Nelle vicende della Seconda guerra mondiale, nella corposa appendice di 666 mila pagine intitolata “Fatti che non collimano con la storiella dei buoni contro i cattivi e che infatti non troverete nei Bignami, nei libri di scuola e nelle trasmissioni di Aldo Cazzullo” c’è l’invasione anglo-sovietica dell’Iran nell’estate del 1941.
La Persia fino alla rivoluzione dei Pahlavi
“Iran” è il nome che la nazione fino ad allora chiamata “Persia” si era data nel 1935, per volontà dello scià Reza Pahlavi e significa “Terra degli Ariani”. Un segnale di notevole simpatia (nel senso greco del termine) verso certe ideologie che avevano un qualche seguito negli Anni Trenta del XX secolo… Da quasi un secolo la Persia (sotto la dinastia Qajar) era schiacciata dall’influenza di due grandi potenze coloniali: la Russia (a nord) e la Gran Bretagna (da sud e attraverso lo sfruttamento del petrolio con la Anglo-Persian Oil Company, APOC). La Germania dalla Belle Epoque appariva a Teheran come una “terza forza” neutrale e attraente per gli intellettuali e i riformisti iraniani, in grado di favorire l’emancipazione del paese dai due ingombranti vicini che stavano giocando una delle partite del Grande Gioco proprio sull’altopiano iranico: i russi sperando di arrivare tramite la Persia al mare, gli inglesi per impedirglielo e per tenersi stretto il petrolio persiano. Durante la Prima guerra mondiale, i due rivali, in nome della comune lotta contro la Germania, si trovarono a sospendere il Grande Gioco e ad allearsi per entrare in Persia una prima volta manu militari. I russi, tuttavia, ne uscirono nel 1917, per la rivoluzione, e gli inglesi si trovarono pressoché soli padroni, tanto da accarezzare l’idea di aggiungere anche questa perla alla corona di Sua Maestà.
A rovinare i sogni di gloria di Londra, l’ascesa della nuova dinastia sul Trono del Pavone, con il colpo di Stato di Reza Khan. Nel 1921 venne spezzato il protettorato imposto dai britannici durante la Grande Guerra e formalizzato nel 1919 (ma mai formalizzato dal parlamento di Teheran). Reza inizialmente si appoggiò su americani (gelosi del monopolio inglese sul petrolio) e i sovietici (i russi dello Zar s’erano ritirati, ma la geopolitica del paese restava la stessa, anche con capitale, bandiera e denominazione cambiata), che non avevano mai cessato di provare a influenzare il paese e fomentare movimenti secessionisti, addirittura provando a creare una repubblica sovietica nel Gilan, la regione costiera a sudovest del Mar Caspio. In chiave anti-inglese tuttavia potevano essere sfruttati. E lo furono.
Reza, che proveniva proprio da un reparto di cosacchi creato dagli zaristi, centralizzò il potere, schiacciò i movimenti centripeti delle fazioni tribali e iniziò a modernizzare lo Stato. In maniera simile ad Ataturk nella vicina Turchia, Reza avviò una massiccia riforma della sonnecchiante Persia, aprendola a industrializzazione e costruendo infrastrutture importanti, soprattutto a livello ferroviario, nonché università e scuole. Tuttavia, diversamente dal Giovane Turco, Reza non proclamò una repubblica, ma si sostituì alla vecchia dinastia, facendosi incoronare Scià nel 1925.
Da Persia a Iran, “Terra degli Ariani”
Nel 1933 Reza è abbastanza forte e sicuro di sé da imporsi anche alla potente APOC, riducendogli a un ottavo le concessioni estrattive in cambio di un rinnovo sessantennale. Nel frattempo Reza ricominciò a saldare stretti rapporti con la Germania, pressoché interrotti dall’invasione anglo-russa durante la Grande Guerra. Adolf Hitler aveva espresso pareri lusinghieri verso i popoli iranici nel nome delle tesi razziali del Nazionalsocialismo e lo Scià e sua moglie furono accolti calorosamente dal nuovo governo del Reich in visita ufficiale. Fra Berlino e Teheran si saldarono forti legami culturali, anche perché Reza chiamò in Persia molti intellettuali tedeschi con lo scopo di fornire al paese una solida base culturale moderna, che superasse quella religiosa sciita. Ma oltre agli intellettuali iniziarono a fluire marchi e prodotti made in Germany.
Il “Nuovo Piano” di Hjalmar Schacht (ministro dell’Economia del Reich dal 1934 al 1937) promosse accordi di compensazione con la Persia, nel 1935 diventata “Iran”. La Germania divenne così il principale partner commerciale di Teheran: forniva macchinari, armi, tecnologia e infrastrutture in cambio di materie prime (petrolio, cotone, tappeti). Nel 1940-1941, circa il 40-50% delle importazioni iraniane proveniva dalla Germania, e viceversa per le esportazioni. Migliaia di tedeschi (ingegneri, commercianti, consiglieri) affluirono in Iran; la Germania aprì filiali bancarie e industriali. Reza Scià del resto ammirava l’efficienza e il modello autoritario nazionalsocialista per modernizzare il paese.
Nubi di guerra
Pessima scelta, tuttavia, in vista della Seconda guerra mondiale. Le simpatie per la Germania suscitarono qualche comprensibile risentimento a Londra, che già aveva cominciato a eliminarle in altri Stati dell’area, come nella Siria vichysta e in Iraq. In quest’ultimo, un colpo di Stato filo-Asse il 1° aprile del 1941 venne schiacciato dagli inglesi con una rapida invasione – passata alla storia come Guerra anglo-irachena del 1941 (il lettore volenteroso faccia il parallelo con quello che avveniva pressoché contemporaneamente in Jugoslavia col golpe anti-Asse del 26 marzo e susseguente invasione… soprattutto per vedere come i due episodi vengono raccontati sui libri di storia).
Il 31 maggio, liquidati gli indipendentisti iracheni, Albione si avventava anche sulla Siria e sul Libano, dove le forze dell’Asse (francesi di Vichy e piccoli reparti italotedeschi) riuscivano a resistere appena qualche settimana, dall’8 giugno al 14 luglio.
Il 22 giugno 1941 poi la Germania aggrediva l’Unione Sovietica. Improvvisamente, con il pragmatismo di chi “se Hitler invadesse l’Inferno, spenderei come minimo una buona parola per Satana”, Churchill, capo in testa alla nazione capitalista per eccellenza, strinse un patto d’alleanza col capo in testa ai comunisti Stalin. Mosca e Londra si trovarono di nuovo alleati e seduti a tavola attorno all’Iran-Persia, come nel 1914, ancora una volta in chiave anti-tedesca.
L’invasione dei Buoni
Reza aveva già dichiarato la neutralità dell’Iran. La sua nazione era sì amica della Germania, ma praticamente circondata dagli inglesi, che tenevano l’impero indiano a est, basi militari nel Golfo Persico e il protettorato sull’Iraq. Con l’invasione tedesca della Russia sovietica, per gli inglesi si prospettava la possibilità di riconquistare il paese e riprendersi le concessioni petrolifere perdute nel 1933. Inoltre si sarebbe aperta una via di comunicazione terrestre con Mosca, alternativa ai pericolosi convogli artici, minacciati dalla Kriegsmarine.
Londra prima del bastone, agitò la carota: una occupazione pacifica di zone chiave del paese. Ma Reza, comprensibilmente rifiutò. Innanzitutto per dignità, poi per diffidenza verso gli inglesi, storici oppressori del Paese, e infine perché se la Germania avesse vinto, come più di qualcuno poteva pensare in quell’estate 1941, l’Iran avrebbe pagato un prezzo salato.
Così Teheran ricevette un ultimatum il 17 agosto 1941 dai regimi inglese e sovietico, che presentarono due note diplomatiche allo scià, chiedendo l’immediata rottura delle relazioni con la Germania, l’espulsione di tutti i cittadini tedeschi dal paese, e l’autorizzazione ad usare la ferrovia trans-iraniana per inviare materiale bellico britannico in URSS.
Reza, preso fra minacce russo-inglesi e possibili reazioni tedesche, tentò di parlamentare e prendere tempo ma Londra e Mosca risposero con il classico superior stabat lupus: il ritardo nella risposta fu interpretato come un “no” e gli invasori, appena pronte le truppe russe, si mossero, il 25 agosto.
I sovietici, partiti dall’Azerbaigian e dal Turkmenistan, sui due lati del Caspio, avanzarono speditamente e con brutalità. La loro aviazione colpì diverse città indiscriminatamente, seminando distruzione e morte fra i civili. Reza ordinò solo una resistenza simbolica, ben consapevole che la disparità di forze avrebbe condannato il suo esercito al massacro. Inoltre, la fama dei sovietici li precedeva, e ben pochi avrebbero desiderato di finire come i polacchi… Le forze iraniane, dunque, si sciolsero come neve al sole.
Dall’Iraq invece entrarono gli inglesi, trovando forse più resistenza, specialmente di quei reparti dotati di armi tedesche moderne. Tuttavia anche qui, l’opposizione degli iraniani fu poco più che simbolica. Se i sovietici dispiegarono brutalità comunista, gli inglesi non riuscirono ad esimersi dal fare uno sfoggio d’attività piratesca: un mercantile armato australiano piombò sulle navi tedesche e italiane nel porto di Bandar. Episodi simili si verificarono in tutte le rade iraniane.
Il 28 agosto, dopo lunghe discussioni con l’ambasciata sovietica e col residente inglese, Reza Pahlavi accettò di ordinare alle truppe di cessare ogni resistenza. Fu effettuato un cambio di governo, con la nomina di un primo ministro più ben visto dai vincitori, i quali però tornarono alla carica con la richiesta di consegna delle migliaia di cittadini delle potenze dell’Asse che risiedevano in territorio iraniano. Ancora una volta la pretesa anglo-sovietica urtò lo Scià, che cercò di temporeggiare affinché i cittadini tedeschi, italiani, rumeni e ungheresi presenti in Iran potessero raggiungere con le loro famiglie il confine turco e di là la salvezza dall’internamento in URSS o nell’impero britannico. L’irrigidimento di Reza provocò un nuovo ultimatum, al quale il vecchio sovrano non poté reagire che con l’abdicazione. Suo figlio Mohammed avrebbe gestito l’occupazione straniera. Il 17 settembre sovietici e inglesi entravano a Teheran e vi sarebbero rimasti fin dopo la fine della guerra.
Fra gli ultimi atti di Reza Pahlavi vi fu un appello a Franklin Delano Roosevelt nel nome dei principi enunciati dalla Carta Atlantica, appena pochi giorni prima dell’invasione del suo paese, il 14 agosto 1941.
Vostra Eccellenza è sicuramente stata informata che le forze russe e britanniche hanno attraversato bruscamente e senza preavviso i confini di questo Paese occupando alcune località e bombardando un numero considerevole di città che erano aperte e indifese. Il vecchio pretesto addotto dai governi russo e inglese consisteva nella preoccupazione che quei Paesi affermavano di provare a causa della permanenza di alcuni tedeschi in Iran, nonostante le assicurazioni fornite dal mio Governo che quei tedeschi avrebbero presto lasciato l’Iran. Non sussiste più alcun motivo di preoccupazione e non riesco a capire per quale ragione abbiano proceduto a tali atti di aggressione e al bombardamento immotivato delle nostre città. Ritengo mio dovere, sulla base delle dichiarazioni che Vostra Eccellenza ha fatto più volte riguardo alla necessità di difendere i principi della giustizia internazionale e il diritto dei popoli alla libertà, chiedere a Vostra Eccellenza di avere la cortesia di interessarsi a questo incidente, che porta in guerra un paese neutrale e pacifico che non ha avuto altra preoccupazione che la salvaguardia della tranquillità e la riforma del paese. Prego Vostra Eccellenza di adottare misure umanitarie efficaci e urgenti per porre fine a questi atti di aggressione. Convinto dei sentimenti di buona volontà di Vostra Eccellenza, le rinnovo l’assicurazione della mia sincera amicizia.
Reza Pahlavi
Roosevelt evitò di rispondere fino al 2 settembre, quando mandò poche righe di circostanza, non impegnative, biasimando la volontà tedesca di “dominio sul mondo” e assicurando che inglesi e russi non hanno intenzioni di conquista territoriale in Iran.
Lezioni di storia della guerra
La nuova invasione anglo-sovietica dell’Iran fu praticamente una avventura coloniale. Le perdite degli aggressori furono di poche decine di uomini e pochi mezzi, quelle degli iraniani calcolate in 850 caduti e 450 civili, per lo più uccisi dai bombardamenti.
L’esercito di Reza era un’armata in via di modernizzazione. Non arrivava a 200 mila effettivi, per complessive 16 divisioni, ma era per lo più orientato al mantenimento dell’unità del paese. Allora l’ex Persia era ancora una nazione multietnica e multireligiosa, con forti logiche tribali, più simile all’odierna Siria e Iraq che non all’attuale Repubblica Islamica. Inoltre molto più che l’Iran di oggi, aveva al suo interno correnti “occidentaliste”, all’epoca filo-inglesi, particolarmente forti. Fra le cause del crollo dell’esercito dello Scià c’è senz’altro la simpatia che molti alti ufficiali nutrivano per Londra e che Londra aveva abilmente coltivato. I recenti tentativi di Israele di creare quinte colonne all’interno dell’Iran sono invece state stroncate durante la Guerra dei 12 Giorni, dove i pur infiltrati servizi di sicurezza iraniani sono riusciti a smantellare cellule e reti di spionaggio filo-sionista eliminando migliaia di infiltrati e fiancheggiatori.
I sovietici, entrando in Iran, da un lato procedettero con violenta brutalità, ma dall’altro mobilitarono la macchina propagandistica comunista e armarono le tribù scontente del centralismo modernizzatore dello Scià. L’opportunità di provocare se non una rivoluzione bolscevica in tutto il paese, quantomeno la secessione in chiave filo-sovietica di alcune sue parti, rimase sempre presente, anche se dopo la conferenza di Teheran del 1943, Stalin, assieme a Roosevelt e Churchill, si impegnò formalmente a sviluppare in Iran una monarchia costituzionale. Mosca ritardò il ritiro dell’Armata Rossa dal paese mediorientale nella speranza che le sedicenti repubbliche sovietiche del Curdistan e dell’Azerbaigian meridionale riuscissero a reggersi da sole, ma nel frattempo l’Iran – che era membro delle Nazioni Unite dal 1943 – riuscì a portare il problema della propria integrità territoriale al Consiglio di Sicurezza e a costringere la Russia sovietica ad abbandonare i sogni d’espansione. Era il primo caso che gli organi supremi dell’ONU dovettero dirimere.
D’altro canto i britannici – che avevano ricominciato a chiamare “Persia” l’Iran, per evitare confusioni col vicino mesopotamico – puntarono subito al loro primissimo oggetto del desiderio: il petrolio. Il nuovo giovane Scià venne immediatamente catechizzato dagli inglesi e spinto lasciare mano libera alla APOC, che di fatto divenne la padrona incontrastata delle risorse petrolifere iraniane. Il giovane Scià firmò un accordo che impegnava l’Iran a una piena cooperazione logistica non militare con britannici e sovietici. In cambio ottenne il riconoscimento formale dell’indipendenza iraniana e la promessa (poi parzialmente mantenuta) di ritiro delle truppe entro sei mesi dalla fine della guerra.
Come detto, l’Iran di Reza non era ancora un paese moderno: in particolare a giocare a favore dell’invasione straniera furono le divisioni tribali che indebolivano l’unità dello Stato e impegnavano gran parte delle forze armate.
Oggi l’Iran è invece uno Stato largamente avanzato, in cui le vecchie tribù hanno un peso del tutto residuale mentre s’è costituito un robusto nerbo di classe media. Perfino gli irredentismi etnici – azeri, curdi, arabi, baluci… – sono largamente assorbiti dall’idea repubblicano-islamica, tanto che molti dei quadri dirigenti dell’attuale governo di Teheran, come lo stesso primo ministro, provengono da queste minoranze religiose.
L’Iran, inoltre, possiede una geografia spaventosamente sfavorevole alle invasioni, specialmente da sud. Se da nord infatti è possibile procedere – come fecero i sovietici – nella pianura caspica e puntare rapidamente alla capitale scavalcando i monti Elburz nella stretta di Menjīl, da sud e da ovest l’altopiano iranico è chiuso da file e file di montagne, gli Zagros in particolare.
Aride e scoscese, le regioni marittime dell’Iran rappresentano una magra conquista per un invasore. Tant’è che gli inglesi preferirono puntare direttamente ai campi petroliferi, partendo dall’Iraq verso la parte iraniana della pianura del Tigri-Eufrate e accontentandosi di conquistare quelli, solo in seguito avanzando su Teheran grazie alla fine della resistenza ordinata dallo Scià.
Le stesse dimensioni dell’esercito iraniano di allora, rispetto a quelle odierne, cambiano completamente la prospettiva: 160-200 mila uomini in tutto, contro gli attuali 850 mila. Un esercito nuovo e mai testato sul campo, quello dello Scià, uno forgiato nella Guerra Imposta – il conflitto con l’Iran di Saddam Hussein negli anni Ottanta del XX secolo – e determinato a recuperare i gap tecnologici coi suoi nemici – Israele e USA in particolare – rinunciando a inseguirli sui campi in cui si trova in svantaggio, come l’aeronautica, puntando invece a sfruttare l’enorme disponibilità di teste per sviluppare nuove armi, come droni e missili ipersonici. L’Iran infatti è una delle nazioni che sforna più ingegneri, 200-235 mila uomini e donne l’anno. Con qualche esagerazione, qualche giorno fa, un alto ufficiale delle Esercito iraniano ha definito le forze armate di Teheran composte essenzialmente di ingegneri.
Infine, a rendere oggi una possibile invasione dell’Iran un’impresa degna di Alessandro Magno, concorrono due elementi: l’assenza della branca nord della tenaglia, banalmente i russi oggi sono diventati alleati di Teheran dopo secoli di rivalità e inimicizia, e la solidità del morale della popolazione iraniana, molto meno sonnacchiosa, “levantina” e accondiscendente di quella del 1941.
Non pour cause, infatti, i possibili candidati a mettere i loro stivali sul suolo iraniano per nome e conto della coalizione USA-Israele – curdi iracheni, baluci dal Pakistan e azeri – hanno più o meno cordialmente declinato l’invito.


