Il libro di Emanuele Filiberto su Maria José è un’operazione mediatica che la presenta come donna moderna e antifascista, ma storicamente imprecisa.
Le fonti serie e i giudizi dell’epoca la descrivono come velleitaria e pericolosa: i suoi complotti del 1943 furono inutili e dannosi. Anche sulla fine di Mafalda ripropone versioni superate, ignorando studi recenti come quello di Barneschi.
Prevale ancora la narrazione di parte sulla storiografia rigorosa.
di Andrea Rocchi per www.storiainrete.com del 27 agosto 2026
La recente pubblicazione del libro firmato da Emanuele Filiberto di Savoia “La regina di maggio. Gli ultimi giorni della Corona: i ricordi di mia nonna sulla fine della Monarchia”, ha riproposto, oltre alle annose e sterili polemiche sul ruolo e la fine della monarchia italiana, una tipica sindrome mediatica.
Infatti, questa nuova “operazione simpatia”, del sempre mediaticamente attento Emanuele Filiberto di Savoia, ripropone un’immagine di Maria Josepha, molto cara anche ad un certo tipo di pubblicistica, tendente a presentare, ovvero rivisitare ogni personaggio ed evento nel segno delle donne alfa.
Il tentativo da un punto di vista storico è effettivamente irrilevante e molto distante da quanto fece e non fece la “regina di maggio”, ma commercialmente ha funzionato. Peraltro, non solo la storiografia più accurata, ma anche le ricostruzioni giornalistiche e divulgative più serie, da sempre contrastano queste superficiali narrazioni basate su pettegolezzi, originatisi nei salottini dell’epoca, finalizzati a declinazioni deformate da finalità di propaganda per cause contemporanee, all’epoca neanche esistenti.

Maria Josepha fu indubbiamente una donna anticonformista e moderna (come alcune delle sue coetanee di casa Savoia) e si impegnò, seppur tardivamente, in complotti per porre termine all’era mussoliniana. Fu dunque una pura e vera antifascista quando era rilevante e necessario? Non esattamente.
Il suo mito fu attivato dalle pubblicazioni di soggetti facenti parti del suo giro e dei suoi complotti. E quanto fece e non fece la moglie dell’erede al trono non fu lucido e proficuo, dato che la moglie di Umberto II mostrò di non aver neanche compreso quale fosse il suo ruolo. Così, a parte la claque, costituita da altre nobildonne affette dalla sua stessa sindrome di protagonismo sterile e pericoloso, le reazioni suscitate dal contegno di Maria Josepha di Savoia già all’epoca furono non solo negative, ma unanimemente e straordinariamente negative.
Insomma, tutti i veri protagonisti del periodo concordarono solo nelle valutazioni in merito al comportamento della futura regina d’Italia.
Esistono testimonianze anche recentissime di come stessero effettivamente le cose.
Gian Luca Barneschi, nel suo recentissimo libro “Mafalda di Savoia – Il martirio di una principessa italiana” già giunto alla terza edizione e uscito qualche settimana prima di quello di Emanuele Filiberto, riepiloga l’effettiva situazione sulla base delle testuali dichiarazioni di vari VIP dell’epoca.
Nel contesto delle rivelazioni inedite e clamorose contenute nel suo libro, quanto alle vicende di casa Savoia nel periodo bellico, Barneschi evidenzia –quanto ai complotti tentati da Maria Josepha nel 1943- che “I suoi tentativi, attuati sempre all’insaputa del suocero e del marito (che peraltro ne vennero sempre a conoscenza), furono i più tipici e quantitativamente rilevanti e si rivelarono, inutili e, date le contingenze, pericolosi.
Le manovre della principessa, per quanto forse non solo espressione “Delle cose molto chic da fare per le persone di una certa importanza” (come causticamente osservato da Filippo Anfuso, poi ambasciatore della Repubblica Sociale Italiana a Berlino), erano in partenza destinate al fallimento, a causa del logico e giusto monopolio istituzionale (unito a fastidio personale) del suocero, che mai permise alcuna intromissione e contraddittorio al riguardo anche al principe ereditario, marito di Maria José”. Barneschi ricorda anche che “Le valutazioni dei potenti dell’epoca (Dino Grandi giudicava Maria José “una gran chiacchierona”; Giuseppe Bottai “una velleitaria con fantasie intellettualistiche”; Mussolini una “donna infida e pericolosa”; Badoglio – per il tramite della sua biografa ufficiale – “una donna coraggiosa che si dibatteva tra cose più grandi di lei” e il marito, il Principe Umberto: “eccentrica e pericolosa”), erano pienamente condivise dal re e, alla luce dei fatti, ben fondate.
E anche secondo la storiografia più attenta, la principessa volle arrogarsi ruoli non suoi. Indipendentemente dalle dinamiche caratteriali e personali, i suoi incauti tentativi contribuirono ad alimentare ulteriormente i sospetti dei tedeschi e a perturbare le manovre dei vertici del Regno d’Italia. Ciò anche in conseguenza del fatto che a fianco e sulla scia della principessa si baloccarono altri, come Giuliana Benzoni, la lettura delle cui alquanto autoreferenziali ed imprecise memorie inquadra eloquentemente la sindrome che afflisse tali personaggi, che, seppur animati da intenzioni positive (peraltro in astratto condivise anche dai vertici fascisti e da Mussolini in primis), contribuirono a creare confusione, alimentare maldicenze e sospetti anche negli interlocutori anglo-americani e non.
Il tutto senza neanche realizzare alcunché di utile per l’agognata fine dell’era fascista”.
E anche a proposito delle articolate vicende dell’estate 1943, che portarono alla tragica fine nel campo di sterminio tedesco di Buchenwald di Mafalda di Savoia, il testo di Emanuele Filiberto di Savoia ripropone ricostruzioni datate, in contrasto con le clamorose scoperte evidenziate nel libro di Barneschi, soprattutto in merito agli accadimenti e alle dinamiche geopolitiche e belliche che costituirono i presupposti del rapimento della principessa da parte dei tedeschi.
E dunque -ancora una volta- la rigorosa narrazione storica viene travolta da strumentali narrazioni inadeguate, quasi propagandistiche, che però trovano ancora consensi. E’ l’ennesimo episodio della “sindrome di Oliver Stone” e della vittoria del virale (neanche verosimile) sul vero…




