Da Fondazione Machiavelli, 22 gennaio 2026
Si torna a mettere nel mirino statue e architetture testimonianze delle molteplicità della storia patria. Era dall’elezione di Trump, una legnata che sembrava aver instupidito il fronte wokeista anche in Italia, che sembrava regnare una calma più o meno piatta sul fronte della cancel culture. Nel nostro paese il massimo del contendere era stata l’iniziativa del comune di Roma in merito alla toponomastica del Quartiere Africano, che prevede di mantenere i nomi di strade (d’altronde ci abitano migliaia di persone e rimappare un quartiere diventerebbe complicato…) ma aggiornare le descrizioni delle targhe in prospettiva de colonizzatrice. In questo anno di grazia 2025 la statua di Montanelli a Milano, quella di Giorgio Parodi a Genova, il “monolite Dux” al Foro Italico di Roma, e l’intitolazione della Coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia avevano vissuto sonni tranquilli.
Il pezzo di Fanpage
Fino al 20 gennaio scorso quando la testata online Fanpage con una delle sue firme di punta, Saverio Tommasi, ha pubblicato un articolo (e relativo video) intitolato L’Italia è piena di statue di fascisti e violenti: è giusto abbatterle?
Un’operazione di apertura di finestra di Overton in piena regola. Nel titolo si lancia una domanda provocatoria, nel testo però si fa parziale retromarcia tattica: non stiamo chiedendo di abbattere le statue, ma solo “risemantizzarle”, con cartelli esplicativi o altre iniziative. Ma la strategia è scoperta e già vista in azione mille e mille volte, come descritto nei dettagli da chi scrive insieme a Emanuele Mastrangelo nel saggio Cancel culture. L’arma di distruzione (culturale) di massa che il wokeismo ha scagliato contro la civiltà occidentale, recentemente uscito per i tipi della Signs Publishing: “ricontestualizzare” un’opera apponendo cartelli che certifichino il fatto che l’opera sia “controversa” è ineluttabilmente il primo passo per la rimozione.
Da Geopop a Fanpage
Ma andiamo con ordine, già alcuni mesi fa il canale di divulgazione scientifica Geopop nel suo video sull’Architettura del Ventennio si domandava «spesso ci si chiede se queste opere debbano essere demolite una volta per tutte» e in chiusura suggellava con l’ultimo capitolo del video intitolato “Sarebbe giusto demolire i palazzi fascisti?“.
E adesso è il turno, decisamente più diretto di fanpage (da notare che sia Geopop che Fanpage fanno parte dello stesso gruppo editoriale, Ciaopeople).
Insomma la Cancel culture non passa mai di moda, e il nostro nuovo libro di fine 2025 si rivela di un’attualità ancor più evidente. Gloriuzza di cui avremmo fatto volentieri a meno.
Quel che succede in America
Negli Stati Uniti Trump lo scorso marzo ha emesso un ordine federale per rivalutare le statue confederate rimosse e ad ottobre è stata ripristinata a Washington DC una statua del generale Albert Pike rimossa nel 2020. Ma la situazione è ben lontana da un ritorno alla normalità, tanto che negli stessi giorni in California è stata inaugurata una mostra che non si limitava a mostrare come trofei le statue vandalizzate e mutilate, ma ne presenta reinterpretazioni, compresa una statua di Stonewall Jackson fatta a pezzi e rimontata in una grottesca parodia.
E non mancano vandalismi. Come raccontiamo nel capitolo 5 di Cancel Culture, tolte le statue dei confederati e di Colombo, il nuovo obiettivo dei cancellatori è nientemeno che Abramo Lincoln, il presidente simbolo della fine della schiavitù. Da diversi anni il Columbus Day è diventato l’occasione per sfregiare le statue di Lincoln. Con la presidenza Trump il fenomeno si è ridotto, ma non mancano casi: il più recente a Spokane nello Stato di Washington, a fine dicembre.
E le cose non vanno meglio ad altri personaggi un tempo simbolo di fratellanza, come Gandhi, con una sua statua vandalizzata a Londra lo scorso ottobre.
Insomma se chiaramente l’indirizzo della presidenza Trump e i tagli alla corazzata della propaganda woke USAID hanno chiaramente ridotto il fenomeno della cancel culture (se l’acqua scarseggia, la papera non galleggia…), basta scorrere le cronache locali per scoprire che c’è ancora un fuoco che cova sotto la cenere.
Contro la risemantizzazione o ricontestualizzazione
Come accennato l’articolo di Fanpage e relativo video non sono per la soluzione radicale dell’abbattimento. Uno spin mediatico ben diverso da quello iniziato nel lontano 2017 con l’articolo del The New Yorker «Why Are So Many Fascist Monuments Still Standing in Italy?» firmato da un’accademica attenta e preparata come Ruth Ben Ghiat. Intemerata che causò una levata di scudi nel Belpaese (vicenda per la quale ci permettiamo di rimandare al capitolo 11 del precedente volume Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia, Eclettica, 2020).
Eppure la ricontestualizzazione per un monumento su pubblica piazza è un destino ben peggiore dell’abbattimento per mano di una folla inferocita. Perché con la ricontestualizzazione si verbalizza che l’opera è controversa e gli si appone sopra l’equivalente della lettera scarlatta che spettava alle adultere nel New England. Si certifica che l’opera è “dannosa” per la collettività, e che quindi presto o tardi si capirà che è meglio rimuoverla.
Ricontestualizzazione o risemantizzazione insomma sono una trappola che dal punto di vista politico e organizzativo va assolutamente evitata, in quanto è la crepa definitiva per far crollare un monumento o una statua. Purtroppo molte amministrazioni conservatrici non si rendono ancora conto che cedere a queste sirene, sperando che “si fermeranno qui” o che si stia dando agli wokeisti un contentino per tenerli buoni, significa solo firmar loro una cambiale. Che saranno lesti a riscuotere appena avranno un filo di potere in più fra le mani…
L’anello debole
Il pezzo di Fanpage è l’ennesima dimostrazione di quello che abbiamo teorizzato nei saggi che abbiamo scritto sulla cancel culture: l’anello debole per applicare la cancel culture è il colonialismo italiano, sia esso umbertino oppure fascista. Una fase storica e politica che viene riassunta con “colonialismo straccione”, prima e con “iprite e razzismo” poi.
Tanto che nel video e nell’articolo di Fanpage si parla persino del piccolo obelisco antistante alla Stazione Termini a Roma dedicato alle vittime italiane nella battaglia di Dogali, i cinquecento eroi di Dogali che danno il nome alla piazza, finalmente restaurato. E rimasto fuori dalle operazioni di decolonizzazione avviate dal comune di Roma nel quartiere africano più a nord.
Passannante, un “ragazzetto giovanissimo“
Gli strali di Tommasi si rivolgono poi a re Umberto I, sia per Bava Beccaris, sia per la fine dell’attentatore Giovanni Passannante. Personaggio sul quale Tommasi inforca una delle “leggerezze” del video: Passannante viene presentato come un “un ragazzetto, giovanissimo”, quasi come fosse un predecessore del quindicenne Anteo Zamboni. Nei fatti Passannante aveva ventinove anni quando cercò di accoltellare Umberto I, in un’epoca in cui passati i venti si era uomini fatti. Una distorsione della realtà che è la cartina tornasole di quanto le lenti woke del presente possano deformare la visione oggettiva del passato.
Poi, immancabile, Montanelli, considerato dalla sinistra un Santo Laico fintanto che era buono per andare contro a Silvio Berlusconi, e poi gettato nella Caina come colonialista, pedofilo e fascista. Pietra dello scandalo, le sue dichiarazioni in merito all’aver usufruito dell’usanza locale del madamato per un matrimonio temporaneo con una tredicenne. Scelta che rivendicò in più di un’occasione, ma che probabilmente ricade tra le tante fanfaronate di un grande giornalista che pure non mancava di gusto per l’invenzione. Ma anche fosse vera, Montanelli avrebbe semplicemente accondisceso a un costume locale, in un’epoca in cui – giova ricordare il caso di Charlie Chaplin – non era insolito che una giovane donna allacciasse relazioni con uomini più maturi di lei. Insomma, senza scomodare Gabriel Michel Hippolyte Matzneff (coccolato e difeso dalle sinistre europee per decenni), quello di Montanelli non fu affatto un caso di predazione sessuale, ma di semplice spirito dei tempi (e dei luoghi). Ammesso e non concesso poi che sia stato vero…
Novità per la cancel culture all’italiana, è la comparsa nella lista dei “cattivi” della tomba di Francesco Feroni (1614-1696) nella basilica della Santissima Annunziata a Firenze. Feroni fu imprenditore, mecenate squisito, amministratore oculato e generoso difensore dei contadini e dei lavoratori toscani. Certamente fra le fonti di reddito ci fu il commercio di schiavi dalla Guinea (chissà da chi si riforniva…) alle colonie spagnole delle Americhe. A noi di lui però rimane la sua magnifica opera di mecenatismo che ci ha lasciato capolavori immortali. Come quelli che Saverio Tommasi vorrebbe “risemantizzare”.
Il monumento di Livorno
Trova spazio anche il monumento a Ferdinando I de’ Medici di Livorno, il monumento dei Quattro Mori.
Il monumento che celebra le vittorie di Ferdinando I de’ Medici e dei cavalieri dell’Ordine di Santo Stefano fondato dal nonno Cosimo I contro i corsari barbareschi e l’Impero ottomano: la battaglia di Bona e la presa di Prevesa (oggetto anche di un ciclo di affreschi a Palazzo Pitti firmati da Bernardino Poccetti). La flotta toscana guidata dall’ammiraglio Jacopo Inghirami in due occasioni riuscì anche a sconfiggere le navi di Murat Reis il vecchio, tra i più celebri corsari barbareschi.
I quattro “prigioni”, come si chiamavano i personaggi incatenati (in latino captivi) spesso e volentieri mostrati nella monumentalistica fino a tempi abbastanza recenti, rappresentano quindi veri marinai e ufficiali delle marinerie barbaresche: pirati trascinati in catene le cui carriere di razziatori, saccheggiatori e flagello delle coste italiane era stata finalmente stroncata dalle galere granducali, vendicatrici di tante sofferenze patite dai nostri popoli. Un trionfo su nemici crudeli, non un inno alla schiavitù.
Nel Mediterraneo infatti per undici secoli si combatté un conflitto permanente, e semmai a finire schiavi erano il più delle volte i nostri “antenati bianchi”. Tra un milione e due milioni e mezzo di europei finirono in schiavitù razziati dai corsari barbareschi, trascinati nelle città del Nordafrica e venduti a Costantinopoli e Il Cairo (soprattutto le giovani donne), incatenati ai remi delle galere oppure tenuti prigionieri in attesa dei lucrosi riscatti pagati da sovrani e dagli ordini religiosi che raccoglievano elemosine a quello scopo. L’intera economia del Nordafrica si basava su questi traffici turpi (questi sì, considerati turpi già all’epoca), cosa che dovrebbe suscitare più di qualche interrogativo sull’attuale traffico di esseri umani che tal quale passa da quei lidi, solo in direzione opposta…
Naturalmente i tempi erano quelli che erano: e quando possibile anche gli europei rendevano pan per focaccia ai maomettani: a Bona i toscani catturano 1.500 schiavi. Mentre a Lepanto, dove vengono liberati tra i 12.000 e i 15.000 schiavi cristiani, sono catturati e ridotti in schiavitù 7.200 ottomani, poi spartiti tra Spagna, Venezia e Stato Pontificio. Per costoro la sorte era per lo più quella di finire al remo sulle galere. E, visto che abbiamo iniziato il paragrafo con “i tempi erano quelli che erano”, giova ricordare che al remo si finiva incatenati anche da liberi rematori (pare strano, ma qualcuno così disperato da accettare quel lavoraccio c’era), e l’unica differenza di trattamento coi forzati era il diritto a tenere i baffi…
Quando si guarda il monumento di Livorno bisogna ricordare cos’era dunque il secolo in cui fu realizzato. E non dimenticare che esso rappresenta una delle vittorie in una guerra che tra l’altro è considerata tra le cause dell’arretratezza infrastrutturale del nostro meridione: a causa dei massicci investimenti per realizzare e mantenere la capillare rete di torri di avvistamento lungo le coste, infatti, mezza Italia dovette svuotare i propri forzieri, mentre cittadine floride venivano distrutte dai pirati e abbandonate dai superstiti. Il fiorire di borghi italiani che si chiamano “Marina di…” inizia nel XIX secolo, quando col colonialismo europeo termina definitivamente la minaccia delle razzie barbaresche e gli italiani del Mezzogiorno possono finalmente tornare ad abitare sulle coste senza paura.
Dunque, Saverio Tommasi anziché glorificare Ferdinando I de’ Medici e il colonialismo europeo come argine e poi fine allo schiavismo barbaresco riesce a rovesciare la realtà e a farne una specie di Barbablù fiorentino. A nulla vale ricordare che i Medici a Livorno, proprio per la natura commerciale della città e per lo spirito illuminato della dinastia ne fanno uno dei luoghi più multietnici e tolleranti del mondo all’epoca. Ferdinando invece diventa “un granduca cristiano e bianco che domina quattro schiavi mussulmani e nerissimi”.
Ma il “un monumento a uno schiavista con quattro schiavi” mostra in realtà quattro prigioni con tratti somatici ben diversi, proprio perché non aveva alcuna connotazione razziale (come la schiavitù nel Mediterraneo dell’epoca) che rappresentano realisticamente la “multietnicità” dei corsari barbareschi. Di “nerissimo” c’è solo uno dei quattro quello dai tratti subsahariani, rimasto ignoto. Gli altri tre sono Morgiano, il greco nel fiore degli anni, Alì Melioco, il vecchio pirata turco, Alì Salettino il nordafricano: un europeo rinnegato, un turco e un magrebino. Dunque, tre bianchi.
Se proprio dovessimo risemantizzare i quattro mori di Livorno…
Facciamo dunque un gioco mentale e per un attimo diamo corda al delirio wokeista della “risemantizzazione”. Se proprio dovessimo risemantizzare i quattro mori di Livorno, beh, allora ci vorrebbe un bel cartello che raccontasse i corsari barbareschi e le loro razzie sulle nostre coste. Razzie che terminarono solo con l’arrivo delle cannoniere nelle marine europee, a XIX secolo inoltrato e che Ferdinando cercò di arginare coi suoi prodi marinai e cavalieri. Bisognerebbe ricordare le sofferenze inferte da Morgiano, dai due Alì e dai loro compagni dell’allegra brigata multirazziale dei pirati barbareschi alle popolazioni italiane, francesi, spagnole e perfino nordeuropee sottoposte a razzie e massacri. En passant ricordare Ferdinando come granduca illuminato e liberale, mecenate che ci ha lasciato capolavori egregi come l’opera La Pellegrina commissionata per il suo fastoso matrimonio con Cristina di Lorena nel 1589.
A ben vedere, potrebbe essere una buona idea per qualche amministratore pubblico livornese che volesse chiudere questa finestra di Overton levando “la sete col prosciutto” agli iconoclasti de’ noantri.
Livorno e gli altri “mori”
Fanpage non si dilunga e omette altri casi analoghi a quello di Livorno. La fontana di Marino del 1632 a commemorazione della battaglia di Lepanto, con due coppie di schiavi, due uomini e due donne incatenate. Il monumento funebre al doge Giovanni Pesaro a Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, con quattro schiavi in marmo nero a reggere la trabeazione superiore. Monumento che con i quattro mori livornesi fu al centro delle polemiche quando venne tentato lo spin mediatico contro i monumenti in Italia qualche anno fa.
Ma c’è da dire che anche chi allora lo definiva apertamente A Racist Monument before Racism era costretto a riconoscere che i mori in questione nulla hanno a che vedere con la tratta degli schiavi atlantica, bensì con le guerre contro gli ottomani in cui anche i bianchi europei finivano in catene come schiavi.
Un altro monumento rimasto fuori dai censimenti della cancel culture all’italiana nonostante si trovi a Firenze è l’Arco di Trionfo dei Lorena eretto tra il 1738 e il 1739 per celebrare il passaggio del Granducato dai Medici ai Lorena, oltre alla statua equestre, e alle due vittorie alate sono rappresentati due trofei d’armi, con panoplia e trofei di schiavi incatenati, ben visibili dal lato nord.
Infine, ancorché di marca tardo ottocentesca ci sono i due monumenti firmati da Ettore Ximenes. Quello di Vittorio Bottego a Parma, con l’esploratore con ai piedi due indigeni che simboleggiano i fiume che esplorò. E il monumento al maggiore Pietro Toselli medaglie d’oro al valore militare nella battaglia dell’Amba Alagi del 1895. Qui tra le figure che contornano Toselli ci sono un ascaro e un soldato etiope impegnati in un corpo a corpo.
Alessandro il moro…
Nel video che accompagna l’articolo di Fanpage si polemizza anche contro la statua equestre di Cosimo I de’ Medici a piazza della Signoria. Tra l’altro statua commissionata nel 1587 al Giambologna proprio da Ferdinando I.
La statua equestre è un pretesto per parlare di Michelangelo e del suo Bruto “straordinario manifesto antitirannico” che per come è montato il video sembra in contrapposizione alla tirannia di Cosimo I, visto che si vorrebbe esporre l’opera del Buonarroti come un liberatore accanto al tiranno.
Certo il Bruto di Michelangelo al Bargello è un chiaro esempio di scultura anti-tirannica. Ma più che con Cosimo I (1519-1574) il Bruto andrebbe messo in relazione con Alessandro de’ Medici (1501-1537), ucciso da suo cugino Lorenzino de’ Medici assieme a un sicario nel 1537. Il Bruto di Michelangelo, datato intorno al 1538 sarebbe quindi una celebrazione del Lorenzino contro Alessandro, più che un auspicio nei confronti di Cosimo I nel fare la stessa fine.
Un Medici vale l’altro. Sì e no, ma certamente non in questo caso. Come ricorda la PBS, emittente pubblica statunitense a cui Trump ha tagliato i fondi, Alessandro il Moro è the first black head of state in the modern western world. Prima di Obama c’era Alessandro de’ Medici, insomma. E con il progredire dell’ideologia woke non pochi hanno iniziato a ipotizzare che il tirannicidio firmato da Lorenzino fosse non un omicidio politico. Bensì un omicidio a sfondo razziale, come raccontavamo nel 2021 su Storia in Rete. Ça va sans dire che l’identificazione etnicamente corretta di Alessandro de’ Medici è una balla in piena regola, come Cleopatra nera, Beethoven nero e altri casi di tentati arruolamenti di personaggi storici europei nel novero degli africani.
Insomma, nota per gli apritori di finestre di Overton: nella blacklist della cancel culture all’italiana sarà meglio inserire anche il Bruto al Bargello, oscura glorificazione del… primo delitto a sfondo razziale d’Italia.


