40 anni infiltrato: “La sinistra è sempre in cerca disperata di martiri”

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In un’opinione pubblicata su Fox News Opinion il 6 febbraio 2026, J. Michael Waller, esperto di intelligence e sovversione politica, sostiene che la sinistra radicale ricorra a una strategia collaudata da decenni: provocare deliberatamente situazioni di scontro per creare “martiri” e generare indignazione pubblica contro le autorità e le politiche governative.

Waller basa la sua analisi su esperienze personali maturate negli anni ’80, quando – a partire dai 24 anni – infiltrò gruppi radicali di sinistra negli Stati Uniti. Collaborò con amici per smascherare organizzazioni che sostenevano i regimi comunisti in Centroamerica e lavorò a fianco dei combattenti della resistenza nicaraguense (Contras) contro i sandinisti. Testimoniò davanti al Congresso americano riguardo al gruppo Witness for Peace (WfP), descrivendo come i suoi leader sembrassero auspicare la morte di attivisti americani per scopi propagandistici.

Un esempio centrale citato è il caso di Benjamin Linder, un giovane attivista statunitense ucciso nel 1987 dai Contras in Nicaragua mentre lavorava con WfP. Secondo Waller, i dirigenti del gruppo non solo erano consapevoli dei rischi, ma li consideravano utili: la morte di americani avrebbe potuto ribaltare l’opinione pubblica negli USA contro i ribelli anti-sandinisti. L’autore riferisce una citazione attribuita a un attivista WfP dal Boston Globe: «Alcuni di noi devono morire per mano delle forze sostenute dagli USA. Se alcuni di noi muoiono, portiamo la causa a casa ai nostri connazionali in modo molto personale. Se è questo ciò che ci vuole, è questo ciò che ci vuole».

Benjamin Linder

Waller collega queste tattiche del passato a episodi recenti, come gli scontri a Minneapolis dove due manifestanti sono morti durante confronti con agenti di ICE (Immigration and Customs Enforcement) e Border Patrol. A suo avviso, agitatori organizzati creano “flashpoint” (punti di accensione) per spingere le forze dell’ordine a reagire con forza, ottenendo così vittime da sfruttare mediaticamente. Definisce questa pratica “propaganda armata” e la vede in azione anche in altri contesti, come Portland.

Waller conclude che gli organizzatori moderni perseguono l’obiettivo di infuriare, demoralizzare e manipolare l’opinione pubblica, senza curarsi delle conseguenze umane. Invita gli americani a riconoscere queste strategie come un ritorno di vecchie tattiche rivoluzionarie, usate per destabilizzare presidenti e politiche percepite come ostili.

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