Il terremoto della Marsica: una nazione alla prova

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da www.culturaidentita.it del 13 gennaio 2025

Trentamila morti. Forse trentaduemilacinquecento. In venti secondi, il 13 gennaio del 1915 ciò che l’uomo aveva costruito in Marsica venne letteralmente cancellata dalla faccia della terra, e sotto le macerie rimasero i morti. Appena sette anni dopo il disastro di Messina e Reggio Calabria, un nuovo sisma devastò il nostro paese, colpendo stavolta la sua inquieta colonna vertebrale appenninica e anticipando l’amaro carico di morte che di lì a poco sarebbe giunto con la prova suprema della Grande Guerra.

Il terremoto si scatenò poco dopo l’alba, una decina di minuti prima delle 8 del mattino e toccò la magnitudo 7 e l’XI grado della Scala Mercalli, il penultimo per devastazione. L’onda sismica fece tremare gran parte d’Italia, tanto che fu avvertita fino in Val Padana. A Roma il terremoto lasciò il suo segno su palazzi e chiese. Eppure il governo italiano tardò ad accorgersi del disastro che s’era consumato. Non c’era internet, i telefoni e il telegrafo erano agli albori e le scarse reti esistenti vennero interrotte. Occorsero ore, insomma, per rendersi conto che l’intera Marsica era stata ingoiata dalla furia della natura. Il primo allarme fu lanciato dal comune di Sante Marie, qualche ora dopo il disastro.

Nell’Italia che stava ancora leccandosi le ferite per il terremoto di Messina e Reggio, furono approntati i soccorsi. A differenza delle due città marittime, dove giunsero immediatamente le navi di tutta Europa che incrociavano in quel tratto di Mediterraneo primi fra tutti i russi, l’aspro territorio marsicano con le sue strade spesso impraticabili per i mezzi a motore e la neve rallentarono ulteriormente l’arrivo dei soccorritori. I primi, poco più che simbolici, arrivarono la mattina del 14 gennaio. Nei giorni successivi il Genio Militare, con la metodicità del Regio Esercito, iniziò ad affluire nella zona devastata, con i pieni organici raggiunti solo il 20 gennaio mentre le frazioni più impervie ricevettero i primi soccorsi solo quasi tre settimane dopo il cataclisma. Inevitabilmente intanto altre centinaia di persone – feriti, sepolti sotto le macerie, esposti al freddo invernale dell’Appennino – stavano perdendo la vita. E altrettanto inevitabilmente sarebbero seguite le polemiche, per non aver fatto il possibile ma anche l’impossibile…

Alzabandiera fra le baracche per militari e volontari accorsi in Marsica

Lo spettacolo che si parò davanti ai militari fu apocalittico: intere cittadine spianate, pietra su pietra. Nemmeno castelli e cattedrali dai muri possenti e collaudati da secoli avevano resistito. Avezzano, vicino all’epicentro, fu spazzata via e restò in piedi una sola casa (appartenente a un industriale del cemento, il bolognese Cesare Palazzi…). L’80% della popolazione fu uccisa dal sisma: 10 mila su 13 mila avezzanesi. Anche Cappelle dei Marsi, Gioia dei Marsi e San Benedetto dei Marsi vennero pressoché spazzate via mentre, oltre ai sobborghi di Avezzano, anche altri paesi furono gravemente danneggiati, in certi casi irrimediabilmente: Massa d’Albe, Albe, Morino Vecchio, Forme. Oltre alla zona del Fucino e alla Marsica, il sisma estese i suoi danni anche alla Ciociaria e all’Abruzzo, fino all’Aquila, dove il sisma causò sei vittime ed una trentina di feriti, provocando il crollo di parte della facciata della basilica di Santa Maria di Collemaggio, il collasso di alcune volte dell’ospedale e numerosi altri danni nel centro storico. Non andarono perdute solo vite umane e borghi antichi, ma anche l’esperienza della Scuola dei pittori danesi di Civita d’Antino, che aveva radunato nel paesino abruzzese sotto la guida di Kristian Zahrtmann molti artisti del paese scandinavo, affascinati dall’Italia e dal suo stile di vita e autori di stupende opere realiste e impressioniste che immortalavano l’esistenza degli abitanti dell’Italia centrale a inizio del XX secolo. Cittadino onorario di Civita dal 1902, Zahrtmann portò 89 artisti scandinavi durante le estati, fino alla tragedia del terremoto. Due anni dopo, nel 1917, Zahrtmann morì. Tanto era affezionato al paese abruzzese che aveva chiamato la sua dimora danese, a Frederiksberg, “Casa d’Antino”.

Nell’immane tragedia, esattamente come nella notte più buia, poté risplendere una delle stelle più belle del popolo italiano: quella della generosità. Fin dalle primissime notizie del disastro a decine, poi centinaia, i volontari affluirono spontaneamente nelle zone colpite per portare soccorso.

Insieme ai primi reparti militari affluirono per esempio i boy-scout – o meglio i Giovani Esploratori del CNGEI – che fin dal 17 gennaio furono visti a scavare fra le macerie e ad aprire vie di comunicazione.

Per gli orfani si prodigarono due santi-benefattori, don Luigi Orione don Luigi Guanella, quest’ultimo gravemente malato e prossimo alla morte (che sarebbe avvenuta l’ottobre successivo). Anche la Corona si impegnò personalmente per gli orfani, costruendo ad Avezzano un centro di raccolta per i bambini rimasti senza genitori, che poi vennero spostati a Roma e inviati a vari collegi con vitto e alloggio e la possibilità di studiare pagata dal re Vittorio Emanuele III e dalla regina Elena.

In quello che resta di una chiesa, è stato ricostruito un altare e si celebra la Messa (foto comune di Ortucchio ricolorata www.terremarsicane.it)

Perfino dalle Terre Irredente giunsero per dimostrare la loro italianità uomini come Nazario Sauro e Scipio Slataper: il primo si dedicò senza risparmio di forze ai soccorsi, il secondo a documentare lo strazio della Marsica. Tanti intellettuali si recarono nelle zone colpite per aiutare o fare reportage sul disastro: Tullio Giordana, Giuseppe Prezzolini, Eduardo Ximenes e Anton Giulio Bragaglia, oltre a Ignazio Silone, testimone diretto e sopravvissuto al sisma.

In questa apocalisse, due storie meritano anche d’essere ricordate: quella di Esterina Sorgi, una ventiseienne di Avezzano prossima al parto al momento della catastrofe. Travolta dalle macerie, dopo 24 ore iniziò ad avere le doglie. Con incredibile forza d’animo, partorì una bimba e legò il cordone ombelicale con una ciocca dei capelli. I soccorritori trovarono le due donne vive, 48 ore dopo e le trasferirono a Roma. La coppia ricevette la visita della regina Elena che volle essere madrina di battesimo della bimba e venne chiamata Fortunata. Esterina venne premiata con la medaglia della fondazione Carnegie, voluta dal miliardario e filantropo americano come riconoscimento agli atti d’eroismo in tempo di pace. Lo stesso premio venne riconosciuto a Ettore Monaco, di appena sette anni, che a Luco dei Marsi (L’Aquila), rimasto senza genitori, riuscì a scavare da sotto le macerie le sue tre sorelline, strappandole alla morte.

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