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Storia, non storie

Putin come Hitler? Certi paragoni hanno senso solo in apparenza

Somiglianze tra Hitler e Putin sono state trovate e citate a più riprese sui giornali e dai commentatori negli ultimi cinque mesi, dopo l’attacco della Russia all’Ucraina e gli sviluppi di un conflitto che ha fatto già un notevole numero di morti e distruzioni devastanti.

La storia comparata è una disciplina affascinante, così come è affascinante trovare tratti comuni tra le vite di alcuni protagonisti della Storia. Ne sapeva qualcosa il grande Plutarco che su questa chiave di lettura ha impostato il suo capolavoro: Vite parallele, dove ha accostato, spesso con forzature, le vite di giganti come Teseo e Romolo, Licurgo e Numa, Temistocle e Camillo, Pericle e Fabio Massimo e così via. Un monumento di notizie e miti al quale si sono abbeverate generazioni di storici e cultori delle biografie.

Ma il parallelo tra Hitler e Putin mi sembra francamente una forzatura a beneficio dei commentatori dei talk o dei giornali, che hanno bisogno di formule ad effetto per attirare l’attenzione di un pubblico ormai assuefatto a tutto, che ha bisogno di formule shock per catturare l’interesse di spettatori o lettori che passano senza soluzione di continuità dai bombardamenti alle catastrofi, dagli stupri ai concerti ecc. E quale formula più efficace che paragonare Putin a Hitler, conosciuto universalmente come l’incarnazione del Male assoluto?

Gli ingredienti, almeno per chi li vuole trovare, ci sono: l’aggressione militare di una superpotenza (anche se poi si è rivelata, almeno finora, meno super del previsto) a un Paese molto più piccolo, le stragi di civili che hanno fatto parlare di genocidio, anche se Israele si è irritato con quanti paragonavano le uccisioni degli ucraini allo sterminio degli ebrei da parte del regime nazista, e così via.

Paralleli che lasciano il tempo che trovano e si consumano con la carta su cui vengono stampati o quando i telecomandi cambiano canale. Anche perché di aggressioni militari gratuite e di stragi di innocenti la Storia mondiale dal 1915 in poi (per limitarci all’ultimo secolo) ne ha visti in abbondanza e protagonisti spesso sono stati quei Paesi che oggi invocano una nuova Norimberga per Putin e i suoi collaboratori.

Non avrei pensato di occuparmi di queste discutibili comparazioni se non ne avesse trattato seriamente uno storico di grande valore come Ernesto Galli della Loggia nel suo editoriale sul Corriere della sera dell’8 luglio scorso. In realtà Galli fa un ragionamento più sottile dei paragoni sparati sui talk per fare audience. Il punto di contatto tra il Fuhrer e il Presidente russo viene trovato nel fatto che entrambi hanno sempre dichiarato quello che poi avrebbero fatto. Nel Mein Kampf, uscito nel 1925, Hitler aveva enunciato a grandi linee il programma che intendeva adottare se fosse andato al potere e otto anni dopo, diventato Cancelliere, si è limitato a portare avanti fino alle estreme conseguenze e alla morte nel bunker quanto aveva annunciato venti anni prima: un programma, si badi bene, che, come ricorda Galli, nessuno all’inizio aveva preso sul serio.

Putin, secondo lo storico, che si avvale per l’occasione di un’antologia di discorsi uscita di recente da Gallimard a cura di Nicolas Werth, avrebbe fatto qualcosa di simile. Ha annunciato ripetutamente i suoi propositi imperiali, riallacciandosi alla gloria dell’impero zarista e alla storia millenaria della Russia, ma nessuno, in Occidente l’ha preso sul serio fino al 2014 (annessione della Crimea) e soprattutto fino al febbraio di questo anno, con l’aggressione all’Ucraina e i propositi di ‘denazificazione’ del Paese.

Il suo programma imperiale, come sottolinea giustamente Galli, si basa su una orwelliana riscrittura della Storia, relegando in un angolo i 70 anni di comunismo e salvando di quel periodo solo lo Stalin della ‘grande guerra patriottica’, con la sconfitta del nazismo nel 1945.

E’ un’abitudine dei regimi autoritari riscrivere la Storia ad uso della propria politica e in questo Putin non fa niente di nuovo. Anche l’Occidente in questo campo ha i suoi problemi: basti pensare alle follie della Cancel Culture, imperante nei paesi anglosassoni e in buona salute anche in Europa.

Però, anche sul piano storico, scelto da Galli per accostare Putin a Hitler, bisogna fare un paio di distinguo. Hitler non ha mai cambiato idea dal 1925 alla morte. Putin è al potere da 23 anni, ma il Putin storico fai da te, revanscista e nostalgico della grande Russia zarista di questi ultimi anni, non ha la stessa età della sua permanenza al potere. E’ un prodotto più recente, successivo al fallimento della sua assimilazione all’Europa e “all’abbaiare della NATO ai suoi confini”, come ha detto qualche settimana fa un insospettabile osservatore neutrale come Papa Francesco.

In secondo luogo il capitolo nazismo e Hitler è un capitolo chiuso e questo ci permette di tirare delle somme complessive sulla coerenza tra i suoi programmi del 1925 e la sue azioni una volta andato al potere. Altrettanto non si può dire delle scelte politiche della Russia di Putin, i cui sviluppi sono ancora in fieri, suscettibili di svolte e cambiamenti, come è già avvenuto in questi 23 anni di regime.

Per concludere un’ultima osservazione. Putin afferma che “la principale risorsa della potenza e dell’avvenire della Russia risiede nella sua memoria storica”. Scremando l’affermazione dalle falsificazioni che abbondano nelle sue ricostruzioni, in linea di principio come dargli torto?  La memoria storica è il cemento su cui si costruisce l’identità di un Paese: la sua forza o, quando manca, la sua debolezza Da noi la formula ‘memoria storica’ è diventata di moda e ha avuto successo in questi ultimi anni. Un successo a cui si è accompagnata la scomparsa di una effettiva e radicata memoria storica condivisa, premessa per quella che i Romani avrebbero chiamato Finis Italiae.

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