A Gerusalemme Est l’occupazione non passa solo dai checkpoint e dalle colonie. Passa anche dalle pagine dei quaderni che i bambini aprono ogni mattina.
Lo racconta Aseel Mafarjeh su Mondoweiss del 5 ottobre 2026. Secondo i dati più recenti, quasi il 38% degli studenti palestinesi della città – circa 45 mila su 120 mila – studia ormai con il curriculum israeliano. Dall’anno scolastico 2026-2027 questa scelta non è più un’opzione: è obbligatoria per tutte le classi prime e settime delle scuole municipali sotto il controllo di Israele. Solo sei anni fa gli iscritti a questo percorso erano poco più di diecimila. Quindici anni fa erano poche centinaia.Il resto degli alunni continua a usare i libri palestinesi, ma quei libri non sono più gli stessi. Il Ministero dell’Istruzione israeliano e le autorità municipali li revisionano riga per riga. Spariscono l’inno nazionale, le immagini dei prigionieri, la poesia tradizionale “Ala Dalauna”, i riferimenti al muro di separazione, le mappe che indicano Gerusalemme come capitale della Palestina. Termini come “mujahid” vengono sostituiti con “difensore”, “aseer” con “l’offeso”. Intere lezioni sulla Nakba, sulla resistenza e sulla “giudaizzazione” della città vengono riscritte o eliminate. Al loro posto compaiono brani su pace, coesistenza e cooperazione.
«Gerusalemme non è solo mura e Cupola della Roccia», racconta alla Mafarjeh Sally Assi, madre di una bambina di undici anni che frequenta una scuola a Beit Hanina . «È storia viva: persone, prigionieri, sogni. Chi cancella una pagina di quella storia chiede ai bambini di negare una parte di sé».
Non è un fenomeno improvviso. Dopo il 1967 i primi tentativi di imporre il curriculum israeliano furono bloccati dalla resistenza di genitori e insegnanti. Si mantenne quello giordano, poi, con la nascita dell’Autorità Palestinese, arrivò il curriculum nazionale. Ma quei libri non entravano mai in classe senza passare dal filtro israeliano. La copertina restava palestinese, il contenuto veniva riscritto dall’interno. Oggi quella riscrittura silenziosa è diventata sostituzione aperta, spiega la Mafarjeh.
«Un libro di testo non trasmette solo informazioni», spiega Imad Hawas, insegnante di arabo in una scuola municipale di Anata. «Decide come un bambino chiama un luogo, come interpreta gli eventi, come collega il passato a quello che vede ogni giorno andando a scuola. Quando cambia la parola “Palestina” o sparisce l’immagine del muro che lo stesso bambino attraversa, il testo non è più lo stesso».
Il governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese parla di “escalation pericolosa e senza precedenti dal 1967”, un attacco sistematico all’identità nazionale e culturale di intere generazioni. Una ricerca dell’Università Ebraica di Gerusalemme, condotta da Samira Alian su ventotto libri di studi sociali, conferma modifiche sostanziali su Gerusalemme, colonialismo, sionismo e Nakba.Israele giustifica queste operazioni parlando di lotta all’incitamento all’odio. I genitori e gli insegnanti palestinesi rispondono che non vogliono insegnare odio, ma non vogliono neanche che i loro figli crescano senza conoscere la propria storia.
Il risultato è una generazione che sta imparando a leggere la propria città attraverso un filtro diverso. Non è solo una questione di programmi scolastici. È una battaglia sulla memoria, combattuta ogni mattina, tra le pagine di un libro.


