L’Unione Africana sta preparando un caso da presentare alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) con l’obiettivo di ottenere riparazioni economiche da diversi Paesi europei per la tratta transatlantica degli schiavi. Lo riferisce Lawrence Goldman in un articolo su History Reclaimed.
Tra i principali accusati figurano Gran Bretagna, Francia, Spagna, Portogallo e altri Stati che tra il XV e il XIX secolo parteciparono al commercio di esseri umani. Secondo Lawrence Goldman, questa iniziativa rappresenta non una legittima azione giudiziaria, ma una manipolazione politica del diritto internazionale e delle istituzioni create per garantire pace e ordine tra gli Stati.
Goldman evidenzia numerose criticità di fondo. Innanzitutto, la schiavitù, oggi definita crimine contro l’umanità, non era considerata tale all’epoca in cui veniva praticata nel mondo atlantico. Non esistevano leggi internazionali che la vietassero fino a quando non furono proprio i britannici e gli americani a iniziare ad abolirla a partire dalla fine del Settecento. Inoltre, l’autore sottolinea come sia storicamente scorretto ignorare il ruolo degli africani stessi: furono infatti regni e tribù africane a catturare altri africani e a venderli ai commercianti europei sulle coste.
Allo stesso modo, risulta sospetta l’assenza totale di qualsiasi richiesta nei confronti della tratta araba-musulmana, che secondo le stime deportò circa 17 milioni di africani, un numero superiore a quello della tratta atlantica.
Dal punto di vista giuridico, Goldman considera l’azione profondamente problematica: nessun ordinamento giuridico moderno ritiene i cittadini di oggi responsabili penalmente o finanziariamente per azioni commesse dai loro antenati tre o quattro secoli fa. Non è chiaro, inoltre, perché dovrebbero pagare i contribuenti europei attuali per fatti avvenuti in un’epoca diversa e sotto norme morali differenti.

L’autore contesta anche la narrazione secondo cui la tratta avrebbe impedito lo sviluppo dell’Africa: si tratta, a suo parere, di una tesi difficile da dimostrare. Nota inoltre l’assurdità di non richiedere riparazioni a nome dei discendenti degli schiavi ancora oggi presenti negli Stati Uniti e in America Latina, che sarebbero i soggetti più direttamente colpiti.
Per Goldman questa campagna non ha radici nella storia né nel diritto, bensì nella politica e nel risentimento. Invece di concentrarsi sulla costruzione di istituzioni stabili e prosperità interna, alcuni leader africani preferirebbero scaricare le proprie responsabilità sul passato coloniale e sulla tratta, utilizzando organismi internazionali per ottenere vantaggi economici.
L’articolo conclude con un avvertimento: strumentalizzare la Corte Internazionale di Giustizia per fini politici rischia di minare ulteriormente la credibilità di istituzioni già fragili, proprio nel momento in cui l’ordine internazionale liberale è sotto attacco da più parti. Alla fine, secondo l’autore, i contribuenti europei rifiuteranno di pagare per qualcosa che non hanno commesso, e il vero perdente sarà proprio il sistema di diritto internazionale che dovrebbe proteggere anche i Paesi più deboli.



