Che Pirandello si sia dissociato dal Fascismo in qualunque momento della sua carriera è un vecchio wishful thinking di chi apprezza, giustamente, il premio Nobel siciliano, ma non può sopportare la sua adesione al Regime di Mussolini.
Così nel 2014 lo scrittore Andrea Camilleri affermò che Luigi Pirandello, quando ricevette il premio Nobel nel dicembre del 1934, non pronunciò alcun discorso ufficiale per non citare Mussolini e il Fascismo, dai quali aveva preso le distanze.
Un probabile falso storico, come ha dimostrato Lorenzo Catania su “Avanti!” del 30 aprile 2021, analizzando una serie di fatti e fornendo una ricostruzione più verosimile di come sarebbe andata la vicenda. Secondo Catania, il supposto “silenzio” del drammaturgo, sempre se veramente dettato da un momento di rancore, sarebbe stato dettato dall’amarezza procuratagli dal Duce quando questi censurò e poi annullò le repliche dell’opera musicale “La favola del figlio cambiato” di Gian Francesco Malipiero, su libretto dell’artista siciliano.
Secondo Andrea Camilleri nel dicembre 1934 Luigi Pirandello, nel corso della cerimonia in cui gli venne assegnato il premio Nobel, non fece alcun discorso ufficiale per non dover citare Mussolini e il fascismo. L’ipotesi di Camilleri, secondo Catania “è suggestiva quanto campata in aria, smentita com’è dalla militanza politica di Pirandello”. Catania spiega infatti come, ammesso e non concesso che l’assenza di ogni cenno al Fascismo in una cerimonia che doveva parlare di letteratura, non di politica, non avrebbe affatto significato un allontanamento del drammaturgo siciliano dalla sua militanza fascista: nel 1935 infatti Pirandello avrebbe dato diverse prove della sua fede mussoliniana, dall’approvazione della guerra contro l’Etiopia, all’accettazione del ruolo della guardia d’onore al Palazzo delle Esposizioni. Poi l’offerta dell’Oro alla Patria, con la consegna della medaglia del Nobel e altri oggetti in oro contro le sanzioni.
«Premesso che Pirandello in occasione del conferimento del Nobel non era obbligato a citare Mussolini e il fascismo, forse è più credibile affermare che il 10 dicembre 1934 il supposto “silenzio” del drammaturgo era il retaggio dell’amarezza procuratagli da Mussolini nella primavera di quello stesso anno, quando il Duce fece ritirare dal cartellone del teatro dell’Opera di Roma l’opera musicale di Gian Francesco Malipiero “La favola del figlio cambiato”, su libretto dell’artista agrigentino» spiega Catania.
Nel novembre del 1933 Leopoldo Zurlo, funzionario intelligente, capace e colto quanto obbediente alle direttive del regime, nella sua qualità di addetto alla censura degli spettacoli teatrali, aveva riscontrato nel libretto di Pirandello alcuni passi che potevano essere interpretati come un invito a mancare di rispetto a ogni forma di autorità. Dopo essersi consultato con Mussolini, Zurlo, tenendo conto che Pirandello intratteneva buoni rapporti con il Fascismo e godeva fama internazionale, gli aveva proposto la cancellazione dei passi incriminati. Cancellazioni accettate da Pirandello senza proteste. E così “La favola del figlio cambiato” poté essere messa in scena e portata in tournée in molte città d’Europa.
Nel gennaio del 1934 però in Germania l’opera incappò nella censura nazista e fu cancellata dal tour tedesco a causa della storia del bimbo brutto e nero giudicata oscena e potenzialmente «sovvertitrice e contraria ai principi dello Stato popolare tedesco».
In Italia il 24 marzo del 1934 il teatro dell’Opera di Roma ospitò la ”prima” italiana della “Favola del figlio cambiato”. Mussolini, presente allo spettacolo, alla fine del primo atto espresse la sua approvazione con un applauso, poi però il resto della messa in scena, spiega Catania, «fu fischiato dai fascisti presenti in sala, influenzati dai successivi segni di disapprovazione manifestati dal Duce, che fece rimuovere subito l’opera dal cartellone».
Pirandello nel chiedere i motivi che avevano portato alla rimozione dell’opera e all’annullamento delle repliche, scrisse direttamente a Mussolini, ma si dovette accontentare di una breve nota redatta dal segretario particolare del capo del Governo in cui si leggeva: «In seguito sua richiesta il ‘duce’ mi incarica di comunicarle che ha proibito ulteriori rappresentazioni del Figlio cambiato perché così gli è parso».
Catania dunque annette l’eventuale “dimenticanza” di Pirandello verso il Fascismo durante il discorso per il Nobel a quell’affronto subìto, percepito come una «offesa gratuita e brutale», ma senza per questo prenderne le distanze. Una piccola ripicca, insomma, non una patente di afascismo e tantomeno di antifascismo.
Del resto, continua Catania, è “significativo” il discorso pronunciato da Pirandello il 29 ottobre 1935 al teatro Argentina di Roma, dove il commediografo, esaltato anche dal fatto che Mussolini aveva dato il suo assenso alla realizzazione di un teatro di Stato, esprimeva lodi al Regime: «L’opera nostra, [cioè l’impresa contro l’Etiopia] quando sarà compiuta, non risentirà di questa prima accoglienza ostile che oggi le fa il mondo…L’Autore di questa nostra grande opera in atto è anch’egli un Poeta che sa bene il fatto suo. Vero uomo di teatro, eroe provvidenziale che Dio al momento giusto ha voluto concedere all’Italia, agisce, autore e protagonista, nel Teatro dei Secoli; e ogni volta opportunamente sa dire la giusta parola a tutti, la giusta battuta, sia che la sua voce debba essere udita e vagliata oltre i confini della Patria, sia che in Patria parli alle milizie che partono per conquistare al popolo italiano, che ne ha diritto e bisogno, un po’ di terra al sole, o che parli con tanto amore della terra e con tanta umanità agli agricoltori perché non ci lascino mancare il pane quotidiano di cui, ove occorra, sapremo tutti accontentarci; o che parli ai poeti, quando vuole che il popolo sia ammesso al teatro, non certo per assistere a effimeri e vani giuochi scenici, ma per nutrire e ritemprare il suo spirito con opere degne di questi tempi di sensi svegli e di serissimi impegni… Auguriamoci, o Signori, che i provvedimenti già presi e tutti quelli maggiori e più effettivi ancora da prendere, diano presto fondamento e decoro al nostro teatro…e salutiamo intanto, con cuore fedele e con cuore devoto fino all’estremo, il nostro Duce».
La favola del Pirandello cambiato (in antifascista) prosegue anche con una certa interpretazione data a “I giganti della montagna”, opera che secondo alcuni rappresenterebbe il testamento letterario di Pirandello in cui prende le distanze dal Regime. Ma la piece parla semplicemente di un problema di incomunicabilità fra chi è troppo impegnato a gestire opere immani e il lavoro degli artisti. Più che una critica, un tentativo di aprire un dibattito.



