Noi e la Bomba. 50 anni di (non) Non-Proliferazione in Italia

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L’Italia ha firmato il 2 maggio 1975 il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), il cui articolo II dice chiaramente: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari.» A raccontare le vicende che legano l’Italia con la bomba atomica, il fisico Carlo Rovelli sul Corriere della Sera del 25 agosto 2025.

Eppure, nonostante questo impegno solenne e nonostante un vecchio sondaggio Ipsos indicasse che “l’80% degli italiani è contrario al fatto che ci siano armi atomiche dislocate nel nostro Paese” spiega Rovelli, l’Italia continua a ospitare sul proprio territorio tra le 70 e le 90 bombe nucleari americane B61 (modelli 3, 4 e 7). Circa 50 si trovano nella base di Aviano (Pordenone) e altre 30 circa a Ghedi (Brescia). Questo significa, come sottolinea l’autore, che “in caso di conflitti, gli italiani in Veneto e Lombardia saranno i primi ad essere arrostiti vivi”, afferma il fisico, perché le basi con armi nucleari sarebbero obiettivi prioritari.

Queste bombe non sono italiane né sotto controllo italiano: sono comandate dall’esercito degli Stati Uniti e possono essere sganciate da aerei americani (attualmente F-16, in fase di sostituzione con F-35). L’Italia, in pratica, offre il proprio territorio come piattaforma per l’arsenale nucleare statunitense senza avere voce in capitolo sul loro uso.

Non è sempre andata così. Negli anni ’50 e ’60 l’Italia cercò attivamente di acquisire una capacità nucleare propria o almeno un controllo condiviso:

  • Fin dal 1955 furono schierati missili tattici nucleari americani (Honest John e poi Nike Hercules), ma sempre sotto chiave esclusiva USA; l’Italia, avendo perso la guerra, era trattata militarmente come una colonia dagli Stati Uniti. Lo è ancora.
  • Il governo italiano (con il ministro della Difesa Taviani) spinse per rimuovere quelle che definiva «ingiustificate restrizioni» all’accesso alle armi nucleari per i paesi NATO.
  • Nel 1959-1960 l’Italia ottenne finalmente 30 missili balistici Jupiter a medio raggio nella base di Gioia del Colle, operati dalla 36ª Aerobrigata con un sistema a doppia chiave: per la prima volta Roma aveva un minimo di controllo.
  • Tutto finì con la crisi dei missili di Cuba nel 1962: per chiudere il contenzioso con l’URSS, Kennedy accettò di ritirare i Jupiter non solo dalla Turchia ma anche dall’Italia. I missili sparirono e con essi l’ultima parvenza di autonomia nucleare italiana.

Dopo quella batosta, negli anni ’70 l’Italia tentò la strada nazionale: convertì l’incrociatore Giuseppe Garibaldi in piattaforma lanciamissili e sviluppò il missile balistico Alfa, un razzo a propellente solido in grado di portare una testata da una tonnellata fino a Mosca. Il primo (e unico) test riuscito avvenne il 6 aprile 1976 nel poligono di Salto di Quirra in Sardegna.

Alla fine, però, «la ragione prevale sulla follia» dice Rovelli: nel 1975 l’Italia aderì definitivamente al Trattato di non proliferazione e chiuse ogni programma nucleare proprio. Da allora accettò lo status quo attuale: armi atomiche americane sul suolo italiano, senza controllo nazionale e senza che la questione sia mai stata oggetto di un vero dibattito pubblico o parlamentare. Rovelli conclude che la popolazione italiana è stata tenuta all’oscuro e che il Paese, da aspirante potenza nucleare “quasi autonoma”, è diventato semplicemente un portaerei nucleare altrui.

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