Marcello Veneziani da La Verità del 17 dicembre 2025
Il tramonto inglorioso de la Repubblica e de La Stampa è il fallimento di un lungo matrimonio tra la sinistra venuta dal comunismo e il padronato convertito al progressismo per convenienza. Dal loro matrimonio nacque la sinistra postcomunista, radical più che liberal, imperniata sull’antifascismo e su un suprematismo ideologico spesso sconfinato nel razzismo. Il giornale di Eugenio Scalfari e di Carlo Caracciolo fu il laboratorio e il battistrada della mutazione genetica della sinistra, il passaggio dal comunismo proletario e operaio al laicismo radicale, progressista, neo-borghese e neo-illuminista, con tratti di snobismo ideologico e pose ormai conosciute come radical chic (espressione venuta a noia, ormai, ma aveva un’iniziale ragion d’essere). Augusto del Noce vedeva in quel giornale l’avamposto di una trasformazione del vecchio Pci in Partito radicale di massa, frutto di un incontro tra sinistra e capitale, che all’epoca battezzammo Fiat & Martello. Nell’alleanza erano compresi i cattolici progressisti e i laici, liberali e repubblicani di supporto, più tronconi della magistratura, della chiesa e della Confindustria. L’operaio veniva sostituito dal professore, la fabbrica dalla scuola. Quel giornale contribuì alla trasmutazione chimica e antropologica della sinistra, dai compagni trinariciuti del dopoguerra con la loro “obbedienza cieca, pronta e assoluta”, come scriveva Giovannino Guareschi, ai professorini con la puzza sotto il naso e il ditino accusatore permanentemente puntato contro chi non la pensa come loro.
Di mezzo c’era stato il ’68 e in Italia era avvenuto il passaggio dell’egemonia culturale dal vecchio gramscismo in versione togliattiana al gramsciazionismo di estrazione radical-borghese: la nuova sinistra strizzava l’occhio alle icone di Berlinguer, di Gramsci e di Che Guevara ma sposava l’ideologia piemontese dell’azionismo e dell’antifascismo, in una linea che da Piero Gobetti arrivava fino a Norberto Bobbio e alla “scuola torinese” (come la definirono Giacomo Noventa e lo stesso Del Noce). Il nemico non era più il capitalismo ma il fascismo, elevato poi da Umberto Eco a categoria perenne e male assoluto; di conseguenza fu sostituito l’anticapitalismo con l’antifascismo. Poi nel passaggio dall’operaismo al femminismo verrà sostituito il padronato con il patriarcato e il nemico diffuso diventerà la famiglia tradizionale (che invece non dispiaceva al vecchio Pci).
In quel passaggio fu portata a compimento l’annessione de La Stampa a quel gruppo editoriale; una testata peraltro ormai organica all’universo laicista, antifascista e progressista. La parabola padronale de la Repubblica compiva il suo “radioso” cammino interno al capitalismo: De Benedetti, Benetton, Agnelli, fino a Elkann, il distruttore finale di quella galassia. Una parabola che peraltro passava dalla produzione industriale alla speculazione finanziaria.
Nel ventennio scalfariano, La Repubblica era diventato il primo giornale italiano o quantomeno contendeva il primato al Corriere della sera, da anni collocato tra il centro e la sinistra, ma dentro il perimetro filo governativo, in linea col salotto della finanza e col Quirinale.
Dopo aver emancipato la sinistra dal comunismo, la Repubblica avrebbe potuto avere un’evoluzione diversa e sarebbe stato un vantaggio per la sinistra ma anche per il nostro paese: c’erano le condizioni e c’era il clima nell’Italia di quegli anni, che stava scoprendo l’alternanza democratica tra destra e sinistra, per proiettare la cultura civile e politica di cui era portatrice verso una nuova sintesi, oltre gli steccati dell’antifascismo, dell’antiberlusconismo e dell’anticattolicesimo: era l’epoca di Papa Woytila, inviso alla Repubblica di Scalfari che parlava di cesaropapismo e puntava il dito contro Comunione e Liberazione, considerata come la mosca cocchiera dell’alleanza tra Craxi, Fanfani (poi Forlani) e Andreotti, con apertura anche alla destra.
Eppure era il momento propizio per ridisegnare con l’informazione anche la cultura civile e politica di una nuova sinistra, salvando da un verso il tratto sociale, lavorista e nazional-popolare della sinistra e dall’altro aprendosi – come allora si stava profilando – a nuovi incontri, in cui realmente Nietzsche e Marx potessero darsi la mano e dialogare. Ma i nuovi assetti proprietari, l’arrivo del piemontese Ezio Mauro alla direzione de la Repubblica e la guida ideologica di Umberto Eco e di altri officianti dell’episcopato progressista, portarono quel mondo a percorrere all’indietro il cammino della sinistra, mentre annunciava di andare avanti: e così regredirono dall’anticapitalismo all’antifascismo degli anni quaranta, fino a un rigurgito settario di chiusura e intolleranza da guerra civile che ancora perdura. Schizofrenico fu l’atteggiamento nei confronti degli Usa: quando guidava la Casa Bianca un presidente conservatore si riscopriva l’antiamericanismo sessantottino; quando invece c’era un dem alla sua guida, l’America diventava la terra del domani e il paradigma a cui adeguarsi. Succede ancora oggi… Ancora più paurosa l’oscillazione su alcuni temi sensibili, passando di recente da un appiattimento totale filo-israeliano con la direzione Molinari a un goffo tentativo di cavalcare l’onda pro-pal dell’attuale gestione. Il tutto sempre immerso nella pappa woke.
Così si è giunti alla fase discendente dei nostri giorni, fino alla riffa natalizia per la svendita delle due testate che non sono più strategiche al gruppo Elkann e costano troppo, per una famiglia piena di guai, anche giudiziari. Nel frangente perdura nei due quotidiani lo schema manicheo e censorio e la finzione d’inesistenza di idee, autori, opere che non rientrano nel loro cono di luce. Per poi osservare che sul piano culturale non esiste alcuna alternativa alla loro compagnia di giro. Ma il teatrino nel frattempo si è svuotato e loro continuano la recita sul palcoscenico abbagliati dalle luci sulla ribalta…
Eppure ne la Repubblica tuttora non mancano firme di valore e giornalisti di qualità; ma la linea complessiva, che oggi non è nemmeno premiante sul piano dei lettori e delle vendite, è quel sinistrismo settario che anche politicamente si traduce nell’era delle Schlein e nell’annuncio di essere sempre alla vigilia di una svolta autoritaria e un ritorno del nazifascismo.
Il declino de la Repubblica riflette il declino della sinistra politica e civile, giunte ormai ai saldi di fine stagione.
Illustrazione realizzata con Grok


