La guerra USA-Iran non è un capriccio trumpiano, ma la fine di un conflitto latente dal 1979: rivoluzione khomeinista, minacce nucleari sciite e fanatismo anti-Occidente sono alla sua origine. Trump e Israele colpiscono per fermare l’escalation prima che diventi nucleare e con gli accordi di Abramo i sunniti capiscono che il vero pericolo è Teheran. Pace attraverso la forza? Potrebbe funzionare, e non solo in Iran…
di Paolo Zannetti da Belfablog della Fondazione Machiavelli del 16 marzo 2026
La guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran occupa oggi il massimo interesse internazionale e viene discussa ed interpretata in vari modi. In Europa, la maggioranza degli osservatori la considera sbagliata, preferendo quindi lo status quo di un mese fa, con un Iran che, apparentemente, proseguiva la sua corsa verso lo sviluppo di armi nucleari e missili intercontinentali. Invece, un’analisi storica ed oggettiva sembra fornire una valida giustificazione a questo intervento militare che non andrebbe visto come un’anomalia trumpiana, ma come un’evoluzione dei rapporti di forza in Medio Oriente – uno sviluppo comprensibile ed inevitabile, in considerazione della storia della regione, della rivoluzione khomeinista del 1979, e della profonda divisione ed ostilità tra le due principali sette dell’Islamismo: Sunniti (il 90%) e Sciiti (i restanti, principalmente in Iran). In quest’ottica, le azioni militari in corso possono essere interpretate non come una nuova guerra, bensì come un tentativo di porre fine a una guerra già iniziata nel 1979, prima che degeneri in un’escalation incontrollabile.
Cerchiamo quindi di inquadrare la situazione odierna con alcuni dati storici e alcune riflessioni oggettive.
Pirateria barbaresca
I rapporti tra gli Stati Uniti ed i paesi islamici cominciarono ad essere tesi fin dagli ultimi decenni del Settecento, a causa degli attacchi degli Stati Barbareschi del Nord Africa a navi americane, con la conseguente cattura e schiavizzazione dei prigionieri, in attesa del pagamento di riscatti. John Adams e Thomas Jefferson nel 1786 cercarono di stabilire un dialogo con questi Stati ed incontrarono l’ambasciatore di Tripoli – Sidi Haji Abdrahaman – nella sua casa a Londra. L’ambasciatore libico – cortesissimo ed ospitale – fece presente che, per evitare ulteriori azioni di pirateria, gli USA dovevano pagare una notevole somma al suo governo e, sottobanco, a lui stesso. Di fronte alle educate obiezioni di Adams e Jefferson, che fecero notare che gli USA non avevano provocato in alcun modo il governo di Tripoli, l’ambasciatore rispose che la pirateria era fondata sulle regole del Corano, e che i popoli delle nazioni che non riconoscevano il primato dell’Islam erano peccatori, e che il governo di Tripoli era quindi autorizzato a dover fare guerra ovunque potessero trovarli, di fare schiavi di tutti i prigionieri, e che ogni loro uomo che fosse stato ucciso in battaglia sarebbe sicuramente andato in Paradiso. Immaginiamo l’espressione allibita di Jefferson – un illuminista mezzo agnostico e libertario, che in passato aveva letto il Corano e difeso i diritti costituzionali degli islamici – di fronte a queste affermazioni allucinanti, che purtroppo ancora oggi si sentono in alcune moschee, perfino in Europa.
Il problema della pirateria e schiavizzazione di cittadini americani continuò per decenni, fino al primo Ottocento, con le Guerre Barbaresche del 1801-05 e 1815-16 contro questi stati nordafricani. Ancora oggi in USA si canta “L’inno dei Marines“ (“Dalle sale di Montezuma alle coste di Tripoli”) commemorando la battaglia di Derna del 1805, in cui i marines statunitensi marciarono per mille chilometri per conquistare una città portuale a Tripoli, in Libia, ponendo fine alla Prima Guerra Barbaresca. È la canzone ufficiale più antica delle forze armate statunitensi.
Il lungo declino
Dalle guerre napoleoniche fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Islam ha subito un forte declino, dovuto a diversi fattori, tra cui il decadente dominio ottomano, l’indifferenza dei leader islamici verso la modernizzazione e la tecnologia, e le umiliazioni imposte dal colonialismo europeo.
Ma dal 1945 in poi le cose sono cambiate, con le guerre anticoloniali e la creazione dello Stato di Israele che ha galvanizzato l’opposizione nelle piazze arabe. Emergono poi leader laici, per esempio Nasser in Egitto e Bourguiba in Tunisia, che sanno eccitare il nazionalismo delle masse e reprimere, anche con la violenza, l’estremismo religioso.
A proposito di Nasser, può essere interessante guardare un video del 1958 in cui, in un comizio, prendeva in giro, con un humor tagliente, gli estremisti religiosi che volevano imporre l’hijab alle donne. La reazione del vasto pubblico di allora è significativa.
Un’immagine vale mille parole
A volte sono le piccole cose a dirci molto. Guardiamo per esempio una foto di studentesse egiziane negli anni 50:

Non si vedono donne velate, mentre oggi sono in forte maggioranza. E poi guardiamo le assistenti di volo iraniane negli anni 60:

E poi ammiriamo “l’evoluzione” delle donne afghane; da ieri (1960-70)
a oggi (fonte: Taliban’s Erosion on Women’s Rights: A Timeline)
Cos’è successo?
La svolta del 1979
I costumi del mondo islamico si sono trasformati notevolmente, con una forte svolta dal 1979 in poi, dovuta alla rivoluzione iraniana che non si è limitata a influenzare il mondo sciita, ma ha contaminato l’intero mondo musulmano, innervosendo e preoccupando i paesi sunniti, in particolare i loro leader in Arabia Saudita.
Altri eventi importanti si sono aggiunti. In particolare, la vittoria islamista di Erdogan in Turchia nel 2014 – un paese che, dopo la rivoluzione di Mustafa Kemal Atatürk, aveva abolito il Sultanato e, nel 1923, aveva costituito una repubblica laica e costituzionale. Ora la Turchia è in mano ad un “uomo forte”, famoso per aver dichiarato nel 2015 “I minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri elmi, le moschee le nostre caserme, e i fedeli sono i nostri soldati. La mia religione aspetta questo esercito.”
Ed infine: le “primavere arabe” del 2010-‘12, che suscitarono tanto entusiasmo e speranze. Ma nel momento critico, quando alla popolazione egiziana fu data l’opportunità di votare democraticamente nel 2012, il 51% dei votanti scelse i Fratelli Musulmani di Mohamed Morsi, un gruppo fondato nel 1928 e che ha creato il brodo di coltura intellettuale per i leader di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri e Bin Laden. Fu l’ultima dimostrazione che, purtroppo, la democrazia difficilmente funziona in certi paesi e culture.
E gli USA?
Gli USA erano nati a fine Settecento, esprimendo tre principi che dovevano regolare il governo: la difesa della vita dei cittadini, della loro libertà e della loro ricerca della felicità (nel ‘700 questa “ricerca” significava, essenzialmente, la protezione dei loro risparmi e delle loro proprietà). Nei primi decenni della Repubblica, di fronte alle guerre napoleoniche, gli USA si erano trincerati nel loro mondo, disdegnando le guerre e le tensioni europee. Poi, nel 1823, avevano formulato la Dottrina Monroe: una posizione di politica estera degli Stati Uniti che si oppone a qualsiasi interferenza straniera nell’emisfero occidentale (anche in Groenlandia…), sostenendo che qualsiasi intervento negli affari politici delle Americhe da parte di potenze straniere fosse un atto potenzialmente ostile contro gli Stati Uniti.
Poi ci furono le due guerre mondiali, in cui sia il presidente Wilson (nel 1916) sia il presidente Roosevelt (nel 1940) furono eletti promettendo di rimanere fuori dai conflitti europei. Ma poi – come sappiamo – le cose andarono diversamente…
Alla fine degli anni ’40 gli USA si trovarono inevitabilmente trascinati nella Guerra Fredda – essenzialmente un contenimento dell’espansionismo sovietico. I rapporti con il mondo islamico furono basati su tre alleanze chiave: Turchia, Arabia Saudita, ed Iran. La Turchia era allora governata da laici anticomunisti ed era entrata nella NATO nel 1952. Rimase un fedele alleato per decenni (più fedele dei francesi…). L’Arabia Saudita era importante (e lo è tuttora) per le sue riserve petrolifere e la sua posizione geografica strategica. Per la stessa ragione era l’Iran, governato dal 1941 al 1979 da Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Scià di Persia.
La caduta dello Scià nel 1979 e l’avvento di una teocrazia sciita in Iran hanno sconvolto la regione e scompaginato gli USA e l’Occidente. La violenza fisica con cui i mullah iraniani hanno governato, le uccisioni di oppositori politici e religiosi, inclusi migliaia di comunisti iraniani che li avevano aiutati durante la rivoluzione, le tremende minacce di genocidio contro Israele, gli Stati Uniti, l’Occidente e i “fratelli” sunniti – tutto, insomma, lasciava trapelare il loro desiderio di una “guerra santa” contro tutti e la certezza del Paradiso per i loro caduti. È estremamente pericoloso avere nemici con cui non si può usare la deterrenza. Chi scrive ha avuto conversazioni con persone musulmane – tra cui professionisti e uomini di cultura – che non esitavano a sostenere che uno scambio nucleare con Israele fosse accettabile, nonostante le terribili conseguenze per entrambe le parti.
E Israele?
Gli USA erano rimasti relativamente indifferenti alla nascita dello Stato di Israele nel 1948. Fu l’Unione Sovietica il primo paese al mondo a concedere il riconoscimento legale a Israele, appena tre giorni dopo che lo Stato dichiarò la propria indipendenza. E questo avvenne nonostante la visione ufficiale del sionismo, nelle parole di Lenin, come “nazionalismo borghese”. Un anno prima, il 14 maggio 1947, il ministro degli Esteri sovietico Andrei Gromyko aveva dichiarato il sostegno del suo paese al Piano di Partizione dell’ONU per la Palestina, riconoscendo il “dolore e la sofferenza eccezionali” degli ebrei nella Seconda Guerra Mondiale. L’URSS mantenne il riconoscimento, spingendo la Cecoslovacchia a fornire armamenti a Israele, che si rivelarono cruciali nella difesa contro gli eserciti arabi invasori.
Chiaramente, la Russia sperava che il nuovo Stato di Israele, allora dominato da leader marxisti e laici, portasse un messaggio rivoluzionario in una regione dominata da monarchie conservatrici. Le cose, invece, andarono diversamente, come sappiamo.
Gli USA non furono soltanto indifferenti nei confronti dello Stato di Israele, ma talvolta ostili. Nel 1956, dopo la nazionalizzazione ed espropriazione (illegale) del Canale di Suez da parte di Nasser, l’esercito israeliano, segretamente d’accordo con i governi di Francia e del Regno Unito, oltrepassò il confine egiziano e iniziò l’invasione della penisola del Sinai. Dal punto di vista militare, le operazioni si svolsero esattamente come pianificate. Politicamente, però, l’attacco fu un disastro. Il presidente americano Dwight D. Eisenhower si oppose fermamente all’intervento militare contro l’Egitto. Eisenhower impose pressioni economiche su Londra e minacciò sanzioni, costringendo gli alleati al ritiro e segnando la fine del colonialismo britannico/francese. Ancora oggi gli storici discutono se, in questo caso, Eisenhower fece una mossa sbagliata o esagerata.
Israele fu costretto a ritirarsi da tutti i territori occupati, ma riuscì a danneggiare gravemente l’esercito egiziano, distruggendo gran parte del materiale che aveva accumulato nei precedenti anni di riarmo. I governi di Francia e del Regno Unito, invece, furono umiliati e costretti a ritirarsi sotto la pressione internazionale.
Veniamo ai giorni nostri
Oggi c’è la guerra. L’alleanza USA-Israele è più solida che mai. E dopo eventi quali l’attacco terroristico agli USA dell’11 Settembre 2001 e la mattanza di civili israeliani il 7 ottobre 2023, una parte dell’Occidente ha capito che la sua sopravvivenza è in pericolo, con nemici esterni che minacciano, in maniera sempre più convincente, l’uso di armi nucleari, ed i nemici interni che sminuiscono questi pericoli.
Anche durante la Guerra Fredda avevamo minacce di distruzione – minacce molto credibili, viste le azioni del Comunismo in tutti i paesi in cui si era imposto. Il leader sovietico Nikita Khrushchev, nel 1956, ci disse la famosa frase “vi seppelliremo”, ma il contesto era diverso e Khrushchev era noto per il suo stile rozzo e colorito e per le sue gesta teatrali, tipo togliersi una scarpa all’ONU e sbatterla sul tavolo. Ma riuscimmo a contenere il Comunismo con la deterrenza e con la vecchia saggezza latina: si vis pacem para bellum.
Oggi, però, la situazione è diversa. Alcuni nemici dell’Occidente, per esempio il leader cinese Xi Jinping, sono razionali, accettano di dialogare e di fare compromessi, e sembrano capire che avventure militari (per esempio l’invasione di Taiwan) comporterebbero conseguenze negative per loro. Ma c’è un gruppo di nemici che non è controllabile con la deterrenza a causa del loro fanatismo religioso: in sostanza, l’Iran e le entità terroristiche da esso pilotate (Hezbollah, Anṣār Allāh, Hamas). Se queste entità entrano in possesso di armi nucleari, anche solo “dirty bomb”, il loro uso può mettere in ginocchio l’intero Occidente. (Una “bomba sporca” è un tipo di “dispositivo di dispersione radiologica”, RDD, che combina un esplosivo convenzionale, come la dinamite, con materiale radioattivo.)
In questo contesto, la guerra di oggi contro l’Iran è essenziale e può essere interpretata come un contributo alla pace mondiale, soprattutto alla luce dell’inutilità della diplomazia internazionale e delle Nazioni Unite, che parlano sempre di pace, ma poi si rivelano disarmate e inconcludenti di fronte alla realtà dei fatti.
Il presidente Trump è al momento al centro di tutti questi eventi. Ha fronteggiato il problema delle droghe illegali, che uccidono 80 mila americani ogni anno per overdose (più delle perdite USA nell’intera guerra del Vietnam). Ha chiuso le frontiere all’immigrazione illegale, che approfittava delle frontiere porose che consentivano il traffico parallelo di droghe. Ha bombardato le barche dei trafficanti. Ha aumentato il bilancio della difesa. È intervenuto con decisione per frenare conflitti, per esempio tra Armenia e Azerbaigian e tra India e Pakistan. Ora, alleato con Israele, ha scatenato un’offensiva militare che, senza invasioni di terra e senza ripetere – si spera – gli errori commessi in Iraq e in Afghanistan, mira a un mondo migliore e a un Medio Oriente più sicuro.
Il più grande successo di Trump è stato l’avvicinamento al mondo arabo-sunnita, già con gli accordi di Abramo, e oggi con una buona fetta del mondo arabo che ha finalmente capito che l’Occidente non è il vero nemico, che con Israele si possono trovare compromessi ragionevoli, e che l’Iran sciita di oggi è il vero pericolo da cui guardarsi.
Il futuro è pieno di incognite, pericoli e conseguenze inaspettate. Tutto può accadere nelle prossime settimane, ma almeno per chi conosce la storia e chi non odia l’Occidente, ci sono ragioni per essere ottimisti. Trump e Netanyahu non vogliono petrolio, basi militari o potere in Iran. Al di là delle dichiarazioni bombastiche di Trump (“resa incondizionata”), si sta cercando una soluzione “venezuelana” in cui non si umiliano i nemici cercando di imporre nuovi leader (tipo il figlio del vecchio scià Reza Pahlavi), ma si favorisce, sottobanco, l’emergere di leader più ragionevoli, come la furba Delcy Rodríguez, che ha rimpiazzato Maduro in Venezuela ed è capace di far felice sia Trump sia la base socialista del paese.
Forse i metodi di Trump funzioneranno anche a Cuba. Gli ottimisti sperano.


