianni Oliva in versione “pompiere”, propenso a negare ogni retroscena e dubbio (dal carteggio Churchill/Mussolini alle circostanze effettive della morte di Mussolini e di Claretta fino al numero effettivo dei fascisti decisi a seguire il Duce fino all’ultimo) in barba a documentazioni e informazioni che ha già mostrato nei suoi libri di non dominare appieno. Del resto che Oliva abbia una conoscenza approssimativa dei temi che è stato chiamato a commentare lo si è visto a più riprese proprio durante lo Speciale dove ha inanellato una serie di “perle” notevoli: ad esempio, l’autocolonna tedesca che a Menaggio, all’alba del 27 aprile 1945 si unisce a Mussolini e al suo seguito (un’ottantina di persone) per lui – e per ben due volte – era formata da uomini della Falk (che è un’industria di proprietà dell’omonima famiglia milanese e che aveva una ferriera anche a Dongo) mentre erano della Flak, cioè la contraerea dell’aviazione militare tedesca. Più grave la confusione che Oliva fa tra Bonzanigo (la località dove vengono portati Mussolini e la Petacci la notte tra il 27 e il 28 aprile ‘45) e Giulino di Mezzegra (luogo della presunta “esecuzione”). In precedenza, lo storico ha anche definito il generale Rodolfo Graziani come il “ministro della Difesa” della RSI, carica inesistente perché Graziani era “ministro delle Forze Armate” e a seguire, vittima di lapsus a ripetizione, chiama “Valpredi” uno dei protagonisti dell’uccisione di Mussolini, il comunista Aldo Lampredi.

La trasmissione confezionata da Giletti ha però ben altre responsabilità senza nulla togliere anche ai meriti che le vanno onestamente riconosciuti. Partiamo da questi ultimi: si va dall’aver voluto riproporre in prima serata un tema controverso senza troppe concessioni allo “storicamente corretto” (a differenza di quanto fatto da Cazzullo, ad esempio), all’aver escluso l’ipotesi che Mussolini volesse fuggire in Svizzera ma che fosse in effetti diretto in Valtellina e che per arrivarci i fascisti, al momento del blocco partigiano di Musso, poco prima di Dongo, erano disposti a combattere a differenza dei tedeschi che vollero invece aprire subito trattative con gli uomini della 52ma Brigata Garibaldi; dal credito dato – nonostante gli sforzi di Oliva e dell’immancabile storico inglese, Richard Toye – all’esistenza del carteggio segreto tra Churchill e Mussolini fino alla disponibilità ad ammettere che le circostanze della morte del dittatore e di Claretta Petacci non siano state quelle poi affermate dal PCI, partito (come dichiarato a più riprese) che fu anche il principale beneficiario della maggior parte del cosiddetto “Oro di Dongo”, cioè l’insieme dei valori di Stato e privati che la colonna italo-tedesca portava con sé e che sparirono in mille rivoli nei giorni successivi al loro sequestro. Un ruolo importante in questo senso l’ha fornito sicuramente un ospite che sapeva di cosa parlava perché studia questi temi da moltissimo tempo: Roberto Festorazzi.

Detto questo, l’inchiesta Mussolini, le verità nascoste ha sicuramente una caratteristica che la rende unica: ha presentato come scoop una scoperta che non lo è e ha rinunciato – pur potendo – a dare qualche notizia che sarebbe risultata inedita per il grande pubblico (e pure per molti accademici e presunti esperti). Il non scoop oltre ad essere stato annunciato in vari modi prima della trasmissione è stato esposto già intorno al primo quarto d’ora: documenti desecretati dagli archivi statali inglesi solo nel 2021 avrebbero rivelato che dei partigiani italiani avevano consegnato carte e documenti molto importanti prelevate da un camioncino partito da Milano al seguito di Mussolini la sera del 25 aprile e finito in panne sulla strada di Como, all’altezza di Garbagnate. Peccato che chi scrive abbia già ampiamente raccontato quella storia – sulla scorta di una imponente documentazione trovata agli archivi di Kew Garden a Londra – già nel febbraio 1992 sul settimanale L’Europeo e poi in un intero capitolo del mio libro Carteggio segreto Churchill Mussolini. Quindi nessuno scoop anche perché la copia del carteggio che Mussolini portava con sé non era certo su quel camioncino dove comunque c’era documentazione giudicata dagli stessi inglesi …

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