Da anni il linguista e filosofo del linguaggio Franco Lo Piparo indaga una pagina nota e al tempo stesso opaca della storia italiana: il processo e la detenzione di Antonio Gramsci ordinata dal Tribunale Speciale fascista. Nei suoi precedenti lavori, documentati e avvincenti come una detective story, aveva già sospettato che Togliatti avesse ostacolato i tentativi di liberare il fondatore del Partito Comunista. Nell’articolo uscito sul Corriere della Sera qualche giorno prima dell’intervista rilasciata a Fabrizio Ottaviani per Il Giornale (4 giugno 2016), Lo Piparo va oltre: ridimensiona in parte il ruolo di Mussolini come feroce aguzzino e, tenendo conto che Gramsci fu curato in clinica dal 1933 al 1937 e che dodici dei trentatré quaderni non portano il timbro carcerario, propone di ribattezzare il capolavoro «Quaderni del carcere e delle cliniche».
Secondo Lo Piparo, Gramsci ricevette un trattamento di favore, probabilmente per volontà dello stesso Mussolini. «I fatti sono tanti. Ne cito uno che non compare mai nelle trattazioni. Il direttore del carcere di Turi a volte proibisce a Gramsci di leggere alcuni libri. Gramsci scrive direttamente a Sua Eccellenza Benito Mussolini, Capo del Governo e l’autorizzazione alla lettura arriva. Tra i libri richiesti si trovano le opere complete di Marx ed Engels, opere varie di Trotsky, l’edizione francese delle lettere di Marx a Kugelmann con prefazione di Lenin. Non pare proprio che Mussolini abbia voluto impedire al cervello di Gramsci di funzionare. So che mi attirerò un po’ di critiche con quello che sto dicendo: Mussolini con quel comportamento dà l’impressione di stare oleando e alimentando quel cervello».
L’articolo sul Corriere non era legato a particolari anniversari, anche se in quei giorni a Milano era aperta la mostra Gramsci. I quaderni del carcere ed echi in Guttuso. La spinta, spiega Lo Piparo, è più profonda: «Il problema del fascismo, della sua eredità, delle sue specificità tutte italiane rispetto agli altri due regimi totalitari (comunismo sovietico e nazismo) è sempre attuale indipendentemente dalle ricorrenze».
Non sono emersi documenti nuovi. Gli elementi fondamentali, comprese le lettere a Mussolini pubblicate già due decenni prima, sono noti da tempo. «È come se ci fossero resistenze a leggerle a voce alta e farne parte delle narrazioni su Gramsci. E comunque mettere insieme tutti i trattamenti di favore di cui il prigioniero politico ha goduto, ha fatto un certo effetto anche su di me. Capire il senso di tutto questo non è semplice e facile. Sospetto che in questa storia ci sia qualcosa che non conosciamo ancora bene».
Alla domanda se non tema strumentalizzazioni da parte della destra, Lo Piparo risponde con lucidità: «Le strumentalizzazioni sono inevitabili e bisogna metterle nel conto. Sono interessato alla sostanza della questione. Gramsci è l’unico pensatore di area comunista della prima metà del Novecento che ancora ha qualcosa da dirci per capire la complessità del mondo contemporaneo. Purtroppo è diventato l’autore-grimaldello di riferimento degli orfani del comunismo. Col risultato che la sinistra riformista che invece potrebbe e dovrebbe trarre insegnamenti dai Quaderni ha imbarazzo pure a citarlo. È una situazione paradossale ma è così».
Quanto alla famosa frase attribuita al giudice («Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare»), che secondo Togliatti sarebbe stata pronunciata in aula ma non trova riscontro nelle carte processuali, Lo Piparo rifiuta letture psicoanalitiche. I rapporti tra i due dirigenti comunisti furono complessi: entrambi interventisti nella Prima guerra mondiale, collaborarono fino alla metà degli anni Venti, poi ruppero sulla valutazione di Stalin. In carcere Gramsci arrivò a chiamare Togliatti «compagno ex amico». Nel dopoguerra, però, Togliatti seppe fare dei Quaderni il manuale della «via italiana al socialismo», cioè, spiega Lo Piparo, «fare una politica riformista e socialdemocratica dichiarandosi di fede comunista. E questo perché i Quaderni spiegano le ragioni storiche e teoriche del riformismo e non della rivoluzione».
Lo Piparo avanza anche l’ipotesi che Mussolini abbia consentito ai quaderni di uscire dalla clinica Quisisana di Roma senza cadere nelle maglie della censura. «I quaderni dalle cliniche escono comodamente poco per volta prima della morte di Gramsci. Le Note della Questura al Ministero insistono sul fatto che Tania va a fare visita al cognato portando con sé una grande borsa. Nessuno ordina alla polizia di controllare il contenuto della borsa. Mussolini aveva tutti gli strumenti per sequestrare i quaderni. Invece non l’ha fatto. Perché? Confesso che al momento non so dare una risposta convincente. Inoltre sappiamo che Mussolini era un ammiratore del cervello di Gramsci. Il primo dicembre 1921 alla Camera ne parla in questi termini: “Un sardo gobbo e professore di economia e filosofia, di un cervello indubbiamente potente”».



