Condannati a morire: vita eroica e disperata dei gladiatori dell’antica Roma

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Nati da riti funebri antichissimi in onore di uomini illustri, i giochi gladiatorii si svilupparono come fenomeno di massa trasversale, in grado di attirare individui di ogni provenienza sociale. Tra il pubblico in delirio non mancavano senatori e imperatori, né donne dell’alta società disposte a elargire cifre cospicue pur di trascorrere una notte con i campioni. Arruolati tra le file dell’esercito, alcuni di questi combattenti si resero protagonisti della storia di Roma: dalla figura quasi mitica di Spartaco a Birria, che uccise il candidato pretore Clodio accelerando l’inizio della guerra civile tra Cesare e Pompeo; e così pure Narcisso, prima allenatore dell’imperatore Commodo e poi suo assassino. Eppure, a eccezione di pochi casi, i gladiatori restano per noi folle anonime. In Morituri Luca Fezzi e Marco Rocco (Garzanti, pp. 352, € 19,00) tentano di farli uscire dall’ombra attraverso una ricostruzione che unisce alle poche testimonianze storiografiche i mosaici, i graffiti e le incisioni realizzati sulle pareti di anfiteatri e caserme così come su oggetti di uso quotidiano. Quelle che emergono sono le storie non solo di uomini ma anche di donne, almeno in età imperiale, impiegate nell’arena.

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