HomeBlogA proposito di certe "pastasciutte" in tempo di guerra...

Fake News

A proposito di certe “pastasciutte” in tempo di guerra…

Una piccola considerazione storica sulla spaghettata antifascista di papà Cervi (ma guarda che modo strappalacrime di scrivere… “papà Cervi”. Neanche De Amicis… è proprio vero che l’Italia produce poco grano perché è tutta coltivata a retorica). Insomma, all’indomani del 25 luglio 1943, Alcide Cervi per festeggiare l’arresto del Duce offre una pastasciutta ai paesani di Gattatico, caldaie di pasta condita con burro e formaggio. Ecco, da Repubblica del 22 luglio 2013, come viene presentata l’eroica magnata cerviana:

…Giovanni Bigi, classe 1927, ricorda ogni minuto di quei giorni. ‘È passato uno in strada e si è messo a gridare: “l’è casché, l’è casché…”. È caduto, è caduto. “Ma chi è casché?”, chi è caduto? “Al Duce, i l’han mess in galera”. È il Duce, l’hanno messo in carcere”. L’intera famiglia si riunisce al fresco del portico. Ci sono Alcide e la moglie Genoeffa, i figli Ettore, Ovidio, Agostino, Ferdinando, Aldo, Antenore e Gelindo. “L’idea della pastasciutta – racconta Giovanni Bigi – è venuta ad Aldo e gli altri si sono detti subito d’accordo. “Non possiamo fare una manifestazione perché se il Duce è caduto i fascisti e i tedeschi sono ancora qui e Badoglio ha detto che la guerra continua. Ma il popolo ha fame e allora gli diamo da mangiare. Non credo che avremo problemi” ‘. L’organizzazione viene affidata a Gelindo. “È stato lui ad andare dal fornaio di case Cocconi per ordinargli la pasta. La farina? Due quintali li hanno messi i Cervi e mezzo quintale noi Bigi, che come i Cervi eravamo affittuari (…). Certo, il grano si doveva portare all’ammasso ma noi contadini eravamo furbi. Prima dell’arrivo della trebbiatrice – sorvegliata dai militi fascisti – noi battevamo i covoni per terra, così recuperavamo parte del frumento. Nelle nostre case non si pativa la fame”. Il fornaio chiede l’aiuto delle donne di case Cocconi per impastare la farina. “Gelindo va poi alla latteria sociale Centro Caprara per chiedere al casaro di cuocere la pasta nelle grandi caldaie che servono a preparare il parmigiano reggiano. Anche il casaro chiede l’aiuto delle donne del paese per grattugiare il formaggio che sarà il condimento della pasta, assieme al burro. Non c’erano le grattugie elettriche, allora. Si faceva tutto a mano“. Tutto è pronto la mattina del 27 luglio. “E io, Bigi Giovanni, ho avuto un incarico importante: con il mio carro e il mio cavallo ho portato i bidoni pieni di pasta fino alla piazza grande di Campegine. Li ho caricati al caseificio alle ore 11”.

Due quintali e mezzo di farina un momento in cui farina, burro e formaggio più che razionati erano introvabili se non a prezzi da strozzinaggio alla borsa nera. Ma “papà Cervi” ne avrebbe avuti DUE QUINTALI (il rimanente mezzo l’avrebbe messo il vicino, Bigi…) e tanto burro e parmigiano da condire caldaie di pasta, non pentole, caldaie per preparare il parmigiano! E bidoni per sfamare un paese intero mentre i soldati al fronte e civili dovevano tirare la cinghia e ricorrere ai surrogati, quando andava bene!

E per chi non era un “fratello Cervi” come andavano le cose? Male. Molto male. Sul mercato ufficiale risultavano introvabili latte, zucchero, frutta, verdura, grassi (per quest’ultimi la razione era di 150 grammi al mese) oltre al sale. A partire dal 1° ottobre 1940: il tasso di abburattamento della farina sale all’85% e sono sottoposti a razionamento i grassi (5 decilitri di olio, 300 grammi di burro o lardo o strutto per persona al mese). Tale quota verrà modificata nel febbraio-marzo 1941: due decilitri e mezzo di olio, 400 grammi degli altri grassi. Il 1° dicembre 1940 viene introdotta la tessera annonaria per pasta, farina di frumento e riso che prevede, a partire da gennaio 1941, la possibilità di consumarne due chili complessivi a testa ogni mese. Ma nel febbraio 1941 viene modificata la razione individuale, con una diversificazione regione per regione. In Emilia la tessera dà diritto a 600 grammi di pasta, un chilo di riso, 400 grammi di farina di frumento per persona al mese. A un anno dall’entrata in guerra, le relazioni dei questori riguardanti lo spirito pubblico descrivono una situazione già nettamente deteriorata: alla mancanza …

Sempre più accentuata dei grassi, degli olii e in particolar modo del burro, assente sul mercato anche nelle quantità previste dal fabbisogno annonario” si aggiunge la scarsità dei prodotti ortofrutticoli, del frumento (tanto che i produttori hanno dovuto “versare agli ammassi una parte delle scorte loro assegnate”) e della carne di pollo e di coniglio, causata dalla carenza di mangimi essendo il granturco usato per l’alimentazione umana” (Questore di Bologna, 11 e 27 giugno 1941).

Nel corso del 1941 i divieti e le regolamentazioni si susseguono: il 22 settembre viene proibita la produzione di dolci, lo smercio della carne in scatola e viene istituito il regime dei pranzi a prezzo fisso nei ristoranti. Il 1° ottobre 1941 si arriva al tesseramento del pane: la razione, di 200 grammi a testa, è assolutamente insufficiente. Nel marzo 1942, l’anno peggiore in termini di apporto calorico, la porzione di pane diminuisce a 150 grammi per gli adulti, i 200 grammi sono destinati solo ai giovani dai 9 ai 18 anni. Tutto viene regolamentato: la vendita delle patate, delle uova, del latte, del formaggio, dei legumi. Per il latte viene scelto il sistema di prenotazione e vendita già adottato per la carne: iscrizione sul registro di un unico lattaio e distribuzione della merce, se e quando arriva. A causa della scarsa produzione e del divieto di importazione da altre province, a Bologna la quota di latte nel gennaio 1942 viene stabilita a un decilitro il giovedì e la domenica e a un decilitro e mezzo negli altri giorni.

Il sistema dei vincoli sulla produzione e sulla distribuzione di determinati alimenti ne provoca la sparizione dal mercato: nell’autunno-inverno 1942-1943, ad esempio, dai banchi di vendita bolognesi mancano uova, burro, farina, baccalà, fagioli e fichi secchi, castagne, pere e mele. La fame è sempre più dura per le famiglie operaie e quelle del ceto medio impiegatizio, abituate a vivere del loro stipendio. Secondo una inchiesta sull’alimentazione degli italiani nella primavera del 1942 dall’università di Trieste, circa 2.500.000 di famiglie soffrono la fame “nel pieno senso fisiologico della parola” e almeno altrettante hanno un vitto insufficiente. Complessivamente, oltre il 40% del campione esaminato vive al di sotto del livello alimentare minimo[1]. La drammatica situazione viene descritta da alcune testimonianze raccolte a Bologna nel maggio 1942 e riportate nel sito www.guerrainfame.it:

Stanno malissimo gli operai delle città. In un forno a Bologna assistetti ad un colloquio fra la moglie di un operaio ed il fornaio. Fornaio: ‘Oggi siamo all’8 e voi avete consumato i tagliandi fino alla fine del mese. Io non vi posso dare altro pane’. Donna: ‘Ma che cosa devo dare da mangiare ai bambini? Non ho più nulla’ E ancora: La gente sente molto la mancanza di pane e pasta.. […] Il deperimento degli operai e specialmente delle donne è visibile. Molti soffrono la fame nel senso più completo della parola per dar da mangiare ai bambini“.

Agli inizi del 1942 il Questore di Bologna che, affrontando il problema del calo generale delle prestazioni lavorative in città, allerta il potere centrale di quanto sta succedendo:“Spesso i medici hanno constatato che gli operai sono diminuiti nel peso anche di 10 e 15 chili per cui la diagnosi è quella di deperimento organico”, segnalando l’esistenza di una fascia di popolazione le cui condizioni sono ormai al limite della sopravvivenza. Chi può permetterselo, per sopravvivere, deve obbligatoriamente rivolgersi al mercato clandestino che soppianta quello ufficiale, ma i prezzi degli alimenti sono elevatissimi per chi ha uno stipendio fisso: nel maggio 1944 a Bologna, ad esempio, un chilo di pane di contrabbando costa dalle 25 alle 35 lire, un chilo di burro può arrivare alle 1000 lire, uno di pancetta alle 400 lire, mentre il salario orario di un operaio specializzato del settore metallurgico non supera le 9,50 lire, quello di un manovale comune le 7,20 lire[2]. Eppure nel luglio del 1943 Alcide Cervi e i suoi sette figli – nessuno dei quali è al fronte…- dispongono di due quintali di farina, e burro e formaggio in proporzione e si possono permettere di regalarli

Dunque, o è tutta una favola o è vero, ed allora bisogna ipotizzare che, stracciando le cortine della mitologia resistenziale, i Cervi, benché comunisti, erano dediti al mercato nero, all’accantonamento clandestino di generi alimentari e alla macellazione clandestina, come scritto nella sentenza di condanna a morte – non a caso in rete non è reperibile…

Solo questo. Almeno se le cose stessero davvero come tendono a presentarle, candidamente, l’Anpi e le associazioni antifasciste. Noi speriamo di no.


[1]P. Luzzatto Fegiz, Alimentazione e prezzi in tempo di guerra, pp. 94-95”

[2]L. Bergonzini, Bologna 1943-1945, p. 81

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -

DALLO STESSO AUTORE

ARTICOLI PIù LETTI