di Dino Cofrancesco dall’Huffington Post del 20 marzo 2021
Genova 1944. I nomi sono inventati ma la storia è vera. La racconto come mi venne riferita da uno dei protagonisti, Ottavio Sciaccaluga, un socialista lombardiano conosciuto negli anni sessanta. Nella primavera del 1944, sotto i portici di Via XX Settembre, Ottavio incontra un amico, Filippo Parodi, fervente fascista. “Mi sono arruolato nella Guarda Repubblicana, gli dice Filippo, per riscattare l’onore dell’Italia calpestato dal Re e da Badoglio. Fallo anche tu, oltretutto è una scelta vincente perché Hitler ha l’arma segreta e le sorti della guerra stanno per rovesciarsi”. Ottavio è scettico, crede, invece, che la guerra stia per finire e che non sia lontano l’arrivo degli Alleati. “Non comprometterti, gli consiglia, Mussolini è un ostaggio di Hitler e per noi italiani non c’è scampo!”. Filippo ci rimane assai male e pensa di fargliela pagare. Il giorno dopo a casa di Ottavio bussano due camicie nere che lo sequestrano per qualche tempo per poi metterlo su un treno diretto ad Auschwitz. Uno dei militi addetti al triste carico è il suo amico Filippo che gli si avvicina con le lacrime agli occhi e gli confessa di essere stato lui a denunciarlo come disertore. Mesi di sofferenze inaudite e di privazioni, Ottavio è così dimagrito che debbono caricarlo su una barella quando il Lager viene liberato. Dopo alcune settimane, tornato a Genova, viene convocato in Tribunale come testimone. Il pubblico che affolla l’aula, vedendolo in barella, non può trattenere la commozione. Sul banco degli imputati c’è Filippo e ad Ottavio viene richiesto di deporre contro di lui. Per il repubblichino sembra non esserci più nulla da fare ma al suo difensore viene un’idea brillante. “Dopo il suo arresto non vi siete più incontrati?”, chiede al testimone. “Solo una volta, l’ho rivisto il giorno della deportazione, alla Stazione Principe dove mi ha confessato, singhiozzando, la sua carognata”. I giudici ne prendono atto e quella che doveva essere la condanna alla pena capitale si converte in una più umana richiesta di ergastolo. A questo punto, però, il pubblico in aula, sentendosi defraudato dell’atteso capestro, comincia a tumultuare proprio contro il deportato e le cose si mettono così male che solo la risolutezza dei carabinieri riesce a salvarlo dalla inferocita folla antifascista.
Leggendo in questi ultimi tempi le solite geremiadi sulla Norimberga che ci è mancata mi è venuta alla mente la vicenda di Filippo e di Ottavio. La giustizia umana avrebbe dovuto abbattersi anche su persone come l’ingenuo camerata fascista? E dal momento che il fascismo, nella definizione di Palmiro Togliatti, fu un ‘regime reazionario di massa’ si sarebbero dovuti sottoporre al processo tutti gli elementi di quella massa o soltanto i responsabili di reati comuni giustificati ideologicamente? Sulla scia di una ormai vasta produzione – che comprende saggi ineguali come i Peccati di memoria. La mancata Norimberga italiana di Michele Battini (Ed. Laterza 2003) o L’epurazione dei fascisti in Italia nel secondo dopoguerra (Ed. Parallelo 45 ,2020) di Edoardo Pivani — Alessandro Barbero, lo storico medievista che, in virtù della notorietà acquisita grazie alla trasmissione di Piero Angela, è ormai come il prezzemolo, ha voluto arricchire i dossier sulle colpe italiane in un’intervista rilasciata mesi fa ad Archivio Eventi, “L’Italia aveva bisogno di una sua Norimberga”. Cose trite e ritrite che si ripresentano quasi con gli stessi titoli. Edoardo Coen, ad esempio, sul ‘Fatto quotidiano’ (14 novembre 2020) aveva messo a nudo la Schuldfrage italica concludendo il suo articolo con il monito di Alessandro Galante-Garrone, ”sintetico nel ricordare quanto la presunzione di nettare tutta la pubblica amministrazione, nella massa, fu solo una sceneggiata, in quanto ‘ci si accanì (…) contro gli uscieri’, ma non si vollero ‘o non si poterono colpire gli uomini veramente colpevoli e le vecchie strutture dello Stato e della società’. Oggi ne paghiamo le conseguenze, politiche e amministrative”.
E’ un luogo comune condiviso toto corde da Barbero: “non abbiamo avuto nel nostro paese un ‘Processo di Norimberga’. E’ venuto a mancare un processo intellettuale e sentimentale che inducesse la popolazione tutta a rimeditare sulle problematiche sollevate dalla ideologie fasciste. Oggi |…| rischiano di riaffiorare sentimenti inappropriati per una civiltà evoluta, che inducono una buona parte della popolazione ad autorizzare concetti del tipo: in fondo il fascismo non era così brutto”.
Sarà pur vero ma per dire che non ci siamo impegnati ― come avremmo dovuto ― nel perseguire i colpevoli di crimini sul nostro territorio o nelle zone da noi occupate c’era bisogno di invocare il simbolo di Norimberga?
In realtà, quel simbolo è controverso e non sono pochi i filosofi, i giuristi, gli storici che gli hanno dedicato meditazioni profonde e tormentate. Da Otto Kirchheimer a Judith Shklar, da Hannah Arendt ad Hans Kelsen, da Julien Freund a Danilo Zolo sono molti gli studiosi che, in qualche modo, potevano capire le riserve del vecchio Benedetto Croce, nel suo discorso contro la ratifica del Trattato di Pace del 24 luglio 1947 ispirato a un’etica severa ed antica: ”E qui mi duole di dovere rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la guerra è una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico|…| Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa quel che si dica, o lo sa troppo bene, e cela l’utile, ancorché egoistico, del proprio popolo o Stato sotto la maschera del giudice imparziale. Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai nostri giorni (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo), i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto nome di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente d’ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni dei loro uomini e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra. Giulio Cesare non mandò innanzi a un tribunale ordinario o straordinario l’eroico Vercingetorige, ma, esercitando vendetta o reputando pericolosa alla potenza di Roma la vita e l’esempio di lui, poiché gli si fu nobilmente arreso, lo trascinò per le strade di Roma dietro il suo carro trionfale e indi lo fece strozzare nel carcere”.
Croce a mio avviso aveva ragione e torto insieme. Aveva ragione se si pensa ai due più evidenti capi di imputazione rivolti ai capi nazisti: a) di aver scatenato una guerra di aggressione e b) di aver calpestato, nei territori occupati dall’esercito tedesco, i più elementari diritti umani (stupri, massacri, incendi). Anche gli eserciti alleati avevano fatto lo stesso a Katyn a Dresda, a Hiroshima, a Nagasaki e nessun tribunale internazionale era stato convocato per condannare i responsabili dei massacri. Aveva torto, però, nel non tenere nella dovuta considerazione la condanna solenne dell’etnocidio emessa a Norimberga sia pure da un tribunale composto dai soli ‘vincitori’. Era la Shoah, l’olocausto, la vera, a mio avviso unica giustificazione del Tribunale. ”Se “è connaturato alla nostra intera tradizione filosofica non poter concepire l’idea di un ‘male radicale’” (aveva Hannah Arendt), l’annientamento degli ebrei era la dimostrazione che il ‘male radicale’ poteva essere concepito. Che un’intera etnia dovesse venir sterminata in quanto tale, in qualsiasi angolo del pianeta, superava qualsiasi aberrazione infernale. I turchi potevano espungere dal loro stato gli armeni, i serbo-croati potevano risolvere con le foibe il problema delle minoranze italiane ma né i turchi né i serbo-croati vedevano nei loro nemici germi patogeni da debellare con le camere a gas. Un turco a Rio de Janeiro avrebbe potuto sposare un’armena, come lui cittadina del Brasile, un serbo-croato a New York sarebbe potuto diventare socio d’affari di un italiano.
Ma se questo è vero, che senso ha parlare di una Norimberga italiana? Quando mai le nostre vergognose leggi razziali si sono tradotte in un programma di sterminio di massa con tanti Adolf Eichmann pronti a eseguirlo? Col suo solito buonsenso, Indro Montanelli, rispondendo vent’anni fa a un lettore sul ‘Corriere della Sera’― La storia è l’unica Norimberga attendibile ― scriveva “col fascismo e i fascisti chiudemmo i conti con piazzale Loreto e qualche altro sporadico poscritto di fucilazione a bersaglio non sempre ben scelto. Sia subito chiara, a scanso di equivoci, una cosa: come italiano, di piazzale Loreto io seguito a vergognarmi, e non perdo occasione di ripeterlo. Ma non perdo neanche occasione di ripetere che la decisione di fucilare Mussolini senza processo, anche se non fu giusta (quale in realtà non era), fu salutare, anzi salvifica. Il popolo italiano non poteva condannare Mussolini perché fino alle leggi razziali e alla guerra era stato con e per Mussolini: cosa che non avrebbe mai avuto il coraggio di riconoscere di fronte a una Norimberga italiana, che invece di diventare un esame di coscienza, si sarebbe trasformata in una palestra di menzogne e di risse”.
Delusi dalla fallita Norimberga italica Barbero e C. si dolgono che non ci sia stata una ’palestra di menzogne e di risse’ in un paese in cui il primo Presidente della Corte Costituzionale, vicino a Togliatti, era stato Presidente di un Tribunale della Razza.
Mi chiedo quale sia il senso di questa operazione e temo assai che vada ricercato nel disegno, denunciato d Marcello Veneziani — su ‘La Verità’ del 19 febbraio ― di traghettare “la sinistra dal comunismo al neocapitalismo, spostando il Nemico dai padroni ai fascisti, dal Capitale ai reazionari |…| L’antifascismo assurge a religione civile, a priori assoluto nella lotta tra Liberazione e Tradizione, che sostituisce la lotta di classe”.
Barbero in fondo, da buon italiano, si è premunito di una patente antifascista: di questi tempi ‘può far sempre comodo’, come mi ha scritto un carissimo e malvagio amico e collega fiorentino (per la cronaca, socialista liberale).